Dove scrivere un libro
Ovvero quanto contano le geografie minime nella vita di un narratore

Ho una passione per la cupezza dei luoghi. Le immagini con gli scrittori felici che lavorano in giardino non fanno per me. Ho sempre scritto in angoletti angusti anche quando avevo a disposizione spazi immensi. Poi, magari, quando faccio il lavoro di editing scelgo ambienti solari, dove si respira, ma per scrivere sono attratto dai sottoscala. La stanzetta di Harry Potter al numero 4 di Privet Drive sarebbe il mio studio ideale.

La figlia del partigiano O’Connor l’ho scritto quasi interamente a Dublino, nei sotterranei del Trinity College, nei tavolini un po’ sfigati tra i bagni e la macchinetta del caffè. Quando rileggo le pagine che raccontano il vento e le nuvole del viaggio in Irlanda di Pablita O’Connor, sorrido pensando a quello spazio illuminato da vecchi neon, con vecchi professori che ripassavano qualche appunto e studenti in cerca di un antro oscuro per meditare su qualche esame. E mica ci sono andato apposta, proprio no. Era un giorno di sole. Avevo portato il computer a Trinity, volevo scrivere sul prato davanti alla Old Library. Mi è venuta voglia di un caffè, il bar era chiuso, ho preso la via delle macchinette sotterranee e per più di un mese non sono riemerso.

Nel nome di Marco, invece, l’ho iniziato ad Oropa. Al santuario, quello della Madonna Nera e dell’epica vittoria in fuga solitaria di Marco Pantani. È la storia di un prete salvato dal ciclista. Il contrario non è accaduto, purtroppo. Mi serviva un luogo dalla sacralità imponente. Ho affittato la stanzetta più piccola, quella per gli esercizi spirituali del seminaristi, con il lettino a una piazza, le lenzuola ruvide, il bagno in fondo al corridoio. Eppure l’immenso era lì dietro l’angolo. Grande esperienza di scrittura in solitaria. Mangiando solo mele per tutto il giorno chiuso tra le sacre mura. Poi alle 18 l’ora della libertà: la passeggiata nel bosco, il ristorante buono la sera. Il romanzo l’ho poi terminato al rifugio Casa Ponte di Tredozio, in quella che chiamavamo la stanza del presidente, nella penombra del pomeriggio con un filo di vento che si insinuava nella calura. Una luce da crepuscolo permanente. Sentivo il suono delle campane e poi le folle incitare Pantani. Fuori c’era solo l’immensità del silenzio e, la domenica, il chiacchiericcio dei viandanti delle foreste sacre e le voci squillanti degli avventori dei giorni festivi.

A Milano ho scritto Fotogrammi in 6x6, in una casa di ringhiera col piccolo terrazzo dove ogni sera portavo a spalla la bicicletta per le scale. Unico modo per ritrovarla la mattina. Quei capitoli che pescavano in un’infanzia di città di mare nascevano da una scommessa d’amore e da quel terrazzino quadrato di città dove l’edera si avvinghiava alla vita, incurante dell’incombere di palazzi infinitamente più alti. Scrivevo di altri argomenti, allora, oltre a raccontare storie, ma Fotogrammi in 6x6 era l’unguento di qualcosa che mi urlava dentro obbligandomi a pensare alla fine dell’urbanesimo. Non a caso Fotogrammi in 6x6 è il frantumarsi di un mondo, del sogno di mondo.

Anche se può sembrare impossibile Umberto Dei e La signora del caviale li ho scritti insieme. In un precariato che sembrava non avesse uscita. Senza casa, dopo aver abbandonato Milano, ospite nella stanza del fondo di un amico a Rimini, piccole finestre ad altezza degli occhi, il materasso a volte bagnano di umidità e due storie imperiose che pretendevano la mia attenzione: io volevo scrivere Umberto Dei, mi ci dedicavo anima e corpo, ma La signora del caviale invocava la mia attenzione, mi obbligava a distrarmi, ad occuparmi di lei. Sono uscito da lì dopo mesi, quasi non sapessi più vedere la luce, ho cominciato a percorrere la polverosa ciclabile lungo il Marecchia, dal mio sottoscala al mare e ritorno. Su questa pista di terra e sassi avvolta dall’odore del fiume ho incontrato la casa semi diroccata di Franco Botteghi. Appena ho trovato una casa per me, a due passi dal Grattacielo di Rimini, con pochi metri di giardino dove mettere i vasi con le piante aromatiche, allora e solo allora ho scritto di lui, di Franco Botteghi, nel romanzo Barafonda. È successo tutto in pochi anni, incredibilmente prolifici.

La trota ai tempi di Zorro è stato il primo. Ha aperto la strada, mi ha insegnato che le parole mi vengono meglio con poca luce, meglio se di taglio, pomeridiana, una lampada piccola e l’odore del legno. Dall’altra stanza lo scoppiettare del camino. Spesso le chiacchiere intorno al bicchiere di vino. L’ho scritto in certi pomeriggi in “Casa Marziani”, nella baita di montagna dello zio Piero, a Pra Bernardo, in valle Antrona, in quell’Ossola che per tanti anni mi è stata rifugio. Era il tempo in cui mi domandavo del da farsi, del futuro. Avevo perso il lavoro senza nessuna voglia di cominciarne un altro. Stavo imparando qualcosa di importante ma non riuscivo a capire cosa fosse. Le parole che si componevano come musica sul foglio mi stavano indicando la strada: sapevo raccontare storie, dovevo farne tesoro.
