La natalità, la politica e la cultura politica

Che abbiamo nel nostro paese un problema immenso di tipo culturale è un dato di fatto. Ogni giorno qualcuno si sveglia e scriverà riguardo i dati di analfabetismo funzionale della popolazione adulta. Per inciso variano tra il 65% e il 70%, a seconda delle indagini, le percentuali di italiani affetti da tale fenomeno, che non è l’analfabetismo antico, il non essere stato coinvolto in processi educativi formali, ma è fenomeno relativamente recente e di seconda età repubblicana, cioè trattasi di regressione funzionale di competenze acquisite, molto spesso dovuta al “mancato esercizio” (la più pericolosa perchè subdola e può interessare anche porzioni di popolazione con titolo di studio, anche di diploma o di laurea), oppure da fragilità intrinseca nella competenza comprensione di un testo e mai più sanata (porzione di popolazione che aveva raggiunto scarsi livello di rendimento scolastico). La cosa dovrebbe essere affrontata con politiche sistemiche adeguate (il cosidetto life long learning) rispetto a un teorema: gli italiani adulti non leggono. O leggono poco. La funzionalità “comprensione di un ragionamento complesso”, che si coltiva soprattutto con la lettura frequente e continua, dunque piano piano si rattrapisce, fino a perdersi. Le conseguenze sono tante e varie, i pericoli sono intuibili, anche sul piano della qualità democratica e della capacità del sistema politico di offrire, far comprendere e far votare scelte politiche di importanza generale e particolare, anche semplici.

Che abbiamo un problema di cultura politica diffusa è una logica conseguenza.

Che abbiamo un tema poi di cultura politica specifica anche in classi dirigenti selezionate è un altro dato, in alcuni ambiti chi scrive, cioè io, non si sente immune, di mancanza di cultura politica, anzi. Il rimedio? Chiedervi scusa studiando.

Quando ho letto ieri del fattaccio occorso a Patrizia Prestipino, che conosco e che sicuramente non posso identificare con una persona che testimonia tesi fasciste o razziste, fattaccio che definiremo “lapsus razza”, la mia reazione è stata quella del silenzioso e personale dissenso, ma ho sentito il bisogno di sospendere il giudizio e di concedermi un supplemento di riflessione e di studio. Non basta esprimere il ribrezzo istintivo per certi termini, no, non basta, Patrizia, perdonami, no, non si può averlo nemmeno come lapsus, il mio fastidio è andato oltre perchè in quella dichiarazione non è stato solo il lapsus a trovarmi distante, ma anche il concetto che stava dietro e lo svolgimento di quella frase. Non sono riuscita a condividerlo e, nemmeno a comprenderlo. Sta nella nostra cultura politica non condividerlo, e sta nella cultura politica generale comprendere dove certi ragionamenti sono collocabili e perchè. Specialmente quando si rappresenta una comunità che su quei ragionamenti sta attivando riflessioni e discussioni. Nervi scoperti. Se c’è qualcosa di positivo in tutta questa discussione sui nomi, i significati e le questioni, risiede nel fatto che si sono aperte ferite non chiuse e quale momento migliore se non l’affrontarle e il curarle? Perchè che ci siano dei problemi rispetto alla natalità è cosa chiara. E il partito è il luogo dovre trovare sintesi, riflessione e consapevolezza.

L’argomentazione del mio non condividerlo si è subito scontrata con la necessità di approfondire, di andare a studiare, di sanare una falla nella mia cultura politica, pur occupandomi da decenni di questioni di genere.

Non è semplice quello tento di dire e so che senza premesse necessarie verrebbe frainteso proprio perchè magari non seguirei i giusti passaggi di ragionamento. Mi limito solo a fissare alcuni punti, e li lascio a voi e alle successive riflessioni, prima di andarmene a studiare, ma sono spunti, come tutti i problemi complessi, andrebbero assunti non come dati, ma come punti di partenza:

  1. La natalità è un tema con cui abbiamo un problema sociale e culturale insieme?
  2. La natalità è un dovere sociale o una scelta personale? Chi scrive pensa che sia la seconda, ma apro il dibattito.
  3. Essendo una scelta personale, o un deficit di libertà di scelta personale, la mancata natalità (o la difficile gestione di essa) è una ferita aperta in Italia (è una ferita aperta in Italia) sulla quale, prima di buttar sale di polemiche andrebbe effettuato un supplemento di cura, la ferita andrebbe pulita, osservata e sarebbe da trattare all’interno dell’affermazione “ E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”? Punto interrogativo, punto interrogativo, punto interrogativo. La persona umana. A prescindere da ogni altra connotazione. Non le mamme, non i papà, non gli uomini, non le donne, non l’infanzia, ma la pesona umana. Persona umana. E dunque problema culturale e individuale. L’ho già scritto. Mila, che cambia ai fini concreti? Cambia, cambia, cambia eccome, perchè la radice del problema è tutta lì.
  4. Le politiche demografiche servono a risolvere un problema del paese o un problema della singola persona umana nel momento in cui compie una scelta e tale scelta trova ostacoli? E ci metto anche il crollo della fertilità maschile, eh. E ci metto l’assenza vergognosa in ogni dibattito sulla necessità di una adeguata educazione sessuale a scuola ( Mi segnala un’amica docente universitaria, in una chat di donne incinte: “L’ecografia dice che è femmina, il gioco del cucchiaio dice che è maschio. Non so a chi credere”. Risposta: “Fai quello del calendario cinese sesso nascituro. Lo trovi su google e ci prende sempre”. Le mie studentesse del corso di laurea in servizio sociale: “Una donna mestruata non deve toccare le piante, non deve fare torte, non deve travasare il vino”.
    Dal blog alFemminile: “Ciao.ho 13 anni e devo poprio kiedere cuesta cosa xkè ho tanto il dubbio. xkè ieri ho fatto l’amore con un ragazzo. lui mi ha detto ke la prima volta nn perdi tutta la verginità ma solo pokissimo”.
    Una ragazza che conosco: “Non penso di essere incinta, mi sono lavata con la Coca Cola”. No, di questo per carità, nessuno mai, non è di moda, ditemi come lo facciamo diventare di moda, dicendo “che razza di educazione sessuale”? Una recente petizione sul tema ha raggiunto solo cento firme ). Singola persona, non categorie o ruoli. Pericolosissime eterogenesi dei fini. Mila, linguaggio astratto, sii concreta: concretamente, se non definiamo quale è il fine e da dove si parte, qual è la direzione che si vuole intraprendere, le politiche conseguenti saranno sbandate, parziali, inefficaci o, peggio, sbagliate. Cioè il problema non lo risolviamo, perchè nemmeno lo individuiamo.
  5. Le politiche demografiche riguardano l’identità nazionale e la preservazione della stessa o l’identità della persona e dell’individuo genitrice o chi nasce? Posto che sia semplice definire l’identità nazionale. Da siciliana metto le mani avanti: io non ho una sola identità nazionale, persino la Scuola e il cibo che mangio sono sincretici e, se rifletto un attimo, nessuno dei miei cibi, dalla cassata, al cannolo, alla frittata con le patate, al tirami sù, alla pizza ha una identità riconducibile a un solo “ceppo”, chiamatela matrice, origine, o non so come, ma ne ha almeno dieci, ma non ne ha nessuna. Che devo preservare? Il mucchio, il luogo, il tempo, l’ingrediente, l’origine? Non so se ho usato gli esempi giusti per dire che non è proprio nella mia cultura preservare una sola cosa ma coltivare tante cose e insieme.
  6. Le politiche demografiche vanno affrontate come una questione femminile o come una questione politica generale?
  7. Abbiamo un problema di rimozione culturale, storica e politica del termine e delle tematiche legate alla natalità, per lungo tempo rimosse perchè “di stampo fascista”, proprio per la confusione concettuale del problema, che non è “di patria, di mamme, di razze”, ma bensì di scelta personale? E , nello stesso tempo, si pone urgente una discussione sulla rimozione degli ostacoli di quella che è una scelta personale e dunque un tema di diritto della persona? Ostacoli dunque che non sono solo sociali o economici ma sono anche culturali, che limitano in qualche modo il pieno attuarsi delle scelte in questi ambiti?

Allora, siccome queste sono le mie domande e su queste, come dicea il poeta, “vò comparando le passate stagioni e la presente e viva e il suon di lei”, più che suono, frastuono, non ci rimane che seguire la medicina migliore per formularle meglio, cioè leggere, cioè studiare, per colmare alcuni vuoti di cultura politica mia,per formulare le giuste domande. Perchè solo a domande ben formulate, coi concetti adeguati e parole adeguate, su cui convergere in modo chiaro e semplice, anziche divergere complicandosi e fraintendendosi, solo alle domande ben formulate corrispondono politiche efficaci. Ripeto, io ho solo da imparare ancora molto su questi temi. Ma alcuni sono proprio a zero, soprattutto nel paese, e sono contro, e non ci assolvono le buone intenzioni.

E dunque inizio da questo consiglio di lettura, datemi i vostri, di consigli di lettura, leggiamolo insieme e dopo averlo letto, propongo all’on Titti Di Salvo di fare una discussione insieme, dentro il partito, per uscire con una sintesi, una linea, non con una dichiarazione estemporanea, per quanto fraintesa, o detta male, o inconsapevole, che cade tutta sulle spalle di chi la fa e magari non trova rete, e provocando disagio in parte di quella che è comunque una comunità di riferimento, complessa quanto ci pare, ma di riferimento, a questo serve un partito; la discussione, la sintesi, la riflessione comune, mettendo sul tavolo anche la condivisione di culture politiche, di letture politiche, è la premessa a un possibile elenco di azioni di politiche efficaci, date premesse e domande non dico giuste, ma comuni, perchè un attimo dopo il problema è mettersi in testa che farlo comprendere, o discuterne anche con quel 70% di persone di cui sopra è un dovere etico:

“Anna Treves

Le Nascite e la Politica nell’Italia del Novecento

Collana: «Il Filarete. Pubblicazioni della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano» 198–16 x 23,5 cm — pagg. 530–2001 — € 55,50 
ISBN 88–7916–162–8

SOMMARIO: Introduzione — I. La questione delle nascite in Europa e l’‘anomalia’ italiana: 1. La scoperta dell’‘irreversibile declino’ della popolazione europea — 2. L’equazione trionfante: la denatalità, il pericolo e il male — 3. La scelta degli stati europei: stimolare le nascite — 4. L’‘anomalia’ italiana e il manifesto del natalismo fascista. —

II. La cultura demografica italiana: gli studi, la politica natalista, la politica della razza: 5. Descrivere le nascite — 6. Interpretare la denatalità: Cause biologiche o scelte volontarie? Un’aspra polemica — 7. ‘Afferrare’ la denatalità — 8. Una scienza di regime — 9. Gli studiosi di popolazione, tecnici della politica delle nascite? — 10. Studiosi italiani, razzismo nazista, razzismo coloniale — 11. Dal 1938: il nesso inscindibile demografia-razza e l’ambiguità dei demografi. —

III. La memoria del fascismo e la questione delle nascite nell’Italia repubblicana: 12. Il dopoguerra: la politica delle nascite un fantasma da rimuovere — 13. Nell’Italia del boom e dei diritti civili. Le nascite? Nessun problema — 14. I demografi fuori dalla scena. Uno sguardo dentro le loro torri — 15. Il ‘crollo’ della natalità e le voglie nataliste paralizzate dal ricordo — 16. Torna la politica natalista: la rimozione del tabù — 17. Fili di continuità. — Riferimenti bibliografici — Indice dei nomi.

«Italiani, fate più figli»: una parola d’ordine che è stata un simbolo del fascismo. Oggi è di nuovo in auge. Un passato che ritorna o tutt’un altro fenomeno? Tra geografia e storia della popolazione, storia del pensiero demografico e storia politica, questo libro segue il sorgere, lo sparire e il riemergere in Italia, lungo quasi un secolo, dell’idea che lo stato debba promuovere la natalità. Lungo il filo rosso del nesso fra interpretazioni dei fatti demografici e scelte politiche si intreccia una molteplicità di temi: il confronto fra dinamiche demografiche e politiche nataliste, nell’Italia fascista e nel resto d’ Europa (l’Italia un’eccezione? l’Italia come gli altri?); il processo che induce il fascismo a fare della questione delle nascite una priorità assoluta, il prender forma, sotto gli auspici del regime, della demografia come scienza autonoma, il delinearsi, nell’Italia del tempo, di una variegata e singolare geografia delle nascite (più figli nelle città che nelle campagne?). E un rilievo particolare assume la questione dei rapporti tra regime e demografi, fino al saldarsi della politica demografica con quella della razza. È la continuità nella discontinuità della vicenda, poi, che colpisce. Emerge chiaro come il ricordo incombente della natura ‘fascistissima’ della politica demografica abbia dominato — tra rimozioni e tabù — i modi di porsi rispetto alla questione delle nascite nel dopoguerra, tra dettami della chiesa, modello sovietico, minoritarie battaglie laiche. Ma, soprattutto, seguendo gli sviluppi che giungono fino all’oggi ci si rende conto che senza un confronto con questa lunga storia nella sua interezza mal si coglie il senso del risorto natalismo, di destra o di sinistra, nell’Italia della denatalità e dell’immigrazione.”