©GiovanniRobustelli-2012 — “Alice nel Paese delle Meraviglie” (Incisione all’acquaforte e acquatinta)

La rapidità di Calvino e la tana del bianconiglio

di Mimma Rapicano

“Nella vita pratica il tempo è una ricchezza di cui siamo avari; in letteratura è una ricchezza di cui disporre con agio e distacco: non si tratta di arrivare prima a un traguardo stabilito; al contrario l’economia di tempo è una buona cosa perché più tempo risparmiamo, più tempo potremo perdere. La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura; tutte qualità che s’accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte.” Italo Calvino, Rapidità - Lezioni americane

Il tempo e la rapidità sono parti indispensabili per una buona narrazione, questo è il primo insegnamento che traiamo dalle Lezioni di Calvino, segno indelebile non solo nel suo tempo ma anche nel nostro.

Con la narrazione possiamo dilatare il tempo, fermarlo, velocizzare i fatti fino allo sfinimento del lettore, cosicché il racconto può essere addomesticato e fatto sgusciare nelle imprese più fantastiche. È questo Calvino, un continuo andirivieni tra mondi diversi, un via vai di parole agili e mobili che ci riportano sempre in un punto preciso della storia.

In “Lezioni americane” non leggiamo solo un testo sulla scrittura, ma la Scrittura stessa, lungimirante e senza tempo. Calvino riesce a vedere oltre la sua epoca, immagina che nel nuovo millennio “media velocissimi e di estesissimo raggio trionfano, e rischiano d’appiattire ogni comunicazione in una crosta uniforme e omogenea.”

Eccoci giunti, signor Calvino, le presento il nuovo millennio, omogeneo, uniforme e sovrabbondante. Il nostro tempo fluttua sui Social Network, è fatto di connessioni senza confini dove nel breve istante di un tweet può nascere una rivoluzione e nel tweetsuccessivo può spegnersi del tutto.

Siamo diventati agili portatori di futuro e le nostre conversazioni sociali sono concise e rapide, racchiuse tra il pollice e l’indice di una sola mano. Consumiamo una vita immateriale, come ologrammi di noi stessi, condannati a comunicare perché senza l’assidua e costante presenza nel mondo virtuale, noi non esistiamo. Non è più un gioco, siamo diventati ritmo e velocità.

Rincorriamo le verità nel rizoma infinito della Rete. Verità spesso presunte ma date per certe perché “È la Rete che ne parla”, come la voce divina sopra tutto e tutti, come il nuovo Grande Fratello.

Viviamo nell’era dello “sciame digitale”, afferma il filosofo Byung-Chul Han, eliminando ogni contatto con l’altro:

“Per via dell’efficienza e della comodità della comunicazione digitale evitiamo sempre più il contatto diretto con le persone reali, anzi proprio il contatto con il Reale. […] Il digitale sottopone la triade lacaniana di Reale, Simbolico e Immaginario a una trasformazione radicale: riduce il Reale e totalizza l’Immaginario.

Ma ora annullare tutto l’Immaginario che ci circonda non è più possibile, le parole e le immagini si accumulano sotto lo scorrere delle nostre dita che pigiano tastiere o lisci display. Sempre più informazioni, sempre più verità, più parole, più e più. Nel bene e nel male, questo è il progresso.

Tuttavia sembra che la massificazione della Rete oramai stia stretta a molti. Oggi, più di ieri, il motto “Sii te stesso!” si sta diffondendo tra gli “abitanti” del digitale. Masse di corpi virtuali hanno ripreso a incontrarsi materializzandosi in convention solo per affermare: “Io esisto! Io ci sono!”. Ecco, esistiamo. Sono reali le nostre concretezza e sobrietà, e senza pudore mostriamo il nostro sguardo agli altri.

È diventata un’epoca di migrazione questa, una transumanza digitale, dentro e fuori il virtuale. Personalmente non sono contraria a questa nuova forma di viaggio e la curiosità che mi contraddistingue mi ha spinto più volte a uscire dallo schermo per stringere la mano o abbracciare il reale di un nickname.

Nel mio continuo viaggio, tra reale e virtuale, spesso si aprono dei passaggi segreti in cui vengo risucchiata e trasportata nell’inarrestabile scorrere dello sciame digitale. E allora mi ritrovo a correre, correre per stare al passo, per non perdere il flusso delle notizie, delle novità. Corro per non distrarmi, con sguardo fisso, gambe allenate e il tempo tra le mani. Corro e la mia Rete diventa una fiaba animata da conigli, bruchi e cappellai matti come quella della piccola Alice.

Inseguo un buffo coniglio bianco che corre disperato urlando: “È tardi! È tardi! Sono in arciritardissimo!”.

Alice, nella fiaba di Lewis Carroll, non smette mai di correre e di stupirsi, e pur di scoprire cosa nasconde il giardino incantato, affronta con coraggio ogni stramba prova che lo scrittore pone sulla sua strada. È una bambina fiera Alice, e spinta dal desiderio di conoscere la verità, insegue il Bianconiglio nel suo mondo fantastico. La sua storia è l’impicciata metafora di una fiaba che gioca con la dimensione temporale, con i cambiamenti, con le parole e gli indovinelli.

Allora anche io, come Alice, mi lascio guidare dalla curiosità e vado alla ricerca del mio giardino incantato abbandonandomi alla rapidità e al ritmo.

La storia di Alice non è altro che lo specchio della nostra vita digitale, la Rete è un ricco baule pieno di tranelli e sorprese. Ci tocca rovistare in questo baule e scoprire un mondo dove la rapidità prende corpo e il tempo è quell’altalena che ci fa girare mille volte intorno al mondo, magari ritornando allo stesso punto di partenza ma un po’ diversi da prima.

“Potrei raccontarvi le mie avventure… cominciando da stamattina,” pigolò Alice, “ma sarebbe inutile risalire a ieri, perché allora ero una persona del tutto differente.” L.C.

Bibliografia:
– Italo Calvino, Lezioni americane - Oscar Mondadori 1993
– Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale - Figure nottetempo 2015
– Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, traduzione di Aldo Busi - Feltrinelli 1993

Questo mio articolo è stato pubblicato su Metropolix il 10 settembre 2015