The Banner Saga 2, il trono degli stendardi

Questo articolo è apparso originariamente su Badgames.it

Se siete nati dopo il 1990 potete pure smettere di leggere qui. The Banner Saga non si rivolge a voi, a chi non ricorda i videogiochi prima dei poligoni, a quelli che considerano la prima PlayStation retrogaming. L’avventura norrena di Stoic Studios non è il tentativo — peraltro riuscito benissimo aXCOM — di trasporre le meccaniche dei giochi di ruolo tattici nel gaming moderno, è la riproposizione esatta di quelle meccaniche, quei tempi e quello stile nell’anno 2016. Niente di più e niente di meno. Già il primo capitolo della serie si era mantenuto molto fedele al canone tracciato da BioWare fra gli anni ’90 e i primissimi duemila, dopotutto l’intera campagna su Kickstarter era basata sulla nostalgia, come deludere migliaia di appassionati stanchi di giochi ipercinetici e filmati in CGI?

The Banner Saga 2 ci rigetta subito nel mezzo della mischia, dopo lo straziante finale dell’episodio precedente, ci troveremo di nuovo a guidare Varl e Umani nella terribile battaglia contro i Dredge. I nostri protagonisti però non sono più gli stessi, mesi di scontri e terribili sacrifici hanno forgiato il cuore e l’animo dei guerrieri, facendoci cinici, inclini alla violenza e molto pessimisti. Rispettando la più classica delle tradizioni BioWare — dopotutto Stoic Studios nasce proprio da due ex dipendenti dello studio diMass Effect — all’inizio del gioco abbiamo la possibilità di importare i salvataggi di The Banner Saga, continuando così il nostro personalissimo viaggio fra le selve dell’estremo nord.

Sistema di combattimento e gestione della carovana sono rimasti pressoché intatti, permettendo al giocatore esperto di rientrare in partita senza alcuna difficoltà, così come lo straordinario comparto visivo con i suoi echi all’arte di Wolfgang Reitherman e all’animazione Disney classica. Gli sviluppatori hanno voluto approfondire ancora di più la già complessa trama del primo capitolo, costringendo il giocatore a una serie di scelte sempre più impegnative. Spesso in guerra non ci sono decisioni giuste e sbagliate, ci sono solo errori e colpe, gli sviluppatori di The Banner Saga 2 lo sanno bene e, infatti, l’intero gioco è pervaso da una strana atmosfera, una sorta di perenne penombra: le nostre vittorie non sono mai definitive, i successi arrivano solo dopo enormi sacrifici e ogni singola decisione, dall’aiutare o meno un gruppo di sfollati al rispondere in maniera forse troppo brusca a un NPC, sarà carica di conseguenze, quasi sempre pessime. The Banner Saga 2 segue lo stile reso popolare da Il Trono di Spade, nessun personaggio è un vero eroe, ognuno ha le sue colpe e le sue debolezze, il nostro ruolo è cercare — nei limiti del possibile — di condurre alla salvezza un gruppo male equipaggiato, male assortito e poco interessato a collaborare.

Grazie a questo contesto le meccaniche di gioco vere e proprie diventano ancora più gravose, trasformando tanto le battaglie quanto i dialoghi in eventi impegnativi, da gestire con la massima attenzione. Una battuta sbagliata e ci alieneremo per sempre un prezioso alleato, così come una tattica troppo aggressiva ci porterà a subire pesanti sconfitte sul campo di battaglia.

The Banner Saga 2 è un gioco solidissimo su ogni fronte, concede molto poco alla modernità e, di certo, non ha come target chi ha poca pazienza e non apprezza le esperienze complesse. La produzione di Stoic Studios, che si concluderà con un capitolo finale in arrivo fra il 2017 e il 2018, è una sorta di fossile vivente, un organismo funzionale ma inspiegabile, come i varani dell’isola di Komodo. Forse parte del suo fascino viene pure da qui, giocarci è come gettare lo sguardo in un’epoca perduta del gaming, quando i tempi erano più dilatati e le meccaniche spigolose.