Eurocratica Speciale — I migranti e noi

Nicolò Carboni
Aug 26, 2018 · 7 min read

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Mentre scriviamo l’incresciosa vicenda della nave Diciotti non è ancora conclusa ma, dopo le dichiarazioni dei ministri Salvini e Di Maio, nonché dello stesso Presidente Conte, è utile fare un punto sulla questione migranti.

Il principale oggetto del contendere è il Regolamento di Dublino, la norma europea che definisce l’accesso al diritto d’asilo nei paesi UE. Il testo, revisionato nel 2013 ma approvato nel 2003, nasceva nel 1990 come trattato internazionale e, infatti, è stato sottoscritto anche da alcuni stati che non fanno parte dell’Unione, come il Liechtenstein e la Norvegia mentre la Danimarca ha preferito rimanerne fuori (esercitando quello che in gergo si chiama opt — out).

Il regolamento, Insieme a EURODAC (un acronimo che indica l’archivio europeo dei dati biometrici dei richiedenti asilo) forma il cosiddetto “sistema di Dublino”, ovvero il meccanismo (quasi automatico) di interscambio d’informazioni sui rifugiati fra i vari paesi.

L’oggetto del contendere principale — su cui si stanno concentrando Salvini e Di Maio, ma che fu già criticato dai governi Letta, Renzi e Gentiloni — è il “principio del paese di primo arrivo” secondo cui il migrante dev’essere registrato e la sua domanda d’asilo accolta o respinta nel primo stato europeo in cui mette piede (legalmente o meno).

Non occorre essere dei fini geografi per capire che paesi come Spagna, Italia e Grecia sono molto più esposti ai flussi provenienti dall’Africa rispetto alla Svezia o all’Austria.

In questo modo, più o meno a partire dal 2014, quando la pressione migratoria ha iniziato a essere significativa, l’intero sistema ha mostrato la corda: i costi (non tanto amministrativi o finanziari, quanto politici) sostenuti dai paesi mediterranei sono diventati insostenibili mentre pure il nord Europa — Germania compresa — fatica a reggere l’urto, soprattutto a causa di una serie di attentati terroristici che — seppur non correlati in nessun modo con l’accoglienza — ha “radicalizzato” le pubbliche opinioni anseatiche.

Fino a due anni fa le principali rotte migratorie seguite per giungere in Europa erano due: quella balcanica e quella mediterranea. La prima prevedeva il passaggio dalla Turchia, poi in Grecia, poi attraverso i Balcani fino ai confini ungheresi o croati; la seconda — molto più pericolosa — passa dai paesi costieri del nord Africa (in particolare la Libia) per giungere, dopo una tremenda traversata in mare aperto, verso Malta, Italia e Grecia.

Il passaggio balcanico è stato “chiuso” nel 2014 dopo che il Consiglio Europeo (su forte stimolo tedesco) ha trovato un discutibile accordo con il rais turco Erdogan: per analizzare tutti i dettagli del trattato (chiamato nel jargon bruxellese Facility for refugee in Turkey) occorrerebbe una newsletter apposita dunque, per amor di brevità, basti sapere che l’Unione Europea versa 6 miliardi di Euro alla Turchia per finanziare vari progetti di sviluppo e inclusione, in cambio Ankara si è impegnata a non far passare i migranti dal confine. Tutto bene? Non esattamente: l’accordo è contestatissimo dalle ONG che si occupano di diritti umani e sia la Turchia che la Commissione Europea sono molto restie a dettagliare come e quando i (tanti) denari dei contribuenti continentali vengono spesi nel paese della mezzaluna.

Rimane la rotta mediterranea: ormai da qualche anno l’Italia (prima tramite i ministri Minniti e Alfano, ora con Salvini e Moavero) sta provando a costruire con la Libia un accordo simile a quello turco ma gli ostacoli sono infinitamente maggiori. Lo stato governato con pugno durissimo da Muammar Gheddafi non esiste più (principalmente a causa dell’intervento militare franco/americano del 2011) e, ad oggi, si contendono il potere due diversi “governi”, quello civile (sostenuto anche dall’Italia) di Fayez al-Sarraj e quello militare (con legami francesi) del generale Haftar. Come se non bastasse sul territorio libico si muovono pure una moltitudine di signori della guerra, potentati tribali e quello che rimane (di un pezzo) dello Stato Islamico. Nella cartina qui sotto (aggiornata a marzo 2018) sono segnate le rispettive zone di influenza: in verde al-Sarraj, in rosso Haftar più altre aree minori.

Insomma, si tratta di un gran ginepraio, difficile da decifrare e ancor più da ricondurre a logiche se non geopolitiche anche di semplice sovranità statuale. Ovviamente l’Unione Europea si guarda bene dal mettere anche solo un’unghia in una situazione simile e, almeno fino ad ora, l’Italia si è mossa in maniera autonoma, accordandosi con la Guardia Costiera Libica (se così possiamo chiamarla) e cercando di ridurre il numero di sbarchi. Si tratta però di soluzioni tampone che — in ogni caso — rischiano di aprire a violazioni dei diritti umani gigantesche dato che, sorpresona, non è che i libici siano proprio scrupolosissimi nell’applicare la Convenzione di Ginevra.

A questo punto entra in gioco la revisione di Dublino: stando ai dati UNHCR (l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati) dal 2014 al 2018 sono sbarcati in Italia circa 600.000 migranti, una media di 100.000 all’anno che, però, ha visto una flessione molto significativa proprio negli ultimi mesi (meno di 18.000 a luglio 2018), secondo gli esperti grazie agli accordi stretti dall’ex ministro Minniti con le varie fazioni libiche.

Si tratta di numeri enormi, superati solo dalla Grecia che — negli anni della rotta balcanica — si trovò sul suo territorio oltre un milione di rifugiati.

Non stupisce dunque che l’obiettivo italiano sia da sempre quello di superare il principio del primo arrivo, distribuendo in maniera automatica i richiedenti asilo in tutti i paesi europei.

Nell’ormai lontanissimo 2016 la Commissione Europea elaborò una proposta basata su una chiave di ripartizione che teneva conto di due fattori principali: la popolazione del paese e il suo PIL. In questo modo ogni paese avrebbe avuto una sua “quota” e, sempre nella prima bozza, erano previste anche multe per chi si rifiutava di accogliere i richiedenti asilo.

Il testo però non fu apprezzato da un bel pezzo degli Stati Membri (a partire dai coriacei governi del gruppo di Visegrad) e, dopo estenuanti negoziati, la presidenza di turno — Bulgara — arrivò a un compromesso che, tanto per cambiare, non soddisfaceva né i paesi del mediterraneo né i nordici.

Nel frattempo il Parlamento Europeo aveva elaborato una sua proposta (per certi versi anche più ambiziosa di quella della Commissione), votata a larghissima maggioranza lo scorso novembre. Tuttavia all’epoca le due forze di governo attuali si astennero (la Lega) o votarono addirittura contro (il Movimento 5 Stelle).

Al momento il testo di riforma è (ancora) fermo nei corridoi bruxellesi e la nuova presidenza — stavolta austriaca — non sembra avere i migranti fra le sue priorità.

Tuttavia negare totalmente la solidarietà europea è sbagliato: alcuni paesi hanno fatto pochino (o quasi nulla), è vero, ma altri hanno almeno provato ad assumersi le loro responsabilità. L’ha fatto la Germania di Angela Merkel ma pure, in rapporto alla sua popolazione, pure la Svezia o la piccola Malta. Addirittura l’Ungheria di Orban ha un rapporto tra richieste d’asilo e popolazione più alto dell’Italia.

Ora cosa accadrà? Il momento è abbastanza convulso: la riunione tenutasi ieri a Bruxelles non ha preso alcuna decisione ma, d’altronde, era un meeting tecnico, cui hanno partecipato pochissimi ministri (nessun italiano) e il tema non stava in agenda. Il Presidente Conte ha rilasciato lo stesso un durissimo comunicato — via Facebook — in cui annuncia “conseguenze” dopo il nulla di fatto (?) europeo. Suona strano ma è lo stesso Giuseppe Conte che, a margine dell’ultimo summit elogiava l’accordo raggiunto quando, leggendo le conclusioni, era chiaro che qualsiasi “presa in carico” di richiedenti asilo sarebbe stata considerata su base volontaria.

Ci sarebbero ancora molte cose da dire, in particolare riguardo l’identificazione dei migranti, il ruolo delle ONG e, soprattutto, sull’effettiva consistenza delle minacce ventilate ieri dal ministro Di Maio ma, per mantenere un formato leggibile rimandiamo tutti questi approfondimenti ai prossimi numeri di Eurocratica.

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