Qui siamo cresciuti, qui ci ritroviamo

Bologna, Lunetta Gamberini, 29 maggio 2016

Pensieri e parole di Nicola Pedrazzi sulla e dalla Lunetta Gamberini (Bologna, 29 maggio 2016)

Ci eravamo persi, siamo di nuovo insieme. Ringrazio tutti voi per essere qui, ringrazio Amelia e Davide, capilista di Città Comune. Se chi è qui ha risposto, forse con affetto, alla mia chiamata, io sono qui perché con «affetto politico» ho risposto alla loro. Quello che sto per dirvi non ve lo dirò perché sono candidato nella lista che Amelia e Davide hanno fondato; sono candidato nella lista di Amelia e Davide perché penso quello che vi sto per dire.

Il momento e il luogo in cui ci ritroviamo sono carichi di significati politici.

1996–2006–2016. Nella primavera di vent’anni fa vinceva, per la prima volta in Italia, il centrosinistra. Avevo nove anni quando mio papà mi portò proprio qui a conoscere «il futuro presidente del Consiglio». Quel giorno alla Lunetta c’era Romano Prodi, cui strinsi la mano per la prima volta davanti alla baracchina dei gelati. Dieci anni dopo, nel 2006, ero all’università. Fu una strana notte: ci addormentammo sconfitti di poco, ci risvegliammo vincitori di pochissimo; per meglio dire di troppo poco. Oggi, nel 2016, eccoci di nuovo insieme: resi saggi dalle nostre vittorie ma soprattutto delle nostre sconfitte. La storia dell’Ulivo ci insegna che solo rimanendo insieme siamo stati capaci di vincere e di governare, di mettere in minoranza una destra che all’occorrenza non ha vergogna di dimostrarsi incivile, xenofoba e sessista. Durante questa campagna elettorale (a nostro giudizio, non lo nascondiamo a nessuno, poco soddisfacente), quella della nostra lista è parsa essere una posizione delicata, complessa. Sia da destra che da sinistra ci è stato detto: «ma come? Vi presentate come alternativi al PD, rivendicate una differenza, e poi sostenete Merola?». La risposta è molto semplice: esatto. Siamo alternativi al PD e siamo convintamente in coalizione con Virginio Merola: un bravo sindaco, un amministratore che ha migliorato questa città nel peggior momento economico mai vissuto dai comuni italiani. Sia chiaro, noi siamo molto attenti alle questioni nazionali. Ma non le portiamo in comune a meri fini identitari, nel tentativo, che noi giudichiamo politicamente improlifico, di raccimolare qualche punto percentuale di dissenso. Siamo una lista civica: fuori da Bologna non esisteremmo. È su Bologna e per Bologna che noi rivendichiamo la bontà di un progetto di sinistra e di governo, nato cinque anni fa anche grazie ad Amelia; una donna che corse alla primarie, perse ma non per questo abbandonò il campo della coalizione, come va oggi di moda tra chi è ben lieto di sottrarsi agli oneri della prova. Noi rivendichiamo la nostra vocazione ulivista, portiamo avanti il nostro metodo. Siamo continuità e rottura, pazienza e fantasia. Costruttori fuori e dentro dagli schemi. Se Amelia è attaccata da destra («la naive che pensa solo agli immigrati») e da sinistra («la foglia di fico del PD») è perché la sua posizione, la posizione di tutti noi che fermamente la sosteniamo, è una posizione coerente: è perché onesta e umana (e dunque non infallibile), ha cercato di fare il suo lavoro, portando a casa dei risultati.

Nicola Pedrazzi, candidato Città Comune con Amelia

E a proposito di risultati tangibili e duraturi: veniamo al dove ci siamo ritrovati: la Lunetta Gamberini. È, questo parco, un luogo metaforico, che si presta a più di una riflessione. Ho scelto d’incontrarvi su questo prato perché ne sono figlio, ci sono nato e cresciuto: dalla scuola materna alle scuole medie, dal tempo libero alla scuola calcio. A questi 15 ettari io e i miei amici dobbiamo tutto: la nostra crescita, le nostre qualità e forse pure i nostri problemi! La lunetta è stata scuola, è stata studio, è stata sport. È stata svago, tentativo, primi amori, primi passi, boiate adolescenziali. È stata il primo «spazio» dove mettersi alle prova lontano dalla bambagia della famiglia, dalle giuste e meno giuste preoccupazioni genitoriali, il primo terreno da seminare, soli ma mai abbandonati a noi stessi. Chi devo, chi dobbiamo ringraziare di questa possibilità? Da dove vengono questi 15 ettari di libertà e socialità? Uno dei nostri maestri, Altiero Spinelli, avrebbe risposto che non sono «caduti dal cielo». Abbandonata per decenni, come suggerisce il suo nome «la lunetta» era un’ex area militare, che soltanto all’inizio degli anni Settanta il comune di Bologna (nelle persona del sindaco Renato Zangheri) decise di acquisire e di mettere a disposizione della cittadinanza. Questo parco è diventato gradualmente quello che è adesso: sede di servizi scolastici, sportivi, ricreativi per giovani e anziani. La concretezza architettonica e sociale di questo luogo mi suggerisce due riflessioni politiche. La prima: questo quartiere sarebbe molto peggiore se buone amministrazioni del passato non avessero operato questa scelta. Quindi non è indifferente che ci sia un’amministrazione oppure un’altra. Perché un’altra amministrazione avrebbe potuto avere priorità diverse. Le buone scelte si riconoscono dal fatto che risultano durature, incidono su diverse generazioni; purtroppo molto spesso chi, come me, cresce dentro a scelte lungimiranti finisce poi per darle per scontate. Per fortuna, in trent’anni ho viaggiato abbastanza da rendermene conto: posti come la Lunetta non esistono dappertutto. Mia moglie ad esempio è nata e cresciuta a Tirana, una città dove non c’è nulla di simile, perché i politici e gli amministratori tiranesi non lo pensarono (e dire che di aree militari ce ne sono, in Albania!). Secondo punto politico: questo luogo è un angolo di felicità per giovani e per anziani. Lo dico con una frase semplice, forse semplicistica: ma qui è già vivo e operante il patto intergenerazionale che dobbiamo siglare nella zona universitaria. Tra chi è stato giovane e a volte non se lo ricorda e chi sarà adulto ma ancora non ci pensa. Io compio trent’anni, sono a metà tra i due mondi, e credo che sia giunto il momento di apprendere la lezione della Lunetta Gamberini, di superare la stupida e dannosa contrapposizione tra «studenti giovani» e «residenti anziani», di siglare un patto di cittadinanza fondato sul rispetto, l’educazione, l’empatia e la condivisione di un’unica comunità di destino.

A tal proposito aggiungo un’ultima riflessione che mi viene da un racconto paterno. Ancora prima che imparassi a camminare mio padre firmò una petizione contro la recinzione del campo da calcio che abbiamo di fronte. Gli parve una privatizzazione, una sottrazione di un bene comune, il prato, a favore di un privato, la società sportiva Murri poi divenuta Siepelunga. Naturalmente, qualche anno dopo, quando mi iscrisse alla scuola calcio che ho frequentato dai sei ai diciotto anni, aveva cambiato parere. L’aneddoto non è una metafora allusiva a detrimento di qualsivoglia «banchetto del no». Dimostra piuttosto che il cittadino tende comprensibilmente a vedere i problemi sotto il suo personale punto di vista (diciamo pure anche la parola «interesse»), una visuale che magari cambia, al cambiare della sua personale situazione, come capita al «ciclista» che appena sale in macchina diventa «automobilista». La verità , complessa, da tenere sempre presente è che siamo tutti sia ciclisti che automobilisti: siamo stati figli e saremo padri, siamo giovani ma avremo bisogno di cure: l’io non esiste, se non nella sua evoluzione: un buon amministratore ne tiene conto, e costruisce sulla necessità di cambiare insieme.

Eccola la nostra ragion d’essere, il perché della nostra lista civica. Per noi è buona politica un’azione che non nega i conflitti ma che cerca di risolverli avendo come unica bussola il bene comune. Sostenere Virginio Merola attraverso la lista guidata da Amelia è, ne sono profondamente convinto, il miglior modo per avvicinarsi a questo obiettivo. A questa politica del saper stare insieme, che non è il nostro programma elettorale, ma di governo.