Dal grow shop all’assistenza terapeutica: i canapai italiani al servizio di operatori e utenti

di Luca Marola (coordinatore dei grow shop italiani e conduttore di Non Solo Skunk)

L’emersione del fenomeno dei canapai in Italia è un fatto relativamente recente. 
A cavallo del millennio aprirono le saracinesche i primi pionieri, principalmente nelle grandi città capoluoghi di regione, a volte legate ad importanti centri sociali, unico ambito in cui, negli anni ’90 si teneva viva la causa antiproibizionista, scollegati tra loro ed inferiori alla decina.
Da allora ad oggi la realtà è parecchio cambiata. In questo quindicennio la presenza dei canapai sul territorio nazionale è divenuta una realtà. Realtà composita, a volte caotica ma il numero elevato di attività commerciali finora raggiunto, oltre 260 attività tra negozi e grossisti, ci permette anche di studiare il fenomeno in modo più organico e sistematico.

La nascita del “canna-business” italiano e la contemporanea involuzione legislativa

Da fenomeno prettamente metropolitano e caratterizzato da un’alta dose di militanza politica, si è trasformato in fenomeno commerciale e omogeneo. 
Il passaggio successivo, dopo la prima fase pionieristica, fu infatti la diffusione dei grow shop nei principali capoluoghi di provincia e la nascita delle prime reti di vendita fino ad arrivare ad ora dove, impensabile fino a pochi anni fa, i grow shop sono presenti anche nella provincia profonda.

Vi è da sottolineare come la nascita del “canna-business” italiano sia avvenuta contestualmente alla involuzione legislativa, ed anche culturale, che ha portato all’imposizione della legge sugli stupefacenti “Fini — Giovanardi”, legge tra le più dure nel mondo occidentale, caratterizzata da un livello di cieco ideologismo e brutalità senza pari.

Proibizionismo & repressione (NMLSG)

Per preparare il terreno all’approvazione di questa legge, non in grado, vi è da ricordarlo, di passare indenne al primo esame di costituzionalità, è servita una vasta campagna politica e mediatica di mostrificazione della cannabis e di messa alla gogna di tutti i propagatori di idee diverse.

Tutti i temi antiscientifici della nuova crociata divennero argomenti comuni nel dibattito mediatico mainstream; inchieste scandalistiche e bufale giornalistiche occuparono intere paginate di quotidiani e settimanali; movimenti politici di estrema destra organizzarono picchetti ed incursioni nei grow shop indicandoli come “venditori di morte”; si diede il via alla “caccia allo spinello” nelle scuole con le irruzioni nei plessi scolastici e le perquisizioni a tappeto e, su mandato della politica governativa, iniziò la più vasta operazione di repressione giudiziaria contro i negozi.

Perquisizioni, sequestri, arresti colpirono l’intero sistema commerciale. Inchieste che si basavano su teorie, ricordo come l’allora procuratore della repubblica che, ad operazione ancora in corso, dichiarò alla stampa che l’inchiesta si basava su una, cito testualmente, “interpretazione creativa” della norma penale. Come se il diritto penale permettesse interpretazioni e creazioni… Non mi soffermerò sui dettagli ma basta ricordarci che la più maestosa inchiesta giudiziaria si concluse con nessun condannato, tutta la merce dissequestrata, un milione di euro speso dallo Stato per un nulla di fatto, il procuratore responsabile dell’inchiesta rimossa. Ma il tutto si è positivamente concluso meno di un anno fa; l’impatto mediatico nell’immediato fu enorme e devastante.

Un clima da caccia alle streghe, di violenza ed aggressione sistematica ha lasciato comunque cicatrici: qualcuno, per resistere, ha assorbito il clima plumbeo di quegli anni comportandosi di conseguenza. Via i semi dal proprio negozio oppure vendita semi clandestina degli stessi, eliminazione dei manuali di coltivazione dalle librerie, apertura di nuovi negozi in zone defilate, eliminazione di ogni riferimento grafico alla cannabis in vetrina…

Altri si sono comportati nella maniera opposta rivendicando la liceità del negozio stesso e della vendita di tutti i prodotti, creando alleanze politiche e sociali con soggetti sensibili al tema, organizzando iniziative pubbliche di approfondimento. 
Molti negozi, negli anni bui della repressione ideologica, si sono trasformati nei catalizzatori di tutti quei soggetti che cercavano di contrastare la repressione. Nacque una nuova idea di negozio.

Il nuovo canapaio

(Legalizziamo)

Provo a definirne le caratteristiche salienti partendo dalle esperienze osservate finora. Scelta del luogo in zone della città di largo passaggio o su piazze, ampie vetrine da cui si riesce a vedere all’interno (eliminare il modello sexy shop), luminoso ed accogliente. Arredamento accattivante, colori morbidi. Spesso si è cercato di stabilire rapporti di buon vicinato che si sostanziano nella partecipazione alla vita del quartiere, aderendo alle associazioni dei negozi di vicinato; oltre ad essere esercizi commerciali, ci si impegna nell’organizzazione di momenti di approfondimento sui temi oggetto del commercio come presentazioni di libri, conferenze e seminari.
Si cerca l’interlocuzione con soggetti pubblici: associazioni, movimenti politici ed amministrazioni pubbliche con la relativa richiesta di patrocinio per iniziative culturali; si aumenta la disponibilità di materiale informativo a disposizione dei clienti e, soprattutto, dei curiosi. Si rivendica, di fatto, l’essere parte della comunità territoriale. Grazie al cambio di passo dell’ultimo anno, negozi così impostati sono arrivati a svolgere anche altre funzioni oltre a quella prettamente commerciale.

Lo sdoganamento sociale della cannabis

Chi è nel business legato alla cannabis da parecchio tempo, avrà notato come mai, prima degli ultimi 12 mesi, il dibattito sia stato così mainstream. Paginate sui quotidiani ed i settimanali d’inchiesta (Espresso, Panorama, Internazionale e Micromega), articoli positivi sulle riviste femminili (Donna Moderna e inserto femminile di Repubblica), copertina del National Geographic, prese di posizione di personaggi pubblici anche insospettabili, da ultimo Maria De Filippi

Le copertine di National Geographic e Time sulla “scienza della marijuana”.

Nella società stiamo assistendo al definitivo sdoganamento della cannabis, il suo uso e la coltivazione domestica. Prova ne sono anche le nuove tipologie di clienti che si affacciano nei negozi per la prima volta: donne over 40, coltivatori per mera curiosità, persone affette da patologie per le quali la cannabis sortisce un qualche beneficio, ecc.

Le notizie positive che ci giungono dagli Stati Uniti contribuiscono certamente a questo cambio di atteggiamento verso la cannabis così come la relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia del febbraio scorso ha contribuito a creare un clima analogo nel mondo politico ed istituzionale. La nascita dell’Intergruppo parlamentare per la legalizzazione ed il conseguente progetto di legge depositato a metà luglio ne sono gli effetti più evidenti ed innovativi.

Sulla buona strada per la legalizzazione

Se nella società italiana un atteggiamento più tollerante verso la cannabis può considerarsi un dato assodato, il processo di regolamentazione per via legislativa sta muovendo solo i primi passi. 
Vi è onestamente da riconoscere come un’operazione così articolata ed organizzata, seppur per ora solo a livello di strategia parlamentare, non si sia mai vista in tutti questi anni di proclami caduti nel vuoto e tentativi morti sul nascere. E, d’altra parte, l’affrontare la questione — cannabis nella sua globalità, quindi affrontando contestualmente e nel medesimo testo sia la materia attinente la cannabis terapeutica che quella non destinata all’uso terapeutico è un atteggiamento maturo ed intelligente. 
Un altro aspetto degno di nota è la visibilità mediatica che l’Intergruppo è riuscito a catalizzare intorno ai vari passaggi svolti finora. 
Credo pertanto, per sintetizzare, che ad oggi tale iniziativa verso la legalizzazione sia la più efficace ed avanzata sia per capacità di attrarre visibilità mediatica, contribuendo quindi alla formulazione di un dibattito approfondito sulla materia e alla conseguente tolleranza sociale verso la cannabis, sia per capacità di avvicinarsi al risultato sperato.

(Intergruppo Parlamentare)

Il cammino verso la legalizzazione è iniziato; è di tale portata, ormai, che avviene anche prescindendo la partecipazione di chi, associazioni od operatori commerciali del settore, dovrebbero esserne i principali attori o beneficiari. Il processo non si ferma, l’attenzione mediatica è altissima e credo sia opportuno per tutti esserne attori propositivi e partecipi.

Certo, vi sono alcune lacune sul testo depositato, vi sono alcuni passaggi troppo vaghi buoni per equivoci interpretativi, vi sono enormi incertezze sui passaggi di discussione parlamentari, timori che il testo possa venire stravolto o che, in fase di elaborazione dei decreti ministeriali attuativi, vi siano dei fatali colpi di mano. 
La vicinanza a questo processo, anche con seminari come questo a cui stiamo assistendo e con iniziative, in generale, in grado di coinvolgere, approfondire ed informare, è utile per arrivare all’obiettivo sperato: la regolamentazione del fenomeno sociale del consumo e produzione di cannabis in tutti i suoi aspetti.

La svolta del 7 marzo 2014

Vi fu un momento in cui il cambio di passo, in cui l’attenzione dell’opinione pubblica mutò definitivamente. Fu il 7 marzo 2014. 
Quel giorno, tutti i quotidiani nazionali riportarono la notizia che il Governo non si sarebbe opposto alla legge sulla cannabis terapeutica approvata dalla regione Abruzzo. Fino a quel momento sempre il governo si oppose alle numerose regioni che approvarono le rispettive leggi sulla materia e perse. 
Sulla scorta dei precedenti, cambiò infine atteggiamento. 
Il dato che mi preme sottolineare è che i titoli dei giornali per la prima volta posero in chiave positiva la notizia (“il governo dà il via libera”, “sì alla cannabis terapeutica”, ecc…) e tale atteggiamento positivo, spropositato circa la notizia riportata, segnò una svolta di atteggiamento incredibile nell’opinione pubblica.

Anche i negozi lontani dalle terre abruzzesi videro avvicinarsi, spesso per la prima volta ed in maniera uniforme sul territorio italiano, nuovi soggetti interessati a saperne di più su cannabis, qualità terapeutiche, coltivazione ad uso personale. 
Da molte parti questo fenomeno velocizzò la creazione di reti per lo scambio di informazioni e per la collaborazione tra malati, medici, farmacisti ed esercenti commerciali; obbligò molti di noi, inoltre, ad approfondire le tematiche specifiche.

Il grow shop come elemento essenziale della rivoluzione verde

Ecco che un grow shop, grazie al lavoro ed al modo di porsi definito negli anni, diventa un interlocutore credibile ed utile anche nell’assistenza terapeutica.
 Monitorando i vari esempi di rapporti virtuosi costituitisi, si nota come spesso i clienti interessati agli aspetti terapeutici vengano in negozio già informati e dopo consultazione del medico curante o su indicazione dello stesso; oppure clienti consapevoli sottopongano ai medici curanti le notizie e novità raccolte attraverso i negozi e portino il medico ad approfondire per la prima volta tali aspetti; nascono rapporti diretti tra negozianti e medici con proficuo scambio di informazioni e buone prassi.
I negozi sono stati in un certo senso costretti ad evolversi per far fronte alle nuove necessità che nascono nella società e grazie alla ricerca.
Il lavoro sul campo, le esperienze raccolte, la consapevolezza di essere dalla parte giusta della storia rendono il grow shop elemento essenziale nella rivoluzione verde, politica, sociale e legislativa che stiamo vivendo.

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