©Pixabay.com

POLVERE

La polvere nera scende dal tetto e copre ogni cosa, nuvole dense avvolgono la stanza e poi svaniscono risucchiate dal vento. In mezzo noi e le nostre valigie, la nostra tristezza. L’autunno è arrivato e fuori il sole sonnecchia e poi sparisce presto.

Ho una piccola voglia a forma di cuore e la polvere ha coperto anche quella. Ho lacrime sante ma sono lacrime senza padrone. Io, tra la polvere, non riesco più a pensare, le mie parole sono corpi obliqui e senza tempo. Questa casa è piena di oggetti insignificanti ed io li abbandono al loro misero destino. E poi stoffe ammucchiate nei cassetti e mille chiodi alle pareti completano la deprimente visione. I ricordi sulla carta da parati sono diafane pennellate di vite passate. Ricordi e ancora ricordi senza voce. E mentre guardo e scarto e getto via mi sento un frutto andato a male, una sedia rotta senza sostegno, una parete lesionata, una maglia slabbrata.

Polvere ancora polvere che cambia peso e aspetto alle cose. Polvere così sottile che respiro, mastico e poi mando giù, la ingoio e mi si scioglie in bocca come miele nel latte. La giostra gira e sopra ci metto un sogno e soffio così forte per farlo volare in alto ma poi la polvere lo cattura e lo riporta a terra. E penso al futuro che non avrò più, mai più.

Resisti, dice lei. Resistiamo, sussurra lui.
Hai mangiato? chiede lei.
Sì, ho mangiato e ho pianto, le rispondo.
Non ora, dice lei. Ancora, dico io.
Andiamocene via oggi stesso e dimentichiamo tutto il resto, dice lui.
Non posso, dico io, non ora, non ancora.
Ho paura mamma, ho paura.
Dove sono le mie scarpe? mi domanda.
Le ho buttate, tanto tu non camminerai più.
L’abbraccio e lei mi abbraccia e stringe.
Fuori che tempo fa? mi chiede.
Non lo so, siamo nella stagione di mezzo, dico.

Nei suoi occhi solo una goccia di vita, nulla di più. Mi arrenderò stanotte, ha vinto lei, ha vinto la vita. Piango e urlo alla luna e alle sue tre facce, al sole che non mi riscalda e alle stagioni che non danno certezze.

Ho perso la ragione, le dico, il bene e il male per me non hanno più sapore.
Ti odio. Mi odio e so che anche tu, a volte, mi odi.

Ho abbandonato il cappotto su qualche panchina tanto qui non mi servirà più. Imparerò a volare per il solo gusto di veder cadere le mie lacrime da quassù. Imparerò che ogni momento è l’ultimo momento, che ogni parola sarà l’ultima parola, imparerò a morire con te e tu con me.

Guardo fuori e nel cielo le stelle danzano per noi, cerco pace. Poi incrocio altri occhi e il riflesso è pigro e spento mentre il dolore divora le mie forze.

Immobile, davanti allo specchio della mia infanzia, penso che c’è un tempo per partire e un tempo per tornane e questo è il mio tempo, inverso e obbligato.

Polvere, ritorna la polvere e la gola è arsa e gli occhi serrati.

Andiamo fuori, dice, ti porto sulla soglia del paradiso.

Addio mia bella città, addio ai miei desideri, ai piedi scalzi, addio alle strade scucite, addio alla storia, ai Santi e alle candele accese. Ora le mie mani sono fatte di polvere nera e la pelle è color cobalto.

©MIMMARAPICANO-3ottobre2017