Come pubblicarsi da soli
Quando ho pubblicato, un po’ di tempo fa, un post sulle case editrici che lavorano con gli scrittori esordienti, mi è stato chiesto di farne uno anche sulla famosa (o famigerata) editoria a pagamento. Però permettetemi di allargare il discorso al self-publishing, perché a mio modo di vedere sono praticamente la stessa cosa (a parte forse il costo).
Per capire le mie motivazioni riprendo un concetto da quel post:
L’arte è una bella cosa, ma quando ci si presenta ad una Casa Editrice stiamo facendo, né più, né meno, un colloquio di lavoro.
Ecco: se pubblichiamo con una Casa Editrice stiamo attivando una specie di “contratto a progetto”: loro si accollano il rischio di impresa e noi prenderemo un salario che può avere una parte fissa ma è composto, in gran parte, da una quota variabile. Tutto qui. È importante capirlo, perché nella società di oggi i movimenti dei denari spiegano molto meglio di tutto il resto i reali rapporti tra cose e persone. Potrà anche non piacere, ma è un dato di fatto.
Se parliamo di editoria a pagamento o self-publishing, invece, abbiamo saltato la barricata. Siamo noi, che ci stiamo accollando il rischio d’impresa, nella speranza di trattenerci tutti o quasi gli utili. Anche questo dev’essere chiaro: pubblicare per il solo gusto di averlo fatto non conta; bisogna infatti decidere se lo si fa per l’Arte (quella con la maiuscola) o per i soldi (che anche con la minuscola valgono uguale). Nel primo caso tanto vale mettere i propri scritti disponibili pubblicamente con una licenza di tipo CC, senza tante preoccupazioni. Se piaceranno tanto meglio, sarà diventato una specie di investimento nel nostro futuro o nella Storia. Se non piaceranno, avremo avuto la possibilità di trarre un qualche insegnamento, se saremo capaci di analizzare i motivi del fallimento.
Avendo invece deciso per la pubblicazione nella speranza di averne un guadagno, bisogna ricordarsi che siamo entrati nel mondo del commercio e che dovremo muoverci di conseguenza. Se vogliamo che qualcuno spenda i propri soldi per darli a noi, è necessario fornirgli un prodotto che valga la pena di essere acquistato, che sia di carta oppure di bit, che sia editoria a pagamento oppure self-publishing.
Si pubblicano diverse decine di migliaia di libri all’anno: perché dovrebbero comperare proprio il nostro? Per avere un bel libro, al di là del contenuto in sé, bisogna spendere dei soldi per pagarsi un editor che lo ripulisca. Bisogna spenderne ancora per pagarsi un grafico e fare una bella copertina. Bisogna anche spendere per programmare (ed attuare) una campagna promozionale. L’idea di non spendere nulla e fare tutto da sé è impraticabile: nessuno può assommare competenze editoriali, grafiche, di marketing. Se fosse in grado di farlo avrebbe già la propria Casa Editrice, no?
In questo contesto, il problema grande del self-publishing è uno solo: la scarsissima qualità di quanto viene messo a disposizione. Copertine orribili (e passi). Trame sconclusionate (forse sono io che non capisco). Ma soprattutto impaginazioni terribili ed errori di ortografia e sintassi. Però su questo non si transige: siamo in Italia, è necessario scrivere perfettamente in italiano. Quando un acquirente si è già scottato diverse volte, non è più disposto a spendere neanche i fatidici 0,99 euro. Non lo faccio io e credo non lo facciate neppure voi. Fatto tutto questo, possiamo rivolgerci ad una delle piattaforme di pubblicazione su Internet (ce ne sono diverse, ciascuna con la propria peculiarità) oppure rivolgerci ad un editore a pagamento, che in buona sostanza è un tipografo, per avere il prodotto finito e vendibile.
Adesso riamane l’ultimo scoglio: trovare qualcuno che lo compri, nel marasma di quello che viene offerto e distribuito. Qual è, dunque, la soluzione? Cercare di farsi conoscere prima: usando un blog, mettendo a disposizione altri scritti, distribuendo copie gratuite del proprio libro.
Faticano gli editori veri ad avere prodotti di qualità. Se vogliamo batterli, non c’è che una strada: fare un lavoro migliore del loro.