LO SQUALO

Alina era stanca. Stanca di sfogliare la sua vita in quella degli altri. Alina, la più gentile e la più amata da suo padre. Fin da piccola le avevano assegnato un compito: essere buona e pura come gli angeli. Ma per Alina, alla soglia dei sessant’anni, la purezza e la bontà erano concetti astratti e scialbi.

Come in una fiaba Alina si era svegliata da un lungo sonno e quello che aveva visto aprendo gli occhi non era il principe azzurro e il suo sguardo di smeraldo. No. Quello che aveva visto erano i resti di un’esistenza oltraggiata. Non sarebbe stato meglio se Dio l’avesse lasciata nella più totale oscurità? si domandava.

Gli occhi del mondo riflettevano l’ologramma di moglie e madre premurosa, un’immagine che tutti credevano vera, reale. Alina, invece, vedeva solo un corpo informe, nulla che le ricordasse la diafana figura della sua infanzia. 
Il dolore, era stato quel dolore a sfigurarla, a renderla sfatta e dall’anima claudicante.

Ora che i figli erano cresciuti e avevano lasciato il tetto di nascita, ora che i giorni si susseguivano, tediosi e incolori, Alina cercava freneticamente di ricomporre il puzzle della sua vita ma nessun pezzo combaciava con l’altro, tutto discordava, dal disegno alle forme.

Suo marito era spesso in viaggio per lavoro o almeno era quello che Alina aveva sempre voluto credere. Era vero? Non le importava. Che andasse all’inferno quel pezzo di merda, pensava. Non mi ha mai amato, non l’ho mai amato, si ripeteva. 
La loro unione era stata necessaria per colmare la solitudine, procreare per il bene supremo, così le avevano detto. Alina era cosciente di non avere mai amato, ne era certa come certa era la morte di suo padre avvenuta qualche anno prima.

Era al mare, suo padre, sulla famosa New Smyrna Beach in Florida e un maledetto squalo ne aveva fatto il suo pranzo. Non che suo padre fosse un gran boccone, pensava Alina, però le sue ossa gli avranno di sicuro fracassato i denti, povero squalo! La morte così orribile le aveva spalancato un baratro sulla violenza del mondo, su tutto il male che Dio si era divertito a spalmare sulla terra come rancida marmellata.

Un tempo la Parola di Dio era legge in casa sua, mai un cedimento o un dubbio, mai. Ora, invece, non perdonava a Dio di averla lasciata marcire dapprima in un buio profondo e ora in un dolore lancinante. Anche Dio era un gran pezzo di merda, pensava. Alina da un anno non andava più a messa, nemmeno ci passava fuori dalla casa di Dio. Mi ha ingannata, si ripeteva. 
Ma Alina non faceva nulla di tanto grave da spingere Dio a inserirla tra gli indesiderati o i peccatori. Erano ben altri i peccati ai quali Dio non poteva più porre rimedio.

Le mancava il coraggio di dirsi addio. Il coraggio non è cosa che compri al supermercato. Lì, tra scatolame e congelati, la vita è consacrata al consumo del mercato globale e guai a distruggersi o ritirarsi in esilio. E lei al supermercato ci andava per comprare più del necessario, riempiva il carrello pur sapendo che mai avrebbe mangiato tutta quella robaccia.

Pensava Alina, rovistava tra i ricordi per cercare il corpo di suo padre.
Pensava a quel pomeriggio quando le aveva rubato l’innocenza, quando l’alito ammuffito della sua bocca gigante si era posato sul suo ventre mentre un rivolo di latte cagliato correva sulle gambe.
Pensava al mostro marino e immaginava le ventisette ossa della mano di suo padre impigliate tra gli affilati denti dello squalo.

Sarei dovuta nascere squalo, disse un giorno a uno dei suoi figli. Almeno così avrei avuto la mia vendetta senza alcun rimorso. Il figlio, divertito più che spaventato da quelle parole prive di senso, pensò che la madre stesse ancora soffrendo per la morte del padre.

Il giorno di Natale Alina ricevette una lettera, poche parole le annunciavano l’intenzione del marito di chiedere il divorzio. La lesse senza provare stupore o sgomento, anzi si sentiva sollevata. E pensò che anche il figlio di Dio, quello che le avevano mostrato in croce col corpo bucato era stato tradito e abbandonato. Dio aveva lasciato crepare suo figlio sul Gòlgota per fare della sofferenza il primo comandamento dell’umanità. In compenso la resurrezione le sembrava poca cosa e non le dava nessuna speranza.

Alina posò la lettera sul tavolo della cucina, entrò in garage, mise in moto l’auto e partì. Destinazione New Smyrna Beach, Florida.

©MimmaRapicano — agosto 2016