Le cose sono diverse da come appaiono.


Aomame lasciò vagare i pensieri per un po’. Cercò di fare ordine tra varie considerazioni, seguendo un criterio di priorità. Per giungere alla conclusione non le ci volle molto tempo. Anche la musica di Janáček, con un tempismo perfetto, era arrivata all’ultimo movimento.

Pescò dalla borsa a tracolla un paio di piccoli Ray-Ban e li indossò. Poi tirò fuori dal portafogli tre banconote da 1.000 yen e le porse all’autista.

– Scendo qui. Non posso permettermi di arrivare in ritardo, – disse. L’uomo annuì prendendo i soldi e chiese: – Ha bisogno della ricevuta? – No, non mi serve. E nemmeno il resto. – Grazie, – disse l’autista. – Faccia attenzione, il vento è piuttosto forte. Stia attenta a non scivolare. – Starò attenta, – disse Aomame. – E poi… – aggiunse l’autista guardando nello specchietto retrovisore. – Le consiglierei di tenere a mente un fatto, e cioè che le cose sono diverse da come appaiono.

«Le cose sono diverse da come appaiono…» Aomame si ripeté queste parole nella mente. Poi corrugò leggermente le sopracciglia.

– E questo cosa vorrebbe dire?
L’autista rispose, scegliendo con cura le parole: – Allora, detto in altri termini, lei sta per fare una cosa che non è usuale. Non è vero? Scendere da una scala d’emergenza in una tangenziale in pieno giorno, non è un’azione che le persone farebbero normalmente. E tantomeno una donna.
– No, forse no, – disse Aomame.
– Quindi, una volta fatta una cosa del genere, è possibile che il suo paesaggio quotidiano le appaia, come dire, un po’ diverso. Anch’io ho avuto un’esperienza simile. Ma non si lasci ingannare dalle apparenze. La realtà è sempre una sola.

Aomame pensò a quanto aveva detto l’autista. Mentre rifletteva, la musica di Janáček era finita, e nello stesso istante il pubblico aveva cominciato ad applaudire. Evidentemente stavano trasmettendo la registrazione di un concerto dal vivo. Era un applauso lungo e caloroso, inframmezzato ogni tanto da qualche «Bravo!» Le apparve la scena del direttore che, col sorriso sulle labbra, continuava a inchinarsi davanti al pubblico in piedi. Guardava verso l’alto, sollevava le mani, salutava il primo violino, quindi si girava, e alzando le braccia elogiava i professori dell’orchestra, poi tornava a rivolgersi al pubblico, con un profondo inchino. Ad ascoltare a lungo quell’applauso registrato, a un certo punto non sembrava piuù un applauso. Si era trasformato nel rumore di una incessante tempesta di vento su Marte.

– Di realtà ce n’è sempre una sola, – ripeté lentamente l’autista, come se sottolineasse una frase importante di un libro.

– Naturalmente, – disse Aomame. Era vero. Un oggetto non può essere che in un solo tempo e in un solo luogo. Einstein lo aveva dimostrato. La realtà era infinitamente fredda e solitaria.

Aomame indicò lo stereo. – Un suono veramente eccellente, – disse. L’autista annuì. – Come ha detto che si chiamava il compositore?
– Janáček.

– Janáček, – ripeté l’autista. Come se tentasse di memorizzare una parola d’ordine importante. Poi azionò il dispositivo che apriva il portellone posteriore. – Faccia attenzione. E speriamo che riesca ad arrivare in orario al suo appuntamento.

1Q84, Murakami Haruki
2009 (qui nella traduzione di Piergiorgio Amitrano)