Quello che Feltri non capisce, o della libertà e delle sue inefficienze.

L’articolo pubblicato da Stefano Feltri sul sito del Fatto Quotidiano in data 12 agosto, ma ancor di più la sua contro replica alle migliaia di commenti iracondi di lettori “avversi al rischio”, nonché figli di papà benestanti, ha infiammato nel week end di Ferragosto la sempre verde diatriba tra: studiare ciò per cui si è portati o studiare ciò che garantisce una maggiore aspettativa in termini di impiego e remunerazione.

Nel suo argomentare scientifico (ma a singhiozzo, come hanno dimostrato Giuseppe Tipaldo e Galatea Vaglio) il vice-direttore del Fatto Quotidiano non si fa solleticare neanche minimamente dall’idea che il concetto di remunerazione — da lui eletto ad undicesimo comandamento, secondo un’accezione prettamente monetaria — possa assumere a seconda delle persone un diverso significato. Prova di questa sua miopia è il terzo articolo della saga da lui inaugurata, in cui la strenua difesa delle sue argomentazioni si spinge fino a tirare in ballo il blocco dell’ascensore sociale come effetto della scelta testarda degli “studi belli ma inutili”.

Molte sono le contraddizioni in cui incorre nei tre articoli; testimone di un argomentare confuso e poco lineare è ad esempio il passaggio laddove afferma nel “secondo round”: “Nessuno dice che le materie che si studiano nelle facoltà che garantiscono redditi bassi e disoccupazione siano da disprezzare (con qualche eccezione, magari, ma di corsi inutili se ne trovano ovunque). Anzi, spesso sono interessantissime e cruciali per la nostra formazione come individui”, ma nell’ultimo capitolo della sua saga smentisce questa apertura etichettando gli studi umanistici come “belli ma inutili” . Evidentemente la formazione di individui critici e capaci di interpretare il presente è per Feltri un risultato inutile se non remunerativo.

Tuttavia il nocciolo del pensiero che Feltri cerca di veicolare è che bisognerebbe abbandonare tutto ciò che abbia a che fare con le proprie aspettative, le proprie attitudini e i propri sogni; annullare la propria personalità e la propria indole in favore di ciò che il mercato del lavoro ci chiede. Quindi dovrebbe divenire esercizio comune per tutti i neo-diplomati: scegliere il corso di studi non in base a ciò che si reputi la propria vocazione, correndo — in questo caso sì — il rischio di sbagliare, ma essere piuttosto eterodiretti dai dati di AlmaLaurea o dell’OCSE su occupazione e tasso di impiego a cinque anni dalla laurea, in modo da annullare il rischio di non vedere ripagato l’investimento fatto in formazione.

Non riesco a spiegarmi il perché, ma inconsciamente le argomentazioni di Feltri riesumano dalla mia mente la famosa aggettivazione proposta da Elsa Fornero per indicare un’intera generazione di nulla facenti. Quando sentii la Ministra etichettare i giovani italiani col termine “choosy”, si palesò immediatamente l’esempio riportato nel manuale di macroeconomia di Krugman & Wells durante il primo anno di Università. Uno dei primi capitoli riportava l’esempio di Luca, studente universitario, il cui costo opportunità di frequentare l’università consisteva nella rinuncia ad uno stipendio immediato da lavoro e quindi in una diversa allocazione del suo tempo libero. Il fatto che probabilmente quello stesso manuale sia stato adottato dalla ministra nel suo corso di Economia Politica, mi ha portato a fantasticare sulle sorti del povero Luca durante la spiegazione alle matricole del concetto di costo opportunità. Quest’ultimo potrebbe essere stato infatti riformulato dalla ministra in questi termini: “Cari ragazzi, se Luca rinunciando ad uno stipendio da fruttivendolo oggi, nella ragionevole aspettativa di vedersene riconosciuto uno da professore domani, continuasse insistentemente ad inseguire l’impiego che veda ripagato il suo investimento — rinunciando nel presente ad altri tipi di remunerazione — beh si darebbe il caso che Luca sia un po’ choosy”. Semplificando eccessivamente le cose si potrebbe affermare secondo la logica Forneriana: “fai il fruttivendolo e non rompere le palle con le tue pretese solo perché hai investito soldi e tempo in formazione universitaria”.

Bisognava attendere tuttavia i tre articoli di Feltri per vedere chiuso il cerchio. Le sue argomentazioni intervengono infatti d’anticipo sulle sorti del povero Luca. Quest’ultimo, secondo il Feltri pensiero, una volta diplomato dovrebbe effettuare le scelte riguardanti il proprio futuro ricorrendo ad una comparazione economico-remunerativa o market-driven. Nulla importa se Luca ha sempre voluto fare l’insegnante, se la passione e la tenacia che riverserà nell’insegnamento contribuiranno in modo determinante ad orientare il futuro degli studenti. No, questo non conta assolutamente niente per Feltri. Luca è un numero. Luca dovrebbe fare ciò che gli indicano gli ultimi dati dell’OCSE sul tasso di occupazione a cinque anni dalla laurea. Le aspettative e i sogni di Luca non contano niente, e se le sue ambizioni sono più forti di “ciò che ci chiede il mercato” (nipote di “ce lo chiede l’Europa”), allora vuol dire che se lo può permettere, che evidentemente Luca è un figlio di papà che non ha bisogno di lavorare e può attendere 45 anni per guadagnare uno stipendio.

La realtà è ben diversa caro Feltri. Ognuno dovrebbe essere libero di perseguire la propria felicità, e va da sé che essa abbia a che fare con la scelta occupazionale. Dovrebbe inoltre essere compito dello stato, non quello da lei paventato di promuovere politiche volte all’orientamento nella scelta universitaria di quei corsi ad alta remunerazione, ma piuttosto di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”(art. 3 Cost).

Che poi — volendo assecondare il pensiero di molti suoi arditi colleghi, quelli de “il mercato a tutti costi”, strenui oppositori di ogni forma di interventismo statale — non scadrebbe una siffatta politica nel tanto odiato paternalismo di stato, portando la libertà dell’individuo — ritenuto come il soggetto più autorevole nel processo di scelta razionale — a collidere con gli incentivi statali per l’iscrizione a corsi di studio ritenuti più remunerativi?

Su una cosa siamo d’accordo vicedirettore, allo stato attuale chi si laurea in materie scientifiche ha una maggiore possibilità di trovare impiego, come più volte ribadito sia dalle statistiche che dalle molteplici repliche autorevoli ai suoi articoli. Tuttavia quello che proprio non riesce a comprendere — non so se per presa di posizione a difesa del suo orgoglio ferito dalle stoccate di diversi umanisti (vedi Tipaldo e Vaglio) o per sfruttare il flusso di visite al sito del Fatto in questa piovosa estate 2015 — è che i concetti di libertà e utilità non sono antitetici. Se assecondare la prima si riflette necessariamente in alcune inefficienze, il livello di utilità conseguente al suo esercizio non è misurabile in termini economici, o almeno non lo è ancora. (tranne per quei fricchettoni del Bhutan che hanno adottato come indice per misurare la crescita il FIL, acronimo di Felicità Interna Lorda).

Le due diverse visioni a proposito della scelta universitaria potrebbero essere lette e sistematizzate secondo la classificazione idealtipica operata dal grande sociologo (ma anche filosofo ed economista) Max Weber, il quale rintraccia nell’azione razionale rispetto allo scopo e nell’azione razionale rispetto al valore le due principali motivazioni che giustificano l’agire razionale di un individuo. Lei, Feltri, auspicherebbe che la scelta della formazione universitaria fosse dominata da un orientamento razionale volto allo scopo, mettendo da parte tutto ciò che invece è orientato dal valore che una persona potrebbe attribuire, non solo al fine — magari divergente rispetto a quello delle statistiche e di una fredda misurazione dei costi da recuperare — ma anche al piacere, alla soddisfazione ed alla crescità personale derivante dal percorso in sé.

Per concludere con la lezione del premio nobel per l’economia Herbert Simon, l’individuo è dotato di razionalità limitata. Le nostre scelte, benché razionali sono contingentate da limitazioni di natura temporale, cognitiva ed informazionale. Chi lo sa caro Feltri, se nessuno le avesse consigliato di studiare economia magari sarebbe diventato il Marx del ventunesimo secolo.

Scegliere la libertà di perseguire la felicità e correre il rischio di non essere altamente remunerato (economicamente), sarà pure una visione romantica e bohemien, ma di sicuro non frutto del lusso.