Gli oggetti del ricordo
Alzi la mano chi non ricorda il pentolino dove la nonna riscaldava il latte;
oppure una delle tovaglie che nostra madre usava stendere sulla tavola prima di pranzare;
oppure ancora, il fazzoletto di stoffa che nonno usava più volte e che veniva lavato e stirato con garbo di volta in volta.
Questi sono gli oggetti del ricordo, io ne ho tantissimi.
Sono oggetti che sono tornati più e più volte durante i nostri giorni, da bambini o adolescenti, legati magari alle attività svolte in cucina, oppure legati a persone che sono state importanti nella nostra infanzia.
Quando andavo a casa di mia nonna, mangiavamo sempre in una stanza dove c’era un quadro grandissimo di due bambini poveri che mangiavano del cibo con le mani.
Questi bambini mi facevano sentire a disagio, ed io cercavo sempre di mettermi di spalle, al posto di nonno. Quando però era presente anche lui ai pasti, io ero obbligata a osservare questi due poveri bambini, e non riuscivo mai a mangiare. Avevo anche 7 anni…
Quadro che tutt’ora suscita in me emozioni che vanno dal disagio alla nostalgia dei pranzi a casa di mia nonna, dal senso di colpa all’affetto per quei poveri bimbi che mi sembravano affamati, dalla voglia di riabbracciare i miei nonni al desiderio di tenere quei quadri con me per sempre.
Perché sono oggetti di un ricordo preciso, sono oggetti del mio ricordo.
Così come le tovaglie che mia mamma utilizzava per i pasti, erano tre.
Una era blu, con dei fiorellini gialli; una bianca coi bordi marroni; l’altra ancora era a scacchi blu e bianca. Oggi sono riposte in un cassetto di un vecchio mobile che non viene aperto quasi mai, ed ogni tanto vado a sbirciarvi dentro per ricordarmi i pranzi impiegati ad aspettare papà che tornava dal lavoro, o la colazione fatta in quella bellissima e scheggiata ciotola rossa che… chissà che fine ha fatto quest’altro oggetto del mio ricordo.
Le tovaglie della mia infanzia le ricordo tutte, erano solo tre, ma negli ultimi anni mia mamma ha cambiato tantissime tovaglie, non ho fatto in tempo ad affezionarmi a nessuna. Forse ce n’era una a scacchi rossi e bianchi. O erano arancioni e bianchi? Poi c’è stata la volta di quella tutta celeste con i puntini arancioni, che però è durata poco perché è stata sostituita da quella verde, più primaverile. Ma tanto per me sono solo tovaglie.
Un’altra ciotola che ho avuto modo di guardare e studiare per tanti anni, era una ciotola bianca, di ceramica, che mia mamma usava per mettermi pasta e fagioli. La osservai per anni, perché per anni mi rifiutai di mangiare pasta e fagioli. Conoscevo ogni crepa, ogni variazione di colore.
La rividi dopo anni in uno scatolone che mia mamma destinò alla chiesa. Le stesse crepe, gli stessi colori, lo stesso stomaco vuoto, la stessa fame, la stessa puzza di fagioli, la stessa rabbia di dover mangiare una cosa non gradita, lo stesso desiderio di vederla riempita con la pasta al pomodoro che mi piaceva tanto.
Era lei a guardarmi stavolta, a implorarmi di essere salvata, ed io la salvai.
Perché nessuna cosa al mondo mi ha fatto provare la fame come quella ciotola bianca, con 7 crepe, 3 righe, 12 puntini neri e 13 cerchietti rossi.

