La riforma della formazione iniziale e della selezione dei docenti

Oggi viene presentato il parere finale di un progetto e di un processo di riforma della formazione dei docenti e della loro selezione che è l’esito di un percorso di riflessione che va avanti da almeno 40 anni ma che nessuno mai era riuscito a concretizzare di fatto; questa delega al governo, contenuta nella 107, è stata oggetto di discussione parlamentare ma “il suo svolgimento” è stato frutto dell’impegno di alcuni, in particolare dell’on. Manuela Ghizzoni e mio, a partire da una nostra bozza-scheletro poi discussa insieme ad altri che hanno collaborato, ai componenti dei tavoli tecnici e a quanti a vario titolo hanno contribuito con le loro riflessioni in occasione dei tanti incontri di confronto.
Questa delega non porta il mio nome e cognome e nemmeno quello di Manuela, ma porta il desiderio di tanti, le riflessioni di tanti e, consentitemelo, la nostra testardaggine e le nostre fatiche.

Oggi finalmente posso rispondere alla domanda che mi fece una mia alunna anni fa, “come si diventa docente prof?”, alla quale non seppi rispondere se non tra le lacrime di rabbia, perché le stavo dicendo: scegli un’altro mestiere e invece le risposi: te lo dirò tra qualche anno, tu studia. Oggi, cara Laura, posso dirtelo e potrai intraprendere un percorso chiaro. Te lo avevo promesso: cambiare la formazione dei docenti e la selezione. Questo s’è voluto fare e si è finalmente fatto con questa delega, migliorare la scuola, valorizzare le professionalità e nello stesso tempo dare un percorso certo, chiaro e di qualità a chi sceglie di fare dell’insegnamento la sua professione.

Questa era stata una mia richiesta al mio partito, alla mia area. Mia come di tanti e tante. Un ‘esigenza del Paese al quale abbiamo dato una risposta che è una visione.

Tutte le indagini e le ricerche, dal Rapporto Talis al The Learning Curve, confermano un pensiero che abbiamo in molti e che non è difficile da condividere: investire sulla formazione iniziale e continua dei docenti è il primo fattore di miglioramento dei sistemi d’istruzione, non si innova la scuola se non con formando e stimolando la consapevolezza di professionisti in campo pedagogico e didattico, ambiti che i docenti delle scuole superiori non hanno praticato, se non in forma autonoma, indipendente e non strutturata.

E’ stato uno degli impegni di lavoro più duri e importanti di tutta la mia vita, un desiderio feroce esaudito, di cui sono grata a molti, su tutti a Matteo Renzi, che mi ha permesso di vivere e lavorare fianco a fianco con una donna delle istituzioni come poche ne esistono: l’onorevole Manuela Ghizzoni, relatrice della delega, maestra e amica di politica, di tecnica e di vita e con un compagno di lavoro come il prof. Luciano Modica, che con noi ha vissuto tutti i passaggi.

La delega riguarda la formazione e la selezione dei docenti di scuola secondaria di primo e secondo grado (per intenderci: scuole medie e scuole superiori).

La visione: il docente come professionista riflessivo

Con la nuova delega sulla formazione iniziale e il reclutamento si compie l’assunto che non basta sapere per insegnare: è necessario stimolare e formare saperi, professionali non solo disciplinari, e competenze. Finalmente, competenze (legandole e sviluppando i possibili ambiti di competenze presenti nel contratto attuale dei docenti o in un futuro contratto) legando la formazione e la selezione dei docenti in un percorso organico e strutturato. E’ un percorso di studio che non finisce con la “conquista del ruolo”: la funzione docente è una funzione di “ricerca-azione”, troverete questa formula nella delega e, cari colleghi, sapete meglio di me cosa vuol dire: insegnare è essere professionisti, necessita studio, necessita sapere agito, necessità riflessione, necessita esperienza; non siamo impiegati, siamo professionisti dell’educazione, facciamo scuola e dovremmo dare la modalità della ricerca al nostro studio e al nostro insegnare.

L’intento iniziale è stato quello di disegnare un percorso di formazione che definisse un “professionista riflessivo”, in cui pensiero e azione, studio ed esperienza siano sempre strumenti di lavoro e di crescita nella scuola e per gli studenti e la comunità scolastica, in condivisione e arricchimento reciproco. E che tale arricchimento, tali risultati, siano portati anche negli ambiti accademici, per avere riflessione e monitoraggio e documentazione, dalla stessa scuola, in un percorso e in un flusso pari e sinergico.

Il percorso

Via il caos attuale, via gli anni di precariato, via le mille categorie di studenti e precari messi gli uni contro gli altri per politiche sbagliate e provvedimenti contraddittori, mettendo contro fra loro interessi legittimi. Via le spese per prendere l’abilitazione, per i tfa, per le sissis, via le ansie e le incertezze.
Via l’abilitazione stessa. L’abilitazione non c’è più. 
Via i calderoni di migliaia e migliaia di persone in fila e nel dubbio.

Si disegna un percorso verticale unitario in tre passaggi che prevede:

  1. l’aquisizione 24 crediti prima della laurea, negli ambiti psico-pedagogici, didattici e antropologici,
  2. un concorso
  3. l’accesso a tre anni di formazione teorico-pratica a cavallo tra scuola e università, distinto in un primo anno di specializzazione, con un primo momento valutativo, e poi due anni sempre più pratici, con percorsi teorici via via minori e momenti via via sempre più pratici legati a un progetto di ricerca- azione da svolgere con laboratori, lezioni e tirocini nella scuola, con la guida di tutor universitari e scolastici, fino a giungere alle supplenze in autonomia. Alla fine dei tre anni un altro momento valutativo.

Le commissioni, che seguono il docente in formazione per i tre anni, sono composte da docenti universitari e da docenti di scuola e da dirigenti, compreso il tutor scolastico e il tutor universitario.

Dopo i 5 anni di laurea, in base ai fabbisogni regionali, si bandiscono i posti nel corso/percorso, si entra con un concorso e dopo i tre anni pagati di formazione e di contratto a tempo determinato, si entrerà di ruolo, firmando il contratto a tempo indeterminato.

Si tratta dunque di 5 anni di corso di laurea, quale essa sia, e poi 3 anni già in contratto a tempo determinato, non si paga ma si viene pagati. Qualcuno può dire che è un percorso lungo? Personalmente ho acquisito una laurea, due dottorati, due master, un post phd e tre anni di lavoro precario, prima di giungere al ruolo. Altri colleghi decenni di lavoro precario e di incarichi di supplenze di qua e di là.

Qualcuno avrebbe preferito un percorso di 3 anni di università e poi un biennio specifico per diventare insegnante? Ritengo, e con me tanti di voi, che tre anni siano pochi per maturare saperi disciplinari adeguati, l’ approfondimento dei saperi disciplinari è una caratteristica del nostro sistema d’istruzione e della nostra identità alla quale non possiamo rinunciare, e credo che comunque non si possa precludere di poter fare altro (una laurea quinquennale offre molte più possibilità) agli studenti.

La scelta è stata a favore di un approfondimento della qualità dei futuri docenti. No, non è un percorso lungo, comunque si entra in class e comunque si viene pagati, e comunque si matura un titolo, mi riferisco a quei casi, che saranno rari, di docenti in formazione che non entrino di ruolo (per motivazioni oggettive tra le quali una mancata e certificata in itinere attitudine all’insegnamento, eventualità che oggi possiamo solo subire, non prevenire o correggere).

Dopo il concorso si entra comunque subito in classe, anche se in compresenza, subito dopo la laurea, all'inizio del percorso triennale. Giovani laureati in prova, non buttati dietro una cattedra senza aver mai visto una classe, con tutor e possibilità di maturare prima un bagaglio di esperienza e conoscenza.E’ un percorso che consente di verificare in itinere le competenze di un giovane tirocinante e di migliorarle e approfondirle e, se necessario, fermarlo.

Il sistema alternativo proposto da alcuni, dei tre anni più i due professionalizzanti, oltre a non dare adeguato spazio approfondimento della disciplina, non consentirebbe una pratica veramente tale, in sinergia con le scuole, rimarrebbe comunque un tirocinio diretto dal mondo accademico, in certo qual modo teorico, e noi abbiamo bisogno di far lavorare insieme scuola e accademia, ricerca educativa e docenti, tirocinanti e colleghi di ruolo.

Questa sinergia di saperi e competenze, tra università e scuole, sarà un modello che farà bene a entrambe e permetterà di legare finalmente la ricerca e l’innovazione didattica alla scuola e viceversa; la scuola porterà il suo apporto alla ricerca, rendendola ancora più importante e connessa al mondo della scuola, migliorando ed elevando il livello professionale di tutti e offrendo dunque una scuola sempre in miglioramento, nello studio e nell’esperienza.

Il docente riflessivo: un professionista, non un impiegato.

L’insegnante è uno studioso, un professionista che cresce e produce ricerca, che educa cittadini, che coltiva e trasferisce conoscenze e competenze in un modo in continuo mutamento, e che innova con consapevolezza didattica prima che tecnologica, è un particolare tipo di ricerca quella che potrebbe nascere e svilupparsi: quella che nasce e cresce in team, coi colleghi, nel corpo vivo della scuola, e con le proprie esperienze, finalmente documentate, monitorate, proprio come nella ricerca e proprio come in tutti gli ambiti professionali, in un circolo virtuoso accademia-scuola, tornando poi a essere utile strumento dei docenti, da utilizzare in condivisione, sotto forma di progetti, di esperienze, di metodologie didattiche.

L’insegnante è un professionista che costruisce la scuola delle competenze, vivendole lui per primo, nella sua formazione e selezione, insieme ai colleghi e in sinergia coi dirigenti scolastici: riconoscere le professionalità di docenti e dirigenti aiuterà a comporre comunità educanti (fatte di docenti, ma anche di famiglie, di dirigenti, di associazioni, di università, di territorio) sempre più aderenti ai bisogni educativi complessi attuali e sempre più sinergiche tra loro, come un corpo solo. Uniformando il percorso formativo e selettivo si potrà crescere come comunità educante, con un lessico comune per nelle diverse individualità. Oggi così non è, è una babele anche lessicale, di intenzioni, di direzioni, non solo di percorsi professionali:con percorsi chiari, con formazione di qualità, con “cassetti degli attrezzi” a cui tutti e tutte le docenti possono accedere e poi utilizzare, mutare, innovare, come meglio credono ma con conoscenza e consapevolezza si può davvero migliorare e innovare la scuola; si auspica che tutto ciò comporti una più efficace organizzazione della comunità educante e conduca a specificità di funzioni e direzioni: cambiata la formazione potremo lavorare adesso sull’organizzazione e sulle funzioni, cioè sulle carriere, in modo più limpido ed efficace, anche legando tutto ciò a un nuovo contratto.

E’ un progetto che permette di valorizzare socialmente la figura dei docenti e, nello stesso tempo, di togliere la professione dall’isolamento nella classe, o della scuola, un isolamento intellettuale oltre che professionale intorno ai temi didattici e pedagogici, oltre che disciplinari, che abbiamo vissuto per troppo tempo. Nella delega si creano le condizioni, il tempo e il luogo per la condivisione delle riflessioni sulla didattica e tale luogo particolare può crearsi intorno alla formazione dei nuovi colleghi, a cavallo tra accademia e corpo scolastico, oltre che intorno alla formazione continua dei docenti. Sicuramente in coordinamento.

Il modello e gli obiettivi

Il percorso prende a modello, oltre che esperienze internazionali, sia il dottorato che le scuole di specializzazione medica, creando un modello italiano aderente alla nostra tradizione: fondato sull’approfondimento dei saperi disciplinari e poi sul lavoro “in corsia” pera imparare a insegnare, e per stimolare le didattiche disciplinari sul campo, fatte di sperimentazione e di studio insieme, di innovazione metodologica e di programmazione consapevole di obiettivi, si studia coi docenti universitari per i saperi specifici ma ci si interroga coi colleghi nelle classi sulle competenze per “fare scuola” non solo per il “pensare scuola””, acquistando anno dopo anno autonomia, arrivando al terzo anno ad avere incarichi di supplenza, e, nello stesso tempo studiando e riflettendo sui processi, sulle ricerche, sugli ambiti pedagogici, didattici, psicologici, valutativi, inclusivi, antropologici, normativi, organizzativi…tutto quello che serve e che verrà poi incrementato con il bagaglio di esperienza e riflessione lungo tutto l’arco della carriera.

Il modello prevede flessibilità e assestamento: ogni passaggio verrà monitorato e accompagnato e adattato e migliorato, come è giusto che sia, nei processi, nei ruoli, nell’organizzazione e nei contenuti. Non tutto funzionerà e ci sono i margini di cambiamento e adattamento, in base ai bisogni e alle necessità dei mondi della scuola e dei mondi accademici. Mano a mano le singole esperienze permetteranno di migliorare progressivamente il sistema.

Il regime transitorio

La delega si preoccupa anche del regime transitorio, rimando al documento tecnico per approfondirlo meglio, perchè il transitorio è la parte più complessa e so che i colleghi precari hanno bisogno di precisione, che qua, per brevità non posso dare: è stato difficile comporre le diverse esigenze dei colleghi precari, ma speriamo, grazie alla solerzia e alla bravura tecnica di Manuela, e all’apporto con sindacati e categorie, di aver raggiunto una quadra accettabile. 
 La proposta discussa alla Camera permetterà di stabilizzare docenti attingendo dalle graduatorie per il 50% come da legge e da concorso in base ai posti e alle cattedre disponibili, si considerano anche i docenti delle seconde fasce. I docenti non abilitati presenti nelle fasce che abbiano svolto tre anni di servizio potranno essere ammessi direttamente al secondo anno di formazione.

Ringrazio, ringraziamo tanti, davvero tanti, tutti coloro che ci lavoravano da anni, Mariangela Bastico e il libro Bianco, le associazioni dei docenti, le associazioni sindacali, le compoenti e i componenti della 7 commissione alla camera, su tutti Simona Flavia Malpezzi, e del Senato, e molti altri: il prof Zara, della Crui, che ci ha permesso di confrontarci più volte con il mondo accademico e i vari settori di quel mondo, pedagogisti e disciplinaristi, Giuseppe Bagni e Valentina Chinnici del CIDI, Andrea Gavosto, perchè, nonostante avesse idee diverse, è stato comunque per noi pungolo e persona presente, per la critica costruttiva, Giorgio Cavadi, dell’USR di Palermo, per le ultime riflessioni, Riccardo Scaglioni, dell’assiociazione dei tutor scoltastici, Luigi Guerra. Ringrazio anche il prof Giunio Luzzato, per delle riflessioni comuni fatte su L’Unità al tempo del mio primo articolo e per esserci stato vicino durante l’elaborazione. 
Ringrazio Matteo Renzi, che ci ha creduto tanti anni fa e l’ha messa e accolta nelle priorità.

Adesso si parte per la prossima battaglia, da condurre insieme, come insieme a tanti si è condotta questa: definire il nuovo contratto e disegnare in modo adeguato ed efficace la carriera dei docenti legando valutazione e carriera, in modo condiviso, chiaro e obiettivo.

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