Eurocratica #13 — Nel nome della Troika

+++ Per ricevere Eurocratica nella tua casella mail iscriviti qui +++

Questo primo numero di Eurocratica dopo la pausa estiva è tutto dedicato a una “buona” notizia, l’uscita della Grecia dal programma di aiuti economici e finanziari imposto da Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea. In due parole, la Troika ha fatto i bagagli e salutato (per sempre?) il dolce vento del Pireo.

Ma otto anni dopo, cosa rimane di quella che fu la culla culturale d’Europa?

Ripercorrere qui l’intera crisi greca sarebbe compito improbo ma, per chiarezza, ha senso segnare alcuni punti fondamentali:

  • Settembre 2009: il Primo Ministro George Papandreou dichiara: “il nostro debito è al 113% del PIL” e svela che il governo (conservatore) precedente aveva nascosto le reali condizioni finanziarie del paese;
  • Gennaio 2010: il Governo Greco rivede le stime del rapporto deficit/PIL, portandole dal 3,7% al 12,7%;
  • Maggio 2010: Commissione Europea e FMI stanziano 110 miliardi per salvare la Grecia. Si tratta del primo intervento del Fondo in un paese dell’Eurozona;
  • Luglio 2011: il Consiglio Europeo stanzia altri 50 miliardi, quasi tutti provenienti da banche francesi e tedesche;
  • Ottobre 2011: con una mossa a sorpresa Papandreou annuncia che terrà un referendum sull’approvazione o meno del piano di salvataggio (che contempla aumenti delle tasse, tagli nel settore pubblico e rigore fiscale). Di fatto chiede al paese se vuole rimanere o no nella UE e nella zona Euro;
  • Novembre 2011: Papandreou cede e annulla il referendum. Il governo guidato dal PASOK (il partito socialista greco) si dimette e gli subentra un esecutivo guidato dall’ex vicepresidente della BCE Lucas Papademos;
  • Marzo/Aprile 2012: dopo una nuova tranche di aiuti da 30 miliardi e un accordo con i creditori privati (le banche) per una miniristrutturazione del debito. Nel frattempo vengono convocate le elezioni anticipate;
  • Giugno 2012: la Grecia al voto. Nuova Democrazia (centrodestra) ottiene circa il 30% dei consensi ma non ha abbastanza seggi per formare un governo. Dopo lunghe trattative si insedia un (debole) esecutivo sostenuto anche da PASOK e Sinistra;
  • Novembre 2012: tra scontri di piazza, manifestazioni e violenze, viene approvato un nuovo piano di austerità;
  • Aprile 2014: la Grecia rientra nei mercati finanziari mondiali. Viene annunciato un avanzo primario di 1,5 miliardi di euro;
  • Maggio 2014: lo sconosciuto Alexis Tsipras, alla guida di una eterogenea coalizione di forze di estrema sinistra stravince le elezioni europee con il 26%. Fra le sue promesse, la fine dell’austerità e un nuovo accordo con l’Unione Europea;
  • Autunno 2014: il primo ministro Samaras annuncia che la Grecia è pronta a uscire (in anticipo) dal programma di sostegno della Troika, ma viene smentito dall’Eurogruppo. Il governo entra in crisi, arrivano le elezioni anticipate;
  • Gennaio 2015: Alexis Tsipras è il nuovo Primo Ministro greco con il 36,6% dei voti, nomina ministro delle finanze l’eccentrico Yanis Varoufakis (un economista eterodosso laureato in Gran Bretagna e con un passato nel settore dei videogiochi) e annuncia “il tempo dell’austerità è finito”;
  • Primavera 2015: il governo Tsipras prova a negoziare un accordo meno “umiliante” con la Troika ma si scontra soprattutto con il coriaceo ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble;
  • Luglio 2015: con un discorso alla nazione Tsipras annuncia un referendum sul nuovo pacchetto di aiuti economici. Nonostante la strabordante vittoria dell’OXI(no) con oltre il 60% dei consensi, alla fine Tsipras cede, fa dimettere Varoufakis (per sostituirlo con un più malleabile professorino di economia) e firma l’accordo dopo una nottata tesissima al Consiglio europeo.

Da quel torrido 2015 la crisi greca, come ha scritto il Financial Times, è diventata un problema cronico, non più un’emergenza da codice rosso ma, comunque, c’è pochissimo da festeggiare. L’economia cresce, è vero, ma lo stato ellenico ha macellato il suo settore pubblico vendendo le infrastrutture più strategiche a investitori cinesi (il porto del Pireo) e tedeschi (gli aeroporti, compresi quelli turistici), mentre le pensioni sono calate — in alcuni casi — anche del 50%. Le banche greche sono ancora piene di NPL (non performing loans, ovvero crediti poco o per nulla esigibili) ma lo stato non può finanziare un consolidamento dei bilanci mentre gli indici di produttività del lavoro, facilità di avviare nuove imprese e modernità della pubblica amministrazione rimangono fra i più bassi d’Europa.

Come se non bastasse, in un paper pubblicato a luglio, è lo stesso Fondo Monetario Internazionale a disconoscere quasi del tutto la “cura greca”, dicendo:

“La Grecia ha stabilizzato la sua economia e ha iniziato a crescere. Vanno riconosciuti alle autorità gli sforzi fatti per eliminare, in massima parte, gli squilibri macroeconomici, soprattutto tramite un significativo aggiustamento fiscale, e per le molte riforme implementate negli anni recenti. […]
Comunque, mentre il paese uscirà dal programma di aiuti ad agosto, l’eredità della crisi e l’incompletezza di alcune riforme pesano sul futuro della Grecia. Un debito pubblico alto, banche deboli, i controlli sui movimenti di capitale, la liquidità a livelli emergenziali, nonché indicatori sociali preoccupanti — compresa l’alta disoccupazione — gettano un’ombra sulla coesione sociale del paese.
L’aggiustamento fiscale è stato importante ma si è basato su un aumento delle aliquote fiscali su ceti ancora limitati e su tagli alla spesa in settori che garantivano crescita. I tentativi di abbassare le tasse e limitare le spese improduttive hanno visto successi limitati. La spesa sociale è migliorata, ma molte necessità rimangono senza risposta e il rischio di cadere in povertà rimane alto.
Il credito bancario continua a calare. Le riforme strutturali che avrebbero dovuto migliorare crescita e competitività — anche se significative — hanno dato meno risultati del previsto, mentre tutti gli indicatori rimangono sotto la media della zona euro.”

Anche senza essere specialisti del settore si capisce come quella qui sopra non sia esattamente la descrizione di un successo su tutti i fronti. Ma si tratta solo dell’ultimo tassello di una presa di coscienza che, purtroppo (per la Grecia ma pure per l’Europa) è arrivato troppo tardi. Già nel 2016 Christine Lagarde (Direttrice del FMI) aveva ammesso che i tecnici del Fondo avevano “sbagliato a calcolare i moltiplicatori”, dando troppo peso alle riforme strutturali e all’austerità di bilancio. Come se non bastasse, sempre il FMI, aveva già ammesso nel 2013 che l’intera operazione greca serviva — politicamente — a “guadagnare tempo” per permettere alla zona euro di dotarsi di strumenti meno traumatici per gestire le crisi.
Ma le parole forse più dure sono quelle di Vitor Constancio, portoghese, già membro del board della Banca Centrale Europea, delegato da Mario Draghi per le questioni greche: “Il programma è stato troppo duro, non abbiamo tenuto conto del crollo della speranza e delle aspettative.”

Al netto delle questioni tecniche, però, la crisi greca rappresenta forse il più grande fallimento politico dell’Unione Europea: nel 2009 solo una piccola minoranza di eretici cercava sommessamente di dire che una ristrutturazione immediata del debito avrebbe evitato guai ben peggiori, nel 2018 c’è ormai un certo accordo. All’epoca prevalsero considerazioni di ordine utilitaristico (evitare perdite alle banche del nord Europa) ma pure una certa etica protestante che — da sempre — si esprime nel capitalismo. La Germania aveva bisogno di far capire ai partner europei che era pronta a tutto pur di non assumersi l’onere dei debiti altrui, la piccola grecia era la cavia giusta per impressionare Francia, Spagna e Italia.
Ma non finisce qui, la crisi greca, dieci anni dopo, ha svelato tutti i limiti del Washington consensus, scardinando quasi del tutto alcuni dogmi come la mitologica austerità espansiva e il presunto legame inverso tra competitività del mercato del lavoro e ammortizzatori sociali.

Oggi la Grecia è un paese forse nominalmente più ricco ma molto più impaurito, alle elezioni (che, salvo sorprese, si terranno nel 2019) Tsipras, ormai odiato e deriso, veleggia su percentuali lontane dal trionfo di cinque anni fa, mentre si profila un ritorno al governo (l’ennesimo) di quella destra conservatrice che aveva truccato i conti negli anni ’90. Nel frattempo il glorioso Partito Socialista Panellenico è sparito e i neonazisti di Alba Dorata veleggiano su percentuali prossime al 10%.

Atene, per mantenere il suo debito sostenibile dovrà mantenere un avanzo primario di almeno il 3,5% del PIL fino al 2022 e del 2,2% fino al 2060, altrimenti c’è la certezza matematica che la manfrina riparta dall’inizio. Al mondo ci sono solo quattro paesi con tassi di crescita più bassi di quello greco: la Libia, lo Yemen, il Venezuela e la Guinea Equatoriale.

Lasciamo ai lettori e alle lettrici le conclusioni.

Se rispettano i templi e gli Dei dei vinti, i vincitori si salveranno
Eschilo — Agamennone

La citazione

“Per spiegare il commercio internazionale a Donald Trump ho usato schemi colorati e con tanti disegni”

Jean Claude Juncker

Eurocratica è un progetto gratuito ma, qualora vi piacesse molto e voleste contribuire o mostrare il vostro apprezzamento potete effettuare (in totale sicurezza) una donazione via Paypal.
Per commenti, critiche, consigli o proposte: eurocratica@gmail.com