Il tempo di Grace Paley

Trascino per tutta la casa Più tardi nel pomeriggio di Grace Paley (Einaudi, traduzione di Laura Noulian). In ogni stanza in cui transito c’è sempre questa raccolta a farmi compagnia. Questa volta, rispetto alle altre raccolte di racconti che mi sono capitate tra le mani, la leggo con una tale calma quasi da rimanere io stesso spiazzato. Non corro, non avanzo svelto racconto dopo racconto, ma cerco di tenere tutto sotto controllo, pianificando a grandi linee quando leggerli. Come dicevo, mi sorprendo io stesso, figuriamoci voi che mi state leggendo. Non la trascino per via della sua pesantezza vista in chiave prettamente negativa, no. La trascino perché sento di avere tra le mani qualcosa di raro, qualcosa che difficilmente mi lascerà andare a lettura conclusa. Eppure si tratta di una raccolta molto esile — 140 pagine, indice compreso — potrebbe dire qualcuno, magari proprio uno di quelli che divora mattoni alla Infinite Jest come fossero snack da consumare nel pieno del pomeriggio nella consueta pausa merenda. Vado lento perché voglio godermi il momento, tutto qui.

Questo mio modo di agire potrebbe contrastare quell’idea di letteratura usa e getta, una letteratura dedita al consumo imminente, una letteratura che si fa merce esclusiva di un certo destinatario che mira all’esaurirla il più in fretta possibile perché deve passare oltre, un destinatario che ha un modo di avanzare terribilmente vorace. Allora a questo punto ci ritroveremmo davanti al duello ormai famoso tra letteratura e intrattenimento, un vortice di colpi bassi attraverso cui non è affatto facile venirne fuori completamente illesi. In questo duello che si protrae da decenni non si effettuano sconti per nessuna ragione. Tutti quelli che sono stati tirati in ballo devono rispondere al fuoco, se così non fosse possono tranquillamente dichiararsi sconfitti. A nulla servirà sventolare la bandiera bianca in segno di resa. Ormai sei nel ballo, è quello che tutti i partecipanti al duello sembrano ripetere a gran voce. Al contrario di tutti quelli che procedono nella lettura di un libro con fare da tirannosauro, che non vedono l’ora di passare al piatto successivo, ci sono quelli che seppure divorano le loro buone ottocento pagine in un breve arco di tempo, restano lì immobili a rimuginare su quello che hanno da poco chiuso. Hanno davanti ai loro occhi la quarta di copertina e non riescono a capacitarsi di quello che gli è accaduto nelle ore precedenti. Un effetto, questo, che potremmo comparare ad un breve vuoto di memoria dalla durata abbastanza intensa. La stessa cosa mi capitò con Cattedrale di Carver, con Lolita di Nabokov, con Meno di Zero di Bret Easton Ellis — questi sono quelli che in questo momento mi passano per la mente. Restare a bocca aperta quando ormai non si hanno più parole per definire quello che si sta vivendo in prima persona, ecco il grosso guaio. Magari di fianco a te c’è qualcuno e magari quel qualcuno si sta anche preoccupando per via della tua più totale immersione nell’opera. Le parole si disintegrano, la lingua viene inghiottiva e l’aria diviene sempre più densa. Sei inebetito difronte a tanto spessore.

In Grace Paley, nei suoi racconti, si materializza un resoconto di una parte di New York, la stessa che viene vissuta dalla comunità ebrea divenuta numerosa in seguito ai flussi migratori provenienti dall’Europa. I genitori della Paley sono ucraini fuggiti dal dominio dello Zar di Russia. È questo il tempo in cui tutto corre alla velocità della luce. Le guerre, la scienza e una metropoli che viene contaminata dal mondo intero, assumendo i tratti ideali della capitale di tutti i popoli. Mentre scrivo questo pezzo, per avvalorare la tesi sopra sostenuta, sono completamente immerso in un racconto che mi ha lasciato un amaro nella bocca tale da essere molto simile a quello che ti lascia l’effetto della malinconia. Sono qui che rifletto su quello che ha significato per lei il rapporto con sua madre, traslando le impressioni della protagonista sotto un aspetto a me più comprensibile, facendo quasi mio il suo disagio. Madre è uno di quei racconti che entrano in una pagina e qualche rigo, niente di più. È così breve che quasi non ti lascia lo spazio per comprendere cosa diavolo voglia trasmetterti quella serie di frasi come al solito ben costruita. La sua intensità e la sua schiettezza si muovono contro le pareti di un ipotetico appartamento in uno di quei grossi palazzi nel centro della Grande Mela. Una madre iperprotettiva che non ha tempo per accogliere le richieste della propria figlia, una madre che nel momento in cui avrebbe dovuto calare la propria maschera di donna autoritaria tutta d’un pezzo ha preferito rimanere impassibile dinanzi alle gioie della sua bambina ormai diventata donna. I rimpianti e la malinconia della protagonista non sono altro che il manifesto di un tempo che è passato fin troppo veloce e che ha trascinato con sé tutto quello che a lei era destinato. Un tempo vissuto al riparo dal regime russo precedente alla rivoluzione del 1917, un tempo che ha inghiottito tutto il bello mai realizzato se non prima della sua nascita. La fuga dei suoi genitori in un posto migliore è il meglio che le sia mai capitato fino a quel momento. Tutto questo scorrere svelto per sottolineare una madre sì ferma sulla soglia della porta, ma che allo stesso tempo cercava di evadere nelle parole di un marito/padre ormai stanco della giornata appena trascorsa. Una madre che, come sua figlia, cercava la felicità lì dove non c’era, quasi a formare un circolo vizioso sinonimo dell’eterno ritorno nietzscheano.

È per questioni di tempo che trascino con me, in ogni stanza in cui scelgo di fermarmi, questo dannato Più tardi nel pomeriggio. La materialità delle cose, lo stesso ingrediente che fa da contrappeso all’intangibilità del pensiero, si lascia cogliere dalle mie braccia fino a modificare il modo attraverso cui leggo abitualmente. Nonostante la lattina di birra sia rimasta vuota dopo averle dato un lungo sorso, rimango a riflettere su quello che c’era all’interno, restando senza parole con — per l’appunto — una lattina ormai vuota tra le mani. Il giorno in cui scelsi questa raccolta della Paley non nutrivo nessuna grossa aspettativa. Mi avvicinavo, dopo aver letto alcuni racconti sparsi in giro per il web, con la stessa curiosità con cui un bambino si avvicina per la prima volta a qualcosa che appartiene al mondo dei grandi. L’ho tenuta nascosta fino a questo momento come segno di devozione nei confronti della lentezza, caratteristica che da sempre mi abita ma che puntualmente rifiuto di riconoscere perché ritenuta completamente fuori luogo per questo presente. Il tempo di Grace Paley è molto simile al nostro perché si fa apripista di quella concezione turbolenta della vita che accomuna tutti, nessuno escluso. Ci distinguiamo attraverso la velocità, arrampicandoci su per le pareti superficiali di quello che abbiamo costruito con il minimo sforzo ottenendo poi il massimo risultato. È questo il nostro tempo, e noi piace così com’è.


Originally published at casadiringhiera.com on October 12, 2016.

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