Se ti piace non vale

“La bellezza è nell’occhio di chi guarda”

Così scriveva Margaret Wolfe Hungerford a fine ‘800, e lo stesso concetto era stato espresso da molti altri prima di lei (pare fin dal 300 a.C. in Grecia).

Sostanzialmente sì, la percezione della bellezza è in larga parte soggettiva. Dipende dalla nostra genetica, dalle nostre esperienze passate, da quanto e su cosa abbiamo addestrato il nostro gusto e, non da meno, dall’estetica diffusa degli anni in cui viviamo (ve li ricordate i vestiti negli anni ’90?).

La questione in realtà è molto più complessa, ma dato che siamo esseri umani e i nostri cervelli si assomigliano, negli anni è stato possibile individuare dei principi che aiutino a capire quello che ci appare bello e piacevole.

La simmetria, gli allineamenti, le ripetizioni, il bilanciamento, il contrasto, sono solo alcuni dei principi grafici che usiamo ogni giorno nel nostro lavoro. Non ci assicurano di fare qualcosa che piacerà a tutti, però ci aiutano. Un’infinità di libri sono stati e verranno scritti su questi argomenti, ma qui vogliamo concentrarci su un altro aspetto.

Fare cose belle ma fini a sé stesse non dovrebbe essere il fine ultimo

Intendiamoci, fare cose che piacciano sia a noi che agli altri è il motivo che per primo ci ha portati a fare questo lavoro. Ma lo scopo del design è prima di tutto progettare qualcosa che risolva un problema, qualcosa che nel farlo “funzioni”. A differenza della bellezza, l’efficacia è un parametro oggettivo.

Per questo ogni progetto richiede studio e ricerca, per identificare prima gli obiettivi e per creare poi qualcosa che permetta di raggiungerli. Parliamo sia di obiettivi funzionali (ad esempio un titolo che deve leggersi a una distanza di 10 metri deve avere una certa dimensione, o un colore che va usato assieme ad un altro non deve risultare fastidioso agli occhi), sia di obiettivi strategici (un packaging deve attirare l’attenzione di un certo target di persone, o un marchio deve suscitare determinate emozioni quando viene visto).

Solo su una base di considerazioni oggettive può essere costruita la parte estetica, in modo che un progetto nel suo insieme sia valido, oltre che bello

Se invece pagate un designer per farvi il logo del vostro colore preferito, il bottone “compra” che lampeggia, o per riempire lo spazio lasciato appositamente vuoto, in mancanza di motivazioni valide state sostanzialmente buttando i vostri soldi. Un designer che lavora per soddisfare gusti personali, e non per risolvere un problema, non potrà mai fare del suo meglio.

Vale naturalmente anche l’inverso: se un designer vi dice di aver fatto qualcosa perché “gli piaceva”, cominciate a insospettirvi.

In conclusione, non è sbagliato seguire le indicazioni e i desideri, ma è sbagliato non valutarli sulla base di quello che si vuole ottenere. E così vale anche per noi: abbiamo il nostro senso estetico e una direzione che vogliamo seguire, ma abbiamo il dovere di mediarli con le esigenze di ogni progetto.

Meglio allora correggere il titolo: se “ci” piace, e basta, non vale.