SENZA REPLICA

(Racconto breve)

Quel lunedì pomeriggio erano in quattro in cucina, una coppia di anziani e due giovani sposi.

Seduti attorno al tavolo gli anziani raccontavano alla giovane coppia tutte le loro incomprensioni. Ognuno temperava la sua ragione sui fatti successi o sulle scelte che bisognava fare e che non avevano fatto. Il vero problema era che nessuno dei due ascoltava l’altro. Continuavano a litigare aspramente anche per le cose più insignificanti, fuori piove, no, fuori c’è il sole.

La giovane coppia ascoltava senza replicare, si guardavano e aspettavano con ansia il momento per fuggire da quella cucina, da quella casa, da quel legame scialbo e senza amore.

Il problema dei legami è proprio questo, non puoi reciderli come e quando vuoi, non puoi sbarazzarti del tuo sangue perché inevitabilmente lo porti dentro e ne sei vittima.

La gente del Sud è così che si comporta, la famiglia prima di tutto, ma la famiglia non sempre è quella che si desidera e ci si aspetta. Te la porti addosso come un abito non tuo, ora troppo grande, ora troppo piccolo comunque sempre fuori misura.

La cucina era luminosa ma poco accogliente, qualcosa disturbava la giovane coppia. Forse era il tanfo di cipolla o quei mobili intrisi di vecchio o forse erano loro a sentirsi fuori posto.

La signora anziana si alzò per preparare il caffè, il vecchio continuava a lamentarsi sottovoce e fendeva l’aria con le mani per le parole che non poteva pronunciare. Il dramma era già stato consumato, ora se ne doveva parlare.

Girata di spalle la signora anziana chiese alla giovane sposa come stesse sua madre. Era la prima volta che glielo chiedeva, così di spalle e senza guardarla negli occhi per non oltrepassare la distanza che c’era tra loro.

La giovane sposa, al di qua del confine, scosse la testa e le disse le solite cose, notizie vaghe e senza dettagli, tanto i dettagli non interessavano a nessuno. La verità era che della vita degli altri non importava nulla alla signora anziana, chiedeva solo per abitudine, per dovere, per buona creanza.

La giovane sposa se ne sbatteva della creanza e per una volta avrebbe voluto sentire l’affetto, avrebbe voluto sincera attenzione, avrebbe voluto di più. Ma oramai era tardi e l’affetto, come tutto il resto, era sepolto chissà dove.

Quelle ore furono infinite e dopo un po’ anche il tanfo di cipolla diventò abitudine per narici infette. I giovani sposi quasi non li ascoltavano più, ognuno rincorreva i propri pensieri ed erano già lontani. Ogni tanto si scambiavano sguardi di puro fastidio e immaginavano che una volta usciti da quella casa avrebbero vomitato l’uno sull’altro tutto il disgusto per quell’insensata visita di pura cortesia.

Il caffè sapeva d’aceto, ma lo bevvero lo stesso senza dire nulla, solo per buona creanza, pensarono. Le ore passarono in fretta e le parole fluirono senza lasciare traccia.

La strada che li accolse era buia, la pioggia sottile si adagiava indisturbata sui loro cappotti. Camminarono fianco a fianco, in silenzio, senza replicare, senza commentare. Non avevano voglia di tormentarsi e lasciarono che la distanza tra loro si riempisse d’aria.

©MimmaRapicano-2016