«La precisione dei droni e i rischi collaterali di cui nessuno vuole farsi carico»

In guerra la verità è la prima vittima – Eschilo –

Con questo sottotitolo inizia «Il diritto di uccidere» di Gavin Hood con Helen Mirren, un film politicamente scorretto tanto interessante e attuale quanto scomodo che come si poteva immaginare, non ha ricevuto attenzione dalla critica a un giorno dalla sua uscita.

Ambientato ai giorni nostri tra i palazzi della politica inglese, una base militare americana e un villaggio keniota controllato dai miliziani islamici di Al Shabab.

Una cellula di terroristi sta per mettere a segno un attacco suicida che verosimilmente metterebbe a rischio la vita di molti civili. Grazie a telecamere nascoste e alla più recente tecnologia bellica politici e militari pronti a sganciare una bomba da un drone assistono alla vestizione di due kamikaze.

Il ritmo del film è a dir poco incalzante, bisogna prendere una decisione e pare che nessuno voglia farlo.

Sganciando al più presto un missile. dal drone che sorvola Nairobi si annienterebbero i terroristi riducendo al minimo la possibilità di danni collaterali ed evitando una futura carneficina, ma è proprio questa possibilità a spaventare e rallentare la buona riuscita dell’operazione.

La vita di una bambina che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato è in pericolo e obbliga a una macabra riflessione. È meglio correre il rischio (molto probabile) di ferirla nel bombardamento o è più sensato pensare alle centinaia di perone che si salverebbero da un attentato suicida?

Ogni secondo è prezioso e non c’è più tempo per consulti legali e altre previsioni dei danni. Bisogna intervenire.

Non c’è spazio per il politically correct quando si ha a che fare con giubbotti esplosivi.

L’immagine dei palazzi del potere, timorosi delle conseguenze politiche e mediatiche non trova comprensione e appoggio nella mentalità più fredda e logica di chi, pur pieno di dubbi e paure, sa cosa vuol dire combattere il terrorismo.

Un film da vedere, che tieni incollati alla poltrona fino all’ultimo, che fa sudare le mani e che divide