BARAFONDA — quinta puntata

Quando guardo questo intricarsi di piante, arbusti, erbacce, insalate, cavoli, erbette mi si stringe sempre un po’ il cuore, come mi sentissi migliore, poi tiro su forte col naso e ne sento l’odore, intenso di erba, seguito dal fiume, poi ancora dal mare. Spesso ho le narici bruciate dall’alcol e tutto questo lo immagino, ma a volte ancora lo sento.

Un romanzo di Michele Marziani pubblicato a puntate su Medium. I capitoli precedenti del romanzo sono stati pubblicati qui

Sulle orme di “Barafonda” durante un corso di scrittura (foto di Minny Ornella Augeri)

Capitolo IX

Ecco, tutti fanno qualcosa, fanno forse più lavori, tanti mestieri e tengono in piedi un microcosmo a dieci metri da casa mia.

Sorrido mentre indosso gli stivaloni di gomma ascellari: con quanta facilità si può entrare nei panni degli altri. Panni, vestiti, scarpe. Ripenso di nuovo a quella volta della Caritas. Era stata Camilla a dirmi di andare dal parroco che forse mi avrebbe dato una mano. Ma, onestamente, non mi sembrava bello andare a presentare il mio nuovo stato di povertà, di bisogno, di non so nemmeno io cosa, a don Giancarlo che ogni tanto prendeva un caffè quando passava a benedire la casa. Vero è che oltre a qualche chiacchiera formale di me sapeva poco, ma che io fossi il pediatra del quartiere, beh, era noto anche ai sassi. Ecco, la figura del pediatra barbone, se posso, non la faccio volentieri. Allora mi è venuta in mente la Caritas, la distribuzione dei vestiti. Ho pensato che con Camilla in trent’anni di vita agiata, sì agiata è la parola giusta, ne avevamo messi di abiti nei cassonetti per i poveri, ad ogni stagione, ad ogni cambio di guardaroba. Allora adesso che il mio guardaroba era francamente inguardabile potevo andare a vedere di trovare un paio di calzoni, magari una camicia o un giaccone per l’inverno che stava arrivando.

La Caritas è in un palazzo grande, un vecchio istituto, architetture da orfanotrofio, c’è una scalinata da salire, un portone da spingere. Dentro c’è cattivo odore e ci sono delle sedie, su ognuna c’è un negro, un cinese, uno zingaro o un vecchio. Io non sono nessuno di loro, è la prima cosa che ho pensato. Sì, mi sono anche detto che forse avrei avuto il diritto di precedenza, in fondo non solo sono italiano, ma abito pure nel quartiere lì vicino e ho fatto del bene alla gente per tanti anni, mica sono stato a mendicare tutta la vita come questi che mi stanno attorno. C’era un vecchio dietro alla guardiola, credo mi abbia letto nel pensiero. Mi ha fatto entrare prima, ma non perché fossi italiano: venga, venga dottore, avevamo letto del suo caso, ma non pensavamo fosse così grave… Ecco, improvvisamente mi sono sentito chiamare grave, oltre che dottore. Ho atteso l’arrivo di monsignor Francischi in persona, il responsabile della Caritas. Mi ha trattato con deferenza all’inizio, mi ha dato del lei, mi ha detto stia comodo, racconti. Allora ho detto di me: vorrei solo dei vestiti, ne ho donati tanti nella vita.

Ma dove abita adesso? Non ha più una famiglia? Mi dica come è andata…

È andata come c’era scritto sui giornali, ho tagliato corto, non mi piacciono le domande.

E sua moglie come mai l’ha abbandonato?

Lei cosa avrebbe fatto?

Non sono sposato, a noi non è concesso, ha detto monsignor Francischi sorridendo. Pensava di stemperare il clima, di fare dell’umorismo, ma a me il suo sorriso stava già dando alla testa.

Non le piacerebbe andare in una comunità? In un luogo dove le sue competenze potrebbero essere utili a qualcuno? Sa noi avremmo la possibilità di ospitarla, di darle una mano anche…

Ma io volevo solo un cappotto…

Dove vive ora?

A casa di mia madre…

Non le basta la sua pensione per darle una mano?

Mia madre è morta…

Quindi lei possiede una casa?

È suo questo palazzo dove stiamo? Ho ribattuto, non sopporto la gente che vuol sapere la marca delle mutande. Cosa c’entra, mica sono venuto io a chiederle un cappotto. Ha ragione, ho sbagliato. Mi sono alzato. Avrei dovuto bestemmiare forse, mandare qualche accidente a Dio che si avvale di collaboratori privi di tatto, ma del tatto di Dio non ricordo di aver sentito parlare al catechismo. Così sono uscito pensando a quanti vestiti buttati via, dati a sbafo a questi ministri della povertà. Ministri? Amministratori del condominio dei poveri, salvaculo dei negri, spocchiosi e ignoranti, tutte parole che ad essere coraggioso avrei dovuto dire lì per lì. Invece mi sono limitato a: monsignore ho fatto un errore. Ma lui non ha capito pensava di essere in confessione e ha risposto: tutti ne facciamo. Il mio è stato venire qui, questo avrei dovuto ribattere e invece è stato il cuore a cominciare a battere e i piedi mi hanno portato giù dalle scale, fuori dalla sala d’aspetto.

Nei giorni successivi ho visto venire davanti a casa almeno tre volte il prete giovane della chiesa vicino, guardare dal cancello, cercare il campanello, ma il davanti per fortuna è sbarrato. E di cercare la porta dietro alla casa non viene mai in mente a nessuno. Non aveva comunque un cappotto per me. O un giaccone. O un pacco di indumenti qualsiasi. Ecco, infilare i cosciali di Kaddour è stato davvero infinitamente più facile anche se prima di tutto ho pensato che sono gli stivali di un negro.

Capitolo X

Non sempre la pesca va come il primo giorno, non sempre è roba da venti euro. Però ogni volta è acqua, è umido, è tosse, freddo, mani che perdono sensibilità, bottiglie di Johnnie Walker per contrastare il clima e anche loro costano, le bottiglie intendo, anche se dividiamo, spesso offre Habib e poi lui le compra a prezzi stracciati da amici, russi credo, immigrati pure loro. Spesso quando un sorso è di troppo penso che dentro sia veleno, che le riempiano con qualche liquore distillato dalla mafia russa, a San Pietroburgo o a Napoli che tanto tutte le mafie sono uguali e tutti i torcibudella pure. Torcibudella è una parola che ho imparato dai fumetti, forse da Tex Willer, non ricordo bene, è roba di quand’ero ragazzo, ma il significato è chiaro: schifezza contraffatta, whiskey, detto con la e, all’americana e all’irlandese, della peggior specie, come quello che si ingolla su questa barca dove si pesca rapidi per non essere intercettati dalla guardia costiera, dove si rientra veloci e ancor più in fretta si tirano in secca le lance sotto al ponte. È mestiere quasi da contrabbandiere, mi ricorda tanto gli scafisti, quelli che ce li portano qua questi pezzenti che ci stanno riempiendo il quartiere. La nazione, anzi. Poveracci, con questi sorrisi sempre stampati in faccia. Sì, sì, lo so sono ingiusto, mi danno lavoro, mi invitano anche a casa a volte, Zamira mi ha aggiustato un paio di pantaloni, ma solo l’odore della loro pelle a volte mi batte in testa. E poi sono tutti perfettini, bravini, vanno bene a scuola, fanno sette lavori, cinque preghiere, salamelecchi, sorrisi…

Tutto a posto Frenc?

Mi giro è la voce di Kaddour, sento che subito dopo dice: Frenc non si sente bene…

Sto benissimo sporco negro, vorrei rispondergli, e invece sento le gambe che hanno ceduto, che sono scese sul fondo della lancia prima che io solo potessi pensarlo. E le mani hanno lasciato andare i pesci e le lenze e sono poggiate a raschiare il fondo lurido della barca. Cazzo!

Sono caduto, svenuto, nemmeno io so cosa.

Dagli un altro sorso figlio! Sento Habib che grida perché il motore ha preso giri e rumore e viriamo verso riva. Metà del tempo di pesca è perso e io anche mi sento perduto, stavo solo pensando e mi sono trovato in ginocchio.

Forse è meglio che non venga più con noi… Sento dire a Kaddour.

Lo deciderà Frenc, risponde Habib, lui è il mio secondo, devi avere rispetto.

Come se io me ne facessi qualcosa del rispetto di questi qua. Mi servono i loro soldi, questo sì e il whisky, anche. Anzi, il whiskey. Forse ho solo bevuto troppo o il freddo non è per me, non alla mia età che non sono più un giovanotto. Habib mi stringe forte un braccio e lo sento sussurrare: dai vieni Frenc siamo arrivati… Adesso riesco a girare la testa e vedo l’argine con il fango, l’erba rada, la lingua in cemento alla base del ponte, insomma, le cose di casa, la tristezza dell’inverno vista stando a carponi sul fondo di una barchetta. Cerco di tenere da solo la posizione eretta, Habib mi sostiene saldamente, io incespico.

Devo bere di meno, dico.

E coprirti di più, è freddo Frenc e non siamo più des enfants. Lo guardo e vorrei dirgli che io e lui siamo diversi. Punto e basta. Ma dico grazie, perché mia madre mi ha insegnato ad essere educato.

Entro in casa e sprofondo sotto le coperte che tengo accatastate vicino al divano. Prendo due pezzi di legna e li metto nel camino. Ho trovato molta legna nodosa e salmastra, lungo i piloni dei ponti e sotto ai casotti da pesca. Regalo dell’ultima piena. Habib e la sua famiglia non usano la legna e i bambini mi hanno dato una mano a raccoglierla e a portare i ceppi davanti a casa. Kaddour, Abdelaziz il calciatore e Omar, mi hanno aiutato a tagliarla. Ho detto a Zamira che Mustapha ha un principio di scoliosi e sarebbe meglio farlo vedere da un fisiatra. Lei mi ha guardato strano, come se fossi io a dovermi far vedere. Già, non ho mai detto a questa gente che sono, che ero, un dottore. Mi piacevano i bambini, mi faceva sentire importante averli intorno. Ascoltare le mamme che lamentavano colpi di tosse, brutte infiammazioni, orticarie,notti passate insonni perché i figli respiravano male. Poi chiedevano consigli sull’alimentazione, sulle allergie, su quanto sole sia meglio prendere, su quante ore bisogna dormire, su quanto occorra essere alti a sei anni. Io sorridevo e parlavo solo con i figli, con i bambini. Ti senti bene? Se lui scuoteva la testa cominciavo a preoccuparmi, se no gli allungavo una caramella. Poi davo qualche buon consiglio alle mamme. Qualcuna sulla caramella non era d’accordo, si era alleata con qualche dentista, ma io con calma spiegavo che le carie si curano, la tristezza un po’ meno. Non capivano mai, ma al momento delle vaccinazioni, o coi primi raffreddori erano lì in ambulatorio. Proprio dietro casa. Anzi, era una parte della casa, ci si arrivava anche da una porta interna, ma io la tenevo chiusa. Mi piaceva uscire al mattino, accompagnare i ragazzi a scuola, prima Marina, poi, quando è cresciuta, Lucia e alla fine il piccolo Ernesto. Poi tornavo e andavo in ambulatorio. Come andare a lavorare, non sembrava nemmeno la porta accanto. Per un poco avevo avuto anche un’infermiera, corpulenta, dai modi spicci, un po’ impicciona anche, ma a Camilla non piaceva l’idea che mi girasse intorno un’altra donna e così alla prima occasione, per lei intendo, per Monica, si chiamava così l’infermiera, l’ho lasciata andare senza più sostituirla. Col camice mi occupavo dei bambini, di farli crescere, di dar loro buoni consigli prima ancora che medicine. Le medicine sono cose per chi sta male sul serio, dal pediatra ci si va, di solito, solo perché si sta crescendo. Eppure ne avevo curati di ragazzini malati, malati gravi intendo, con il papà di Camilla, col professor Rossi, Ernesto, da qui il nome del mio di Ernesto, in Africa, nel Congo. Era lui il mio professore di università, lui mi ha fatto conoscere Camilla, mi ha fatto amare il mio lavoro, riconoscere la sofferenza, imparare a operare in condizioni estreme, per risolvere problemi che da noi neppure esistono, tagliare arti in cancrena, vedere le infezioni che ti portano via i figli. Anche loro erano negri, di quelli proprio neri poi, ma erano a casa loro, dove devono stare, dove noi si va per dargli una mano. Beh, tutto questo è finito. L’ultima bottiglia, anzi il fondo dell’ultima bottiglia, anche. Eppure questi ricordi di merda, questi pensieri di una vita impossibile da riavere, vorrei farli secchi per sempre, cacciarli via, annegarli, nel freddo, nel gelo, nell’alcol. Quasi quasi accendo il telefono e chiamo Jelena, così forse riesco a chiudere questa giornata. Poi penso che anche scopare è fatica, parlare poi… Allora apro un libro e con il libro aperto ritorno in giardino. L’aria è meno tagliente, protetta dall’argine, vado verso l’orto e penso a mamma che si era invaghita di questa storia del giapponese che faceva crescere le cose come fosse la natura in persona. Masanobu Fukuoka, se li era tradotti da sola i libri, dall’inglese, non dal giapponese. Aveva imparato piano piano, negli ultimi anni. Venivo a darle una mano, tanto che quest’orto posso dire di averlo davvero fatto anch’io. Saremo costretti a vivere così, a mangiare le nostre cose, non durerà per sempre, ricordati figlio mio. Io non ho avuto bisogno di ricordare, mi sono trovato l’orto che da solo mi diceva quanto indietro fossi finito nella scala dei valori del mondo. La fortuna dell’orto sinergico è che fa tutto lui. Tu devi solo piantare i semi di tanto in tanto e molte piante si riproducono anche da sole. È una grande aiuola sormontata da un intreccio di tondini in metallo, degli archi piegati, quasi fosse una capanna degli indiani d’America. Sì, lo so, si dice nativi americani, ma pur sempre di pellerossa si tratta. Su questa ossatura si snodano i rampicanti, le piante robuste, a terra si evita l’eccesso di erbacce con la pacciamatura di paglia e se le erbacce crescono comunque si lasciano. Non si deve ingolosire il terreno con i fertilizzanti e i concimi e pure l’irrigazione richiede una certa parsimonia, anzi avarizia: l’orto deve sapere che non c’è da scialare. Così si irriga a goccia, appena quello che serve per non morire di sete. L’acqua la raccolgo in un grande bidone di quelli che una volta si usavano per la benzina. È acqua piovana. Solo se non piove per lungo tempo, a volte, scendo al fiume col secchio e riempio il bidone. Gli ortaggi che crescono sono tutti un po’ strani, nessuno ha un verso, le quantità sono quelle che capitano, le dimensioni pure, zucchine da primato e melanzane per nani, ma tutto ha un sapore che sembra uscire da un libro di favole. Credo sia la cosa migliore che mi abbia lasciato mia madre. Quando guardo questo intricarsi di piante, arbusti, erbacce, insalate, cavoli, erbette mi si stringe sempre un po’ il cuore, come mi sentissi migliore, poi tiro su forte col naso e ne sento l’odore, intenso di erba, seguito dal fiume, poi ancora dal mare. Spesso ho le narici bruciate dall’alcol e tutto questo lo immagino, ma a volte ancora lo sento. È per questo che quando vedo un bambino guardo se ha problemi alla schiena, o ai denti.

Questo è un esperimento di pubblicazione di un romanzo a puntate su Medium. Se avete dubbi e commenti non esitate a farli. I prossimi due capitoli di Barafonda si possono leggere qui.