Femmina Era

Io non ho uno spiccato senso materno.

Non ce l’ho. Non ce l’ho mai avuto.

Mi mettono anche piuttosto a disagio i bambini. Evidenziano la mia inadeguatezza. Evidenziano pure un’altra roba, e cioè che non sono più la più giovane, la più piccola, la cocca di tutti.

Stanotte però ho sognato di avere una figlia.

Femmina era. E, nel caso, preferirei comunque un maschio, anche se mia madre dice che non si dice. Dice che basta che sia sano. Non so esattamente perché. Perché vado più d’accordo con i maschi. Perché i maschi vogliono più bene alla mamma. Perché ho terrore di cosa possa significare crescere una figlia, una femmina, una donna, oggigiorno. Come sempre, del resto. Più di sempre. Non farla diventare zoccola a 10 anni. Non farla diventare una suora sfigata. Farle capire che è giusto fare sport, ma pure mangiare sano. Farle capire che non importa se non ha le tette. Farle capire che non importa se ha il culo grosso, che ora la prendono in giro, ma un giorno quel culo grosso piacerà, sarà sensuale, sarà desiderabile per un uomo. O per una donna. O per più uomini. O per più donne. E lì si aprirà tutto un altro capitolo, farle imparare a discernere e a scegliere. Che non vale la pena darsi a tutti. Che non vale la pena tenersi tutto per sé.

Femmina era. Ed era mia figlia.

Ma non la tenevo, nel sogno.

La davo via. La regalavo. In adozione, la davo.

A mia cugina. Una cugina ics. Non specificata e non identificata. Anche perché io con le mie cugine non ci parlo neppure, per via di ancestrali e borboniche questioni sospese nella nostra famiglia. Non vi sto a dire. E le mie cugine i figli ce li hanno già. Tutte. Tutte, tranne me.

Femmina era. Ed era mia figlia.

Ma non la tenevo. La regalavo a mia cugina. E non dubitavo, di questa scelta. Non ne avevo timore. Era giusto così, nel mio sogno. Andava bene così, nel mio sogno.

Finché non la sollevo, mia figlia. E non guardo il nostro riflesso nello specchio. E non vedo, distintamente, quanto mi assomiglia. Che c’ha i boccoli biondi, come ce li avevo io da bambina. Come ce li ho pure adesso, che li ho schiariti con lo shatush. Lei no. Lei è bionda naturale.

Vedo distintamente che siamo uguali. Mentre mia cugina è mora. Mia cugina non c’entra con lei. Siamo talmente uguali che un giorno se ne accorgerà anche lei, mia figlia, che è mia figlia e non figlia di mia cugina. Tutti se ne accorgeranno. Identiche siamo.

Guardiamo entrambe nello specchio.

Io e questo mio piccolo clone, appena nato ma già con le sembianze di una bambina di 3 anni. Il tempo nei sogni è relativo.

Sorridiamo. Siamo complici. Siamo belle.

E per la prima volta sento che forse no, forse questa bimbetta con gli occhi vispi e i boccoli biondi, me la tengo. Anche se non ho lo spirito materno. Anche se è femmina. Anche se crescere una femmina oggi e farla diventare donna dev’essere un casino.

È suonata la sveglia, poi. Il ventilatore faceva ancora su e giù per il mio corpo, muovendo l’aria calda di questo afoso luglio milanese.

Mi sono alzata controvoglia.

“Che cazzo ho mangiato ieri sera?”, mi sono chiesta, accendendo il fuoco sotto la moka.