LA LAMBRETTA

Sono nata un sabato del 1967, era il ventitrè dicembre. Il primo vagito nella camera da letto dei miei genitori. 
Appartengo alla generazione dei nati in casa. Ostetrica, nonna, zie e un imprecisato numero di comari ad assistere al parto di mia madre. 
Niente ospedale, niente medici e infermiere, niente fiori e cioccolatini. Un semplice è nata! fece scaturire un sontuoso passaparola che bastò a sollevare tutti dall’ansia di quei giorni.

Sì perché era già il 23 dicembre e si correva il rischio che il mio ritardo a nascere rovinasse il Natale a tutti, che rinviasse la preparazione di struffoli, capitoni e insalata di rinforzo.

Di sicuro l’eco della mia nascita non portò sollievo nell’animo di mio padre che si aspettava - dopo le prime quattro femmine - finalmente il sospirato figlio maschio. Destino crudele il suo. 
Era così sicuro che il quinto figlio fosse stato maschio che ne aveva già deciso il nome: Baldassarre. E facendomi nascere femmina, penso che Dio sia stato buono con me.

Nessuno era pronto al mio arrivo e quindi la scelta del nome da darmi non fu cosa facile. 
Mia madre, dopo aver rispettato tutte le tradizioni dando nomi di nonne e zie defunte alle altre mie sorelle, sognava finalmente il libero arbitrio.
Monica o Paola, così avrebbe voluto chiamare la sua ultima figlia, libertà per lei e libertà per me. Un sogno innocente, ricco di speranza.

Ma in famiglia iniziarono le consultazioni sul nome da darmi. 
Ogni zia diceva la sua, le comari ricordarono lontani parenti ai quali dover portare rispetto. Insomma un bel guaio essere nata femmina. 
La libertà si stancò di aspettar e fece ciao ciao con la manina.

Qualche giorno dopo la mia nascita arrivò la sorella di mia madre con la sentenza finale, irrevocabile.
Tre anni prima era morto mio nonno materno, Domenico, e per rispetto al magazzino da lui fondato e poi gestito da mio padre, il nome giusto era Domenica.

Dunque, il mio nome non evocava una persona fisica - di cui non avevo nemmeno lo stesso cognome -, bensì un luogo, un posto dove si ritrovava tutta la famiglia, un luogo con un forte odore di mastice, copertoni e segatura, il magazzino.

Ho molti ricordi legati a quell’officina alla quale sentivo di appartenere: il grande ritratto di mio nonno con la sua luce perpetua, il mezzanino pieno zeppo di ruote d’auto di ogni marca e grandezza, le molte biciclette accatastate una accanto all’altra in attesa di essere riparate o vendute, l’assordante rumore del compressore, il minuscolo bagno con un odore che non sono mai riuscita a capire, le tute blu sporche di grasso, la scrivania e i timbri nell’ufficietto, i blocchi di carta a righe con l’omino Michelin blu stampato in cima ad ogni foglio, il pesantissimo telefono nero in bachelite, i clienti, i saluti, lo sguardo severo e sempre corrucciato di mio padre, i milioni di cassetti con ogni sorta di viti e bulloni e poi c’era lei… la Lambretta.

La Lambretta era ferma in un angolo dell’officina, vicino al bagno e sotto al mezzanino. Seduta sul sellino monoposto di quel motociclo ho immaginato grandi viaggi, ho sognato di diventare una famosa motociclista, ho fatto corse e fughe.

Anche quando non la usò più, mio padre continuò a tenerla perché era appartenuta a mio nonno. La Lambretta sembrava aspettasse che crescessi per compiere insieme i nostri fantastici viaggi.

Poi… poi tutto finisce, svaniscono i sogni e svanì la Lambretta tra le grinfie di qualche parente con il nome e il cognome giusti.

Ma forse non hanno sbagliato a darmi il nome di mio nonno. Lui era un grande sognatore, aveva sempre nuove idee per la testa, un uomo cocciuto e pieno di coraggio che dispensava buoni consigli e aneddoti che ancora oggi mio padre racconta. 
Per me mio nonno era quella Lambretta verde, due sellini monoposto e ruotino di scorta sul retro.

Oggi, chissà perché, ne è riaffiorato il ricordo. Poi ho compreso che la Lambretta è la metafora di questo blog perché, scrivendo, provo le stesse sensazioni di speranza e libertà che mi hanno conquistata nell’officina di mio padre.

È un mondo tutto nuovo, ho ancora molto da esplorare e imparare ma questo spazio virtuale è il mio posto e, per fortuna, nessuno potrà portarmelo via.

Oggi per me è un giorno speciale non perché è il mio compleanno ma perché ho ritrovato la voglia di viaggiare.

Perché sento di appartenere a quest’orto delle muse, agli orizzonti muti di città diverse, ai tanti volti e alle inaspettate parole d’affetto.

Il mio viaggio è appena cominciato.

Questo post è stato pubblicato il 23 dicembre 2015 sul mio blog