La verità, vi prego, sulla MDMA

Fatti e riflessioni sulla “droga dell’amore” — perché troppo spesso non ce la spacciano giusta.

di Corallina LC

La Sessione Speciale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dedicata alle droghe si avvicina sempre più. Per prepararci a questa occasione fondamentale di riflessione e confronto, abbiamo deciso di proporvi una serie di approfondimenti sull’argomento (qui il primo). Oltre ad analizzare da vicino la situazione, studiare nel dettaglio le possibili politiche da adottare e confrontarci con esperti internazionali (non perdetevi la prima super intervista settimana prossima!) ci pare necessario fare un ripasso fondamentale: quali sono le droghe disponibili sul mercato, come funzionano e perché proibirle non è mai l’approccio giusto?
Cominciamo con una delle sostanze più popolari tra i giovani e più stigmatizzate da politica e media: l’MDMA.

Harry, ti presento Molly (credo)

I chimici la chiamano Metilen-Diossi-Metil-Anfetamina, ma per tutti lei è semplicemente MDMA o Ecstasy (a seconda che si presenti in polvere grezza o in pasticche). Gli amici, poi, la chiamano semplicemente — e quasi affettuosamente — “Molly”.

Tanti nomi, ma la sostanza non cambia; o quantomeno, non dovrebbe. 
Nella realtà dei fatti, però, che le pillole colorate che ti ha messo in mano il tuo spacciatore contengano davvero MDMA — che siano davvero Molly, insomma — lo puoi solo supporre.
Per dirla in maniera spicciola, quando ti compri una bustina di MDMA o qualche pasticca di Molly, è molto probabile che tu stia in realtà acquistando della droga tagliata. Tagliata con cosa, non è dato saperlo: la gamma delle possibilità spazia dal mefedrone alle pastiglie di caffeina ed i pezzettini di vetro passando per allucinogeni, anabolizzanti e analgesici vari.

[Se volete saperne di più, potete guardarvi questo documentario che racconta della drammatica diffusione di droghe che non sono affatto quel che sembrano oppure leggervi questa inchiesta di VICE]

How can you tell if the Molly/MDMA/Ecstasy you bought is legit?

La MDMA e la “chimica della felicità”: finché down non ci separi

Gli psico-nautici più poetici, in ogni caso, preferiscono usare appellativi come “Love Drug” o “Lovers’ Speed” e parlare di “chimica della felicità”. 
Il motivo è facilmente spiegabile. La MDMA va infatti a stimolare una triade molto particolare di neuro-trasmettitori: innanzitutto la Serotonina, anche detta “l’ormone della felicità”; poi la Dopamina, definita “la sostanza chimica del piacere”; e infine la Noradrenalina, una sorta di regolatore della vitalità delle nostre emozioni. 
In breve? Con l’utilizzo di MDMA — quando tutto va bene, s’intende: perché il rischio di sostanze tagliate male e la possibilità di overdose sono sempre dietro l’angolo — il cervello umano viene colpito da un’ondata improvvisa di neuro-trasmettitori eccitatori che diffondono in tutto il corpo una fortissima sensazione di euforia, felicità ed empatia verso il resto del mondo.

La durata e l’intensità dell’effetto della droga sono relative — dipendenti innanzitutto dalle dosi e modalità di consumo — ma un dato è certo per tutti: il giorno dopo, senza tutti quei fantastici neuro-trasmettitori che ti invadono il cervello, sarà uno schifo totale e ti troverai a piangere abbracciato alla tazza del cesso (presumibilmente, ascoltando questa canzone de I Cani).

Dai club alle cliniche: le applicazioni terapeutiche della MDMA

Può sembrare strano, ma la MDMA — inizialmente sintetizzata e studiata prima dai tedeschi e poi dagli americani (rispettivamente durante la prima Guerra Mondiale e durante la guerra fredda) con velleità militari — è stata di fatto immessa sul mercato come farmaco psicoterapeutico.

Il composto della MDMA, a lungo dimenticato, venne infatti “riscoperto” dal chimico e farmacologo statunitense Alexander Shulgin — anche detto “padrino psischedelico” — a metà degli anni ’70 e da lui reso diffuso tra centinaia di professionisti operanti nel settore della psicoterapia nella West Coast degli Stati Uniti per trattare traumi e depressioni. La sostanza, nel frattempo resa illegale, ha poi cominciato a acquisire sempre maggiore popolarità nel suo utilizzo “ricreativo” — fino a divenire la droga più diffusa, prima nei club e poi nei rave.

A lungo si è parlato di Ecstasy solo come sostanza simbolo della “club culture” e delle feste a base di musica techno. Negli ultimi anni, però, la comunità scientifica ha ripreso ad esplorare le potenzialità terapeutiche della MDMA. Una serie di studi autorevoli hanno infatti dimostrato che la sostanza, grazie alla sua capacità di produrre un profondo senso di calma e fiducia, può essere un prezioso supporto nel trattamento di sindromi post-traumatiche. Negli Stati Uniti sono state quindi avviate alcune sperimentazioni, approvate dalla DEA, nella cura di tali disturbi nei veterani di guerra. Gli scienziati lamentano comunque come il progredire della ricerca in materia sia ostacolato dall’attuale status legale di tali sostanze e lo “stigma” che le accompagna.

Quanto fa davvero male la MDMA?

Il punto di partenza è, ovviamente, che tutte le droghe sono rischiose e dannose. Ma quanto fa male la MDMA, nel breve e nel lungo periodo?

Per quanto concerne il primo punto, uno degli effetti avversi noti, fortunatamente piuttosto raro, è la ipertermia (e cioè un aumento critico della temperatura corporea che può causare danni permanenti agli organi).
I casi di overdose da MDMA sono anche essi rari, in Italia come nel resto del mondo. Il problema si presenta piuttosto in conseguenza della composizione chimica sempre più varia e indeterminata delle sostanze che sono vendute come MDMA.

Per quanto concerne il secondo punto — e cioè le conseguenze a lungo termine del consumo di MDMA — la questione resta controversa, ma alcuni studi hanno rilevato che il potenziale dannoso dell’Ecstasy nel tempo sarebbe inferiore di quello di sostanze legali come l’alcol. Infatti, nonostante esistano indizi di un possibile effetto di danno cognitivo associato all’uso della sostanza, recenti ricerche hanno asserito che gli eventuali effetti avversi sarebbero comunque reversibili con una interruzione del consumo e che gli effettivi livelli di neuro-tossicità della MDMA sarebbero comunque dipendenti dai regimi di consumo (e quindi significativamente più bassi nel caso di un consumatore moderato che non faccia uso della sostanza più di quattro volte all’anno).
In ogni caso, tutte queste considerazioni sono ovviamente valide con esclusivo riferimento al consumo di pura MDMA e non possono essere estese alle misteriose composizioni chimiche che invadono il mercato illegale. In altre parole, l’impossibilità di sapere cosa ci sia esattamente dentro quelle bustine e quelle pasticche rende vano qualsiasi tentativo di misurazione e prevenzione dei danni derivanti dal consumo.

Perché regolamentare e non proibire? Ce lo spiegano due mamme che hanno perso le proprie figlie per overdose

Mia figlia voleva assumere sostanze, non voleva morire. Tutti i genitori preferirebbero la prima opzione alla seconda.

Anne-Marie una notte di Luglio è stata svegliata da una telefonata — quella che le annunciava che la sua figlia quindicenne, Martha, era morta a causa di una overdose accidentale da ecstasy. Prima di quella notte, scoprirà poi Anne-Marie, Martha aveva fatto delle ricerche su Google per provare ad informarsi su come assumere sostanze in maniera sicura.

Nessuno vuole che le sostanze stupefacenti siano vendute ai minorenni, tuttavia se Martha fosse riuscita a entrare in possesso di una droga destinata agli adulti, ma con un’etichetta con gli avvertimenti e le istruzioni per il dosaggio, non avrebbe preso una quantità 5–10 volte superiore a quella consentita” spiega Anne-Marie, che per questo motivo oggi è una dei tanti familiari delle vittime per droga che hanno aderito alla campagna di Anyone’s Child, network britannico che chiede la fine della guerra alle droghe e la regolamentazione delle sostanze stupefacenti in un’ottica di riduzione del danno.

Nel cercare risposte sulla morte della figlia, Dede Goldsmith è arrivata a una conclusione sconvolgente: non è stata Molly a uccidere sua figlia. Sono state le attuali politiche proibizioniste, che vietano la droga e scoraggiano l’educazione e l’informazione sull’uso sicuro delle sostanze.

Un’altra notte d’estate, in un altro continente, un’altra madre è stata svegliata nel cuore della notte da un telefono che suonava. Dall’altra parte della cornetta, una voce sconosciuta, un annuncio terribile: quello che doveva essere un week-end di festa — in gita con un gruppo di compagni a Washington per una serata electro house — è finito in tragedia per la diciannovenne Shelley Goldsmith, che ha perso la vita per una grave ipertermia conseguente all’assunzione di MDMA.
Sua madre Dede è convinta che le cose sarebbero andate molto diversamente se l’approccio delle autorità in materia fosse stato diverso: “Il modo per ridurre i rischi derivanti dall’uso di droghe da parte dei giovani nei club non è imporre proibizioni assolute, bensì fare prevenzione ed educare, fornendo anche i mezzi per un consumo il più sicuro possibile”.

Ora la domanda è: sapranno i governi del mondo, rappresentati nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ascoltare la voce di queste due mamme e delle migliaia di altre persone che chiedono la cessazione della War on Drugs e l’adozione di nuove politiche basate sul principio di riduzione del danno?

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