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Dino Buzzati — DI NOTTE IN NOTTE [#paginescelte_2]

#Racconto

Me n’andavo in ferrovia dalla grande città sul far della sera. Partivo per un lido lontano dove mi attendeva la guerra, partivo e tornavo insieme. Ma sui sipari violetti delle case — che si erano fatte immense e misteriose a causa della notte — splendevano centinaia di lumi, finestre e verande accese. Perché ancora non era cominciata la vera notte regolamentare di guerra, la quale adesso d’agosto ha inizio notoriamente alle ore ventuno.

Così io guardavo con tristezza quei lumi, considerando ciò che essi dicevano al mio cuore. E il treno passando tramezzo ai falansteri dei sobborghi, vedevo le case illuminate e ignare, una donna che lavava i piatti, un uomo che leggeva il giornale, due vecchie che parlavano tra loro, un bambino che cascava dal sonno seduto a un tavolo, altri uomini che giocavano a carte, le mille vite! Vedevo anche, nelle strade buie, duplici ombre quasi immobili e presumibilmente felici; e ogni tanto pure le luci di un palazzo dove maggiordomi attendevano l’ora prescritta per far cadere le saracinesche d’argento. La città dunque continuava a vivere senza sapere di me, di me se ne fregava completamente, non conosceva neanche il nome. Era piena di esistenze giovani o no, di speranze, malattie, di fasto e di sogni arcani. E donne belle sparse sotto gli alberi neri, amore che fuggiva dietro a me restandomi per sempre ignoto. Essa mi lasciava andare senza rimpianti; non aveva fatto niente per trattenermi, né un sorriso né invito di sorta, non mi aveva neppure dato un saluto. Eppure mi dispiaceva lasciarla, era triste separarsene, e riusciva amaro pensare a tutte le dolci cose ivi lasciate, le giornate buone, le sere grandi e poetiche, le primiere illusioni, le strade dove solevo incontrarla, i favolosi portoni non ancora varcati dove forse mi aspettano; le occasioni infine vagheggiate e lasciate andare, non tentare nemmeno, ore, giorni, anni interi della rapida vita buttati via così, per viltà o per orgoglio. Alla esistenza trascorsa meditavo con la malinconia di tali partenze, tanto più che il futuro si presentava incerto come una valle sconosciuta che incanta e impaurisce. Laggiù tra quei lumi lasciavo le immagini della giovinezza cadente, le sere placide e sgombre di pensieri, gli agevoli sonni, tante cose infine che non si possono dire.

Ma nel frattempo sempre più rari facevansi i lumi delle case, sempre meno ombre di giovani donne, o volti di miei simili intenti a consumare la vita; sempre più uscendo dal mio treno dalla città smisurata.

Finché anche l’ultima finestra si spense in fuga lontana, il frastuono delle rotaie divenne una musica e sopra la terra tenebrosa, la campagna addormentata, le solitarie torri, non rimase che il lume delle stelle. Il quale dava però a me assai minore soddisfazione che le luci della città perché non parlava affatto della amabile vita, musiche, amori, incanti domestici, segreti antichi. Le stelle avevano una voce immobile e fredda, non indulgevano alle debolezze della creatura.

Tuttavia io rimasi a guardarle, per un vago appello che da loro a me pareva venisse. Esse non erano presenti quella notte sotto la specie astronomica, non distavano da noi migliaia o milioni di anni luce, non raffiguravano mostri o deità, né orsi né scorpioni né delfini né lire, non ruotavano nell’universo secondo leggi matematiche e neppure era tetradimensionale lo spazio che le reggeva, ma assomigliava piuttosto allo spazio inesplorato degli antichi maghi. Avevano dimenticato, penso, anche la forza di gravitazione, per ritornare ad essere stelle pure e semplici, lumi accesi nel cielo. Non ne derivavano perciò disperanti problemi di fisica su cui consumare la vita; in compenso da loro scendeva un flebile e personale richiamo.

Molto flebile però: mentre ne consideravo con insistenza questo o quel gruppo, alle volte mi sembrava infatti di avvertire una nuova speranza; altre volte no. Evidentemente, a differenza del sole che nasce o dello splendore del plenilunio, così generosi e patetici, esse incoraggiavano ad amare non le gioie di questo mondo, bensì cose più rare e pretendevano molto di più per rispondere ai nostri cenni. Tanto che mi chiedevo se non mi fossi sbagliato — forse erano davvero troppo lontane e io avevo presunto troppo immagnando che potessero interessarsi di me — quand’ecco mi accorsi che erano le medesime stelle della mia fanciullezza, lo stesso mitico fiammeggiare; avevano poi scintillato tutte le notti successive al di sopra di me e adesso le medesime risplendevano sul mare lontano che mi aspettava. Ed ancora le avrei viste, immutabili, all’arrivo sopra il mio capo appena venuta la sera. E poi ancora la sera dopo la notte seguente, e avanti avanti, eternamente, fino a che avrò lume degli occhi per vedere; ancora più in là infine, quando la storia sarà terminata, sul marmo della mia tomba. Le instancabili, le fedeli sorelle! Loro non mi lasciavano partire solo, non si allontanavano da me alla velocità di questo treno notturno, non mi illudevano con ridicole offerte per poi disincantarmi. Ciascuna di esse, pur minima, era un sempiterno bene di cui nessuno mi avrebbe mai potuto frodare.

Io ne fissavo specialmente una, di nome a me ignoto, grande e bellissima, azzurra di colore, che pareva mi sorridesse. Poveri lumi della città al confronto! Lei — pensavo — non mi tradirà mai, basta che io abbia un’ombra di fede. Senza farsi notare, con discreziona materna, mi accompagnerà tacita di notte in notte fino all’ora destinata. E neppure qui essa si stancherà di scortarmi, neppure in occasione di quella grande partenza. Sopra di me la vedrò pur sempre tremolante, luce benedetta, io levandomi attraverso le sfere, lentamente, spirito senza carne.


Questo racconto è tratto da “I SETTE MESSAGGERI” di Dino Buzzati — OSCAR MONDADORI