Su Salvini a Bologna, un segretino sussurrato all’orecchio dei centri sociali: in democrazia non è che se sei rozzo, ignorante e pure un po’ imbarazzante allora significa che non puoi parlare in pubblico

A qualche ora dal premio nobel per l’economia Angus Deaton, relatore a distanza della XXXI lettura del Mulino, a portare il proprio fine pensiero sotto le due torri sono stati, in carne e ossa, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Schiacciati dagli eventi sportivi locali e nazionali — sabato sera il neo-Bologna di Donadoni ha espugnato il Bentegodi, e in Emilia come nel resto del paese medio gli elettori senza elezioni si stavano saggiamente apparecchiando a dedicare la domenica all’auspicata impresa di Valentino Rossi — vecchi e nuovi leaders della sperduta destra italiana hanno cercato di rilanciarsi, uniti, proprio dalla piazza dell’Ulivo. Già, perché sebbene i media nazionali si siano divertiti a moltiplicare l’espressione «piazza rossa», Piazza Maggiore è anzitutto lo scenario delle uniche due vere sconfitte registrate dal berlusconismo in Italia (1996 e 2006) o tuttalpiù, per chi avesse la memoria corta, la Piazza del primo V-Day a cinque stelle (era il settembre 2007, e Giuseppe Piero Grillo intimò all’unica bandierina rossa timidamente sventolante in piazza di ammainarsi perché “qui non le vogliamo, portano sfiga”).

Tuttavia, si sa, titoli, tweets e piazze campano anzitutto di contrasti cromatici. Così, con la stessa approssimazione con cui Salvini è solito mescolare nel calderone del “degrado rosso” realtà giovanili che ignora e disprezza con argomenti da portinaia di periferia, gli eterni adolescenti dei centri sociali bolognesi, aspiranti partigiani con soli settantadue anni di ritardo sull’orologio della Storia, non vedevano l’ora di potersi ergere a unici difensori autorizzati dell’antifascismo del capoluogo emiliano, additando in una libera piazza organizzata da forze politiche a loro avverse un’inaccettabile provocazione fascista (a quanto pare “fascismo” è diventato sinonimo di “razzismo becero-contadino”). Nel mezzo, come sempre, il detestato blu della forze dell’ordine, che essendo un colore imparziale nei paesi a bassa coscienza democratica è a turno nemico di tutti quanti.

La verità cruda è che per supplire alla loro oggettiva inconsistenza politica, Salvini e compagni avevano bisogno di uno scontro semplificato e comunicabile: hanno scommesso su Bologna e, a quanto sembra, hanno vinto. La sola diretta di La7 rende evidente come i tafferugli di via Stalingrado abbiano supplito mediaticamente alla pochezza contenutistica dell’assemblea della nuova destra a trazione leghista. Un’alleanza, quella tra Carroccio e Forza Italia, che è vecchia di vent’anni di già visto, che ha già governato a tutti i livelli con esiti tutt’altro che esaltanti, e che oggi è resa ancor più anacronistica da un Berlusconi impresentabile, imbarazzo del suo stesso pubblico. Ma a tenere in piedi un palco altrimenti grottesco, ci hanno pensato loro: i nipoti dei partigiani, gli eredi del Settantasette bolognese: i miei coetanei, persone che evidentemente non accettano di essere nate a guerra già conclusa.

Non voglio atteggiarmi a conoscitore della realtà fisica e psicologica dei centri sociali bolognesi — anzi colgo l’occasione per fare pubblica autocritica, visto che non sono nemmeno in grado di citare a memoria un passo dei Wu Ming — ma chi, come me, è nato e cresciuto a Bologna ha in genere bei ricordi dell’ex mercato, del TPO (vecchio e nuovo), del Crash e persino dell’Atlantide: è probabile che Salvini e altri politici non lo capiranno mai, ma i cosiddetti “centri sociali” possono essere luoghi di aggregazione reale, di creatività autentica, di proposta alternativa alla dittatura del mainstream che ottunde la vita di tanti giovani del nostro tempo. Sarebbe bello poter dire che sono altresì spazi di confronto politico, ma nei collettivi italiani purtroppo l’ideologia la fa da padrona. Ciò detto, indipendentemente dalle proprie visioni del mondo, ascoltare musica mediamente migliore spendendo meno di cinque euro per una birra è qualcosa che in genere interessa a tutte le matricole universitarie domiciliate in una delle città più care del paese (forse è anche per questa sua “scena giovanile” che Bologna rimane una delle mete più ambite dagli studenti fuorisede, o davvero crediamo sia tutto merito dei corsi organizzati dall’Unibo?).

Quello che, da frequentatore saltuario e saltuario simpatizzante dei centri sociali davvero non capisco è perché i coetanei che danno vita a quegli spazi continuino ad avere tutta questa voglia di replicare all’infinito il format dell’antagonismo anni Settanta; com’è possibile che persone che dicono di occuparsi tutti i giorni di politica non capiscano che in questo momento il maggior favore che si potesse fare a Salvini era costruirgli intorno, con i nostri corpi, uno scenario d’assedio e d’intolleranza — un sentimento, attenzione, che “noi di sinistra” ci vantiamo di non conoscere, salvo poi ritenere inaccettabile che partiti che rappresentano milioni di italiani possano organizzare una manifestazione pubblica. L’amara verità è che qualsiasi iniziativa d’opposizione sarebbe stata qualitativamente superiore a quell’ennesima malriuscita mascherata resistenziale, con il patetico bilancio di una divisa blu ferita e di decine di divise arancioni impegnate a riparare un treno destinato a persone normali, certo non a nazisti. L’amara verità è che iniziative politiche in senso etimologico nei centri sociali non si prendono nemmeno in considerazione perché per strada come allo stadio giocare agli anni di piombo è molto più divertente. Cari coetanei, sarebbe ora di crescere, di smetterla di idealizzare nonni e genitori che non capiamo come loro non capiscono noi. Mentre vi guardavo, di fianco a Salvini, nella sapiente schermata doppia di La7 (in sovraimpressione: “Le due facce di Bologna”) mi è tornata alla mente l’immortale lezione di Eduardo de Filippo ne L’oro di Napoli: “Con un pernacchio come vi ho fatto sentire io si può fare la rivoluzione”. Sì, domenica 8 novembre, a Bologna, un bel pernacchio sarebbe stato bene tanto sulle verdi quanto sulle rosse facce. Due diverse rappresentazioni dell’intolleranza umana (per nostra fortuna minoranza nel paese reale) che per accaparrarsi i riflettori della social-politica (si legga: per esistere) hanno bisogno l’una dell’altra.