Le metamorfosi e i mondi possibili che non possono esistere

Dalle dimensioni spaziali e temporali di Maurits Cornelis Escher alla scacchiera narrativa di Franz Kafka
di Mimma Rapicano

Metamorphosis III excerpt 7 — Escher M.C.

Metamorfosi è una parola che sento piena, corposa, fiera e arcaica. È la migrazione per immagini che compie un artista come Escher. Nelle sue opere schizza mondi impossibili che prendono vita attraverso un maniacale percorso geometrico e matematico.

Le sue metamorfosi sono passaggi in più dimensioni, figure bidimensionali che, grazie a rotazioni e cambi di forma, diventano tridimensionali fino a fluttuare in strutture prospettiche, impossibili da riprodurre in natura. I punti di fuga sono serrati, il ritmo è incalzante. Sono opere che rapiscono lo spettatore perché sembrano favole visive senza una via d’uscita. Ciò che vediamo non è reale ed Escher descrive così la nascita del suo mondo impossibile:

“Mi vennero delle idee che non avevano nulla a che fare con l’arte grafica, immagini così avvincenti da far nascere in me il desiderio di volerle comunicare a tutti. Ciò non poteva venire espresso a parole, perché non si trattava di pensieri trasferibili in parole ma di tipiche immagini mentali, intelligibili per gli altri solamente attraverso l’immagine visiva”.

Le “immagini mentali” non sono solo illusioni ottiche sono l’infinito temporale che si ripete senza sosta. Quando guardiamo un suo disegno impieghiamo un tempo necessario per osservarlo, eppure, fateci caso, siamo portati a ricominciare da capo, una, due, tre volte e forse più. L’osservatore diventa il motore pulsante e vivo di questi passaggi come sul perenne nastro di Möbius.

Le metamorfosi di Escher sono variazioni senza fine, si riproducono come una visione cinematografica. Anche nel racconto “La metamorfosi” di Franz Kafka accade qualcosa di simile. Kafka apre e chiude il suo scritto con la trasformazione di un corpo. Gregor Samsa si sveglia mutato in un insetto la cui vista trascina la famiglia nella più totale disperazione:

“Gregor Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo”.

Il racconto si chiude con la dolce trasformazione di quello di Rita (sorella di Gregor) che cresce abbellendosi, regalando ai genitori uno spiraglio di luce:

“E fu per loro come una conferma ai nuovi sogni e alle loro buone speranze, quando alla fine del tragitto la figlia si levò per prima in piedi, stirando il suo giovane corpo”.

Eccole, le due immagini, di spazio e tempo, adagiate da Kafka sulla scacchiera dell’immaginazione. In questo racconto ci sono linee, forme, prospettive che Kafka traccia come un perfetto architetto di parole. La vita che descrive è pura illusione, nessun essere umano può essere trasformato in scarafaggio, uno scarafaggio non pensa come un uomo e nessun umano (in questo caso il padre di Gregor) insegue uno scarafaggio conficcandogli una mela sul dorso. Ecco,

Kafka costruisce un mondo possibile che non può esistere se non dentro questo racconto. Il racconto stesso è prigioniero di una coscienza, quella di Gregor, che crea una vita normale all’interno della sua stanza. Mai il racconto, se non alla fine, esce dalle solide mura di quell’appartamento.

Allora cos’è questo racconto? Specchio del peccato originale che l’uomo porta dolorosamente con sé? La metamorfosi come metafora della vita?

Non credo, ma per certo so che Kafka ed Escher non amavano le letture metaforiche delle loro opere. Ciò che c’è dentro e dietro un’opera d’arte resta all’artista, è lui il custode del suo regno. Noi siamo soltanto semplici spettatori sedotti dai nostri miraggi.