Social street: un vicino come amico

Nei contesti urbani dove i legami sociali sono deboli e si vive isolati queste esperienze rappresentano una risposta vincente

Dal qualche anno con le parole social street vengono indicate delle esperienze di buon vicinato, esperienze che vengono ricreate in ambienti urbani, ricreate appunto perché quello che ci manca nel nostro vivere contemporaneo sono proprio i rapporti di buon vicinato. 
Da più di 20 anni si parla di “pensare globale e di agire locale” e forse le social street sono l’espressione più lampante di questa unione o almeno di quando questo incontro riesce a diventare utile e avere anche un forte valore sociale. Siamo abituati, la maggior parte di noi, a vivere in contesti urbani, a volte molto grandi, contesti che hanno perso del tutto la solidarietà “naturale” della vita di paese dove i vicini sono persone che si conoscono bene, dove anzi tutto il paese si conosce. In queste situazioni diventa semplice rivolgersi a qualcun altro per chiedere aiuto, esiste un clima di fiducia reciproca, ci si sente semplicemente meno soli. Negli agglomerati urbani capita invece l’opposto; non ci rivolgiamo ai vicini ma a chi è molto lontano e questo grazie alle tecnologie digitali. Siamo molto interessati, giustamente al mondo intero, alla povertà in Africa, al rispetto dei diritti umani in Cina… ma ci manca la capacità di stringere i rapporti con chi ci sta accanto. Ecco allora perché nascono le social street, come risposta a questa situazione; sono un tentativo, riuscito, di ritornare a parlare con i vicini di casa e avere fiducia di loro.

Il fondatore delle social street, Federico Bastiani, racconta la genesi alla TED x Pisa. 23 maggio 2015

Tutto iniziò a Bologna, in via Fondazza
Bologna non è certo una realtà metropolitana come Milano o Roma eppure sono sempre tante le novità sociali che emergono; qui, infatti, è nata la prima social street italiana, in via Fondazza, la stessa strada dove ha passato quasi tutta la sua vita il noto pittore Giorgio Morandi.
L’idea è venuta a Federico Bastiani che si era appena trasferito da Lucca in città assieme alla moglie di origine sudafricana e al figlio in tenera età. Si era ritrovato in un contesto completamente estraneo, senza alcuna conoscenza personale e messo di fronte al fatto che il figlio non aveva compagni di gioco, ha messo un annuncio su Facebook in cui chiedeva se c’erano dei vicini di casa che avevano dei bambini della stessa età del suo. “Non ho inventato niente di nuovo — spiega Federico — ho aperto un gruppo su Facebook e ho fatto un volantino da distribuire in strada con l’invito a iscriversi al gruppo. Tutto qua. Era settembre 2013. Un paio di mesi dopo avevo raggiunto un discreto numero di iscritti, circa 40, e ho pensato che fosse il momento giusto per fare un passo in più: ho invitato tutti a incontrarci al parchetto in fondo alla via. Quel giorno pioveva ma, contro ogni teoria dell’organizzazione di eventi, ha funzionato lo stesso”. 
Gli scambi hanno cominciato ad aumentare, c’era chi aveva bisogno di una mano per trasportare un mobile troppo pesante per lui o c’era chi aveva bisogno di un utensile che altrimenti avrebbe dovuto comprare. Gli scambi tra i residenti sono diventati molto vari e più si andava avanti e più aumentava la fiducia tra le persone.
 
“Gli aspetti che possiamo considerare innovativi sono fondamentalmente due — afferma Federico — usare le nuove tecnologie di comunicazione per rigenerare relazioni personali e le comunità locali, cosa che risulta innovativa visto che di solito succede il contrario, ossia i social network sostituiscono le relazioni personali con contatti a distanza più o meno artificiali; e impostare le relazioni sulla base della fiducia, non sulla base di una garanzia o di un guadagno”.
 La caratteristica della gratuità e della pratica del dono sono i tratti fondamentali delle social street, come sottolinea bene Luigi Nardacchione che è stato il primo coordinatore via Fondazza Social Street e cofondatore di Social Street International. “Siamo diversi dalle banche del tempo. Anche lì non gira denaro, però il presupposto è che io non sono legato a queste persone, ricevo tot e do tot. Per noi invece al centro c’è il legame fra le persone, per questo c’è il dono”. Per lui la sharing economy non è quella rappresentata da Airbnb o Uber, “Finché non condividi non c’è sharing, ci sono solo fruitori e fornitori. Serve invece una sharing sociality, dove si tenga conto dei bisogni di tutti”.

Piccole esperienze che crescono
A seguito di questa esperienza le social street hanno cominciato a moltiplicarsi in varie parti d’Italia. Da tre anni il loro sviluppo non conosce una battuta d’arresto e la loro notorietà è uscita fuori d’Italia approdando perfino sulle pagine del New York Times e diventando oggetto di studio in varie università del mondo.
Oggi esistono 456 social street in Italia, principalmente a Milano (71), poi Bologna (57) e Roma (33). Non sono tutte uguali, ognuna riceve una forte impronta dai suoi fondatori e dalla realtà urbana in cui è collocata. Oltre agli scambi tra le persone vengono fatte delle iniziative che sono volte alla cura del territorio, alla sua riscoperta storico e culturale, all’animazione attraverso feste e incontri: insomma tutto quello che serve per rendere più vivibile il luogo dove si abita e per generare nuove relazioni tra persone.
Questo è possibile, ed è bene sottolinearlo, grazie all’uso di Facebook, della tecnologia digitale: si opera, in altre parole, un passaggio dal virtuale al reale. E questo passaggio non avviene tra persone simili, con gli stessi interessi o valori: come precisano Fabio Introini e Cristina Pasqualini ricercatori del GRiSS: “L’obiettivo principale è quello di provare a sviluppare e dare linfa alle relazioni sociali locali, giocando sulla prossimità fisica delle persone coinvolte e non sulla loro somiglianza ‘elettiva’, fondata invece sulla comunanza di interessi e valori, come spesso accade nella socialità che si crea online”. Il GRiSS (Gruppo Ricercatori Sociali Street) è nato all’interno del Dipartimento di Sociologia, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha avviato nel 2014 la ricerca “Vicini e connessi. Alla scoperta del vivere social”, la prima ricerca scientifica svolta in Italia su questo fenomeno.
Abbiamo toccato un punto centrale del nostro discorso: che cosa unisce queste persone? Non è la fede religiosa o l’appartenenza politica, queste persone non sono nemmeno fan di un cantante rock o appassionati di cinema, sono semplicemente persone che abitano vicine. Questa caratteristica fa si che le social street per funzionare bene devono essere “leggere”, non essere inquadrate diventando un’associazione o proponendosi obiettivi di tipo politico o religioso. Su questo è molto chiaro il loro ideatore: “Le social street non sono soggetti giuridici sussidiari alle amministrazioni locali, né fanno attività di advocacy di una parte di cittadinanza piuttosto che di un’altra. Le social street non devono diventare una questione di welfare, né di burocrazia civica. Non hanno nessun ruolo, né funzione istituzionale, né tantomeno istituzionalizzabile. Non vogliamo neanche che le social street assumano un’organizzazione gerarchica e di potere come succede nelle associazioni con l’elezione di un consiglio direttivo, di un presidente, di un vicepresidente …”.

Immagine tratta dalla pagina Facebook San Gottardo Meda Montegani Social Street — Milano

Scart: lo scoiattolo della social street di corso San Gottardo
Secondo una recente indagine fatta da una società svizzera sette milanesi su dieci non parlano con i propri vicini di casa, ma nonostante questo dato di partenza Milano è diventata nell’arco di un paio di anni la capitale delle social street in Italia che hanno superato le 70 unità e a cui prendono parte oltre 23 mila cittadini. La più nota è quella di Paolo Sarpi — quartiere di Milano, seguita dai Residenti di San Gottardo, via Meda e dintorni e Lambrate.
Per capire la varietà di modi attraversi i quali funzionano queste esperienze basta ricordare alcune iniziative che hanno coinvolto i partecipanti di corso San Gottardo; quando tempo fa è capitato che esplodesse un piccolo palazzo in via Brioschi — una via nelle vicinanze del corso — nel giro di brevissimo tempo è iniziata una campagna di raccolta fondi per le famiglie che hanno perso la casa. Ma i motivi di mobilitazione possono avere un segno molto diverso, così quando Scart , un piccolo scoiattolo è scappato da casa, è partita una caccia al fuggiasco che ha permesso il suo recupero in breve tempo. Non solo Scart si può trovare in difficoltà nel corso san Gottardo ma anche i suoi residenti anziani e soli. Così è nata l’iniziativa “Adotta un vicino” dove chi può si prende cura di un suo vicino in difficoltà; l’iniziativa, nemmeno tanto pubblicizzata sui mass media, ha avuto un effetto forte e si è riflessa in luoghi insospettabili, così si è potuto leggere in una rivista pubblicitaria di vendite immobiliari che comprare la casa in questa zona ha anche il vantaggio di avere dei buoni vicini, di essere inseriti in una social street!
Le social street si sviluppano soprattutto nelle grandi città, ad esempio anche a Roma ve ne sono numerosi esempi, come quella di via Pavia e quella di piazza Vittorio, ma ne esistono anche in città di piccole dimensioni perché il problema della mancanza di solidi legami sociali, purtroppo, è un problema che riguarda tutto il vivere contemporaneo. 
Forse il modo migliore per raccontare come le social street possono cambiare le nostre vite isolate si può riassumere in questa storiella, che circola in rete e non si sa bene chi l’abbia detta per primo: “Prima di entrare a far parte della social street impiegavo dieci secondi ad attraversare la mia strada, ora mi ci vogliono almeno dieci minuti!”.

Social Street Italia
Se andate all’indirizzo web www.social.it potete trovare l’elenco completo e in continuo aggiornamento di tutte le social street esistenti in Italia, presenti sia al nord che al sud. 
Una parte importante del contenuto esistente nel sito è rivolto alla loro promozione e alla moltiplicazione delle esperienze. ma come si crea una nuova social street? Sono necessari tre passi.

1) Occorre creare un Gruppo chiuso su Facebook, e per essere trovati nella ricerca sul web, bisogna seguire un preciso formato nello scrivere il nome del gruppo, in questo modo: Residenti in nome via (oppure piazza, quartiere …) — nome città — social street.

2) Poi si realizza un volantino in cui si annuncia la nascita di questa iniziativa e sul perché la si fa. Si stampa il volantino e lo si attacca nella strada di riferimento, lo si dà ai negozianti, lo s’infila nella buca delle lettere dei residenti.

3) L’ultimo passaggio è quello del passaggio dal virtuale al reale, dove si gioca il successo o l’insuccesso dell’impresa. I promotori devono pensare a delle iniziative che facciano incontrare le persone, che le leghi; poi le cose verranno da sé e il gruppo comincerà a crescere.

Sitografia
Per realizzare questa inchiesta abbiamo utilizzato le seguenti fonti: www.vita.it/it/article/2016/11/21/social-street-un-fenomeno-che-contagia-il-mondo/141670/
 www.volabo.it
 www.socialstreet.it/wp-content/uploads/2015/08/nyt.jpg
 www.avvenire.it/agora/pagine/socialstreetpasqualini
 www.socialstreet.it/wp-content/uploads/2014/02/36-39.pdf
 www.glistatigenerali.com/milano_sharing-economy/vicini-e-connessi-alla-scoperta-delle-social-street-milanesi/
 www.ilgiorno.it/milano/cronaca/social-street-1.2139488
 www.ilfattoquotidiano.it/blog/fbastiani/