Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?

Ho letto più volte il racconto Di cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver. Leggerlo è come entrare in un ciclone, stare al centro della sua stanza immaginaria — perché c’è sempre una stanza nei suoi racconti — e sentirsi dire “guarda, guarda cosa non accade nella vita di questa gente”.
Ieri sera ho riletto, ancora una volta il racconto, colpita e affondata come la prima volta. Claustrofobia amorosa ho pensato.
E se l’amore fosse solo il riflesso di ciò che immaginiamo sia l’amore? E cosa resta quando un amore finisce? 
Allora ho dato voce a un amore qualunque, ho scritto una storia senza tempo, senza corpo e senza nomi da ricordare.
Buona lettura.

Se tu svanisci io svanisco. Questo avrei voluto scriverti ma tu non me lo hai permesso. Sei annegato prima che nascessimo, prima che un bacio eiaculasse il mio respiro nel tuo respiro. 
Avrei voluto dirti addio. Ferire la pelle e lasciarmi morire nel piacere dei tuoi abbracci. Questo avrei voluto fare.

Non scrivere, diceva lo scrittore bastardo, non scrivere se le tue parole saranno uguali a mille altre insulse parole d’amore che hanno invaso come cavallette biblioteche e foreste di scaffali. 
Non scrivere prima che tutto sia compiuto e che il figlio di Dio sia rinato per una seconda volta. Mai nato. 
Se potessi scrivere con l’estasi del più credulone degli innamorati scriverei di te. Se solo potessi.
Un foro. Da quell’unico foro potrei guardarti per l’ultima volta e tornare a sognare. Ma anche quel minuscolo foro hai murato ed io qui a mangiare terra, a implorare e morire.

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?
Sono solo parole in fila indiana, cieche e mutilate. Ho sentito l’infamia del desiderio amputare i giorni e le ore, ho scoperto di amarti senza mai averti cercato. Il paradosso di una linea retta che si curva, due punti in un universo senza stelle.
Le poche cose di me le avevo scoperte nelle tue parole, due parole, quel fottutissimo Ti amo detto in una fredda sera di novembre. Mi senti?
Il gin è finito e il tramonto è sparito da un pezzo. I nostri sogni sono onde che mangiano onde. Infinito.

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?
Di mani vellutate, pance piene e cuori molli, di parole fradice che divorano i sacri geroglifici. Continuo a battermi il petto mentre il pensiero si genuflette al tuo sguardo fantasma, ancora una volta imploro, ancora una. Rispondi. Vuoto. Silenzio.
Fuggo ma la mia faccia, la mia faccia, resta impressa sull’immenso paravento di carta che ci separa. Sussurro e maledico.

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?
Di ombre cinesi, di quella flebile luce che proietta me su di te e te su di me. Lacrime, ossa rotte e odore di vecchio. Ecco cosa resta dell’amore caro Raymond, il puzzo di piscio nei nostri universi senza stelle.

©MimmaRapicano-2015

Originariamente pubblicato sul mio blog