Votare diversamente si può?

Un esperimento sul giudizio maggioritario

“Il dispotismo, la burocrazia, il sistema rappresentativo […] si combinano oggi con la democrazia termodinamica, forma originale della politica nello Spazio delle Merci. La democrazia termodinamica fa convergere una grande varietà di problemi, di idee pratiche e collettive in scelte binarie sommate in modo semplice: sì o no, sinistra o destra, repubblicani o democratici, conservatori o progressisti, etc. […] Come per il caldo e freddo della termodinamica, si approda fatalmente all’indifferenziazione: il tiepido, la media statistica. Tutto finisce per assomigliarsi.”
 — Pierre Lévy, “L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio” Feltrinelli (1996)
Effetti nefasti del sistema di voto con psephoi (sassolini) nella Grecia omerica. I guerrieri achei riuniti in assemblea decretano Ulisse il degno erede delle armi di Achille, appena ucciso dalla freccia di Paride. Lo sconfitto Aiace Telamonio si toglie la vita per lavare l’onta di aver sterminato il bestiame degli Achei in uno scatto d’ira. Dettaglio di una coppa per vino in terracotta custodita al J. Paul Getty Museum e attribuita al Pittore di Brygos, Atene 490 a.C. ca..

Sono cresciuto leggendo distopie. Philip K. Dick, Aldous Huxley, Ray Bradbury, ovviamente George Orwell. A casa uno scaffale è tutto per loro. Da qualche tempo, però, ho iniziato ad accumulare le opere di Thomas More, Tommaso Campanella, André Gorz nello scaffale sottostante. La ragione è molto semplice: in pochi anni la nostra società ha realizzato molte di quelle “visioni pericolose”. I nostri comportamenti online sono profilati dai giganti del web, leggi limitanti le nostre libertà personali vengono promulgate nella generale indifferenza, ideologie retrograde e violente trovano nuova linfa e attecchiscono tra i più smemorati, tra i più “delusi”.

Mai prima di questi mesi di campagna elettorale avevo provato la netta sensazione di un inarrestabile scivolamento verso il basso del livello di ragionevolezza (prima ancora che di umanità e fratellanza) all’interno della società. La piega presa dal “dibattito politico” italiano precedente le prossime elezioni per il rinnovo delle Camere è stato orribile — di idee, manco l’ombra. Spero che su questo conveniate con me, qualunque sia la vostra opinione sulle forze in campo e sulla migliore strada che il nostro Paese debba intraprendere.

Più volte negli ultimi mesi — al mare con amici, a pranzo tra colleghi — mi sono imbarcato in scivolose discussioni riguardanti le elezioni. Molto rischioso, lo dicono anche i Peanuts:

Un modo semplice per parlare di elezioni senza rovinare amicizie decennali però c’è, ed è quello di proporre agli astanti un Gedankenexperiment: come giochereste il gioco elettorale se cambiassimo le regole con cui viene giocato? La semplicissima domanda con cui miro ad innestare il dubbio che questo non sia l’unico dei mondi elettorali possibili è:

Perché ci viene concesso di scegliere una sola tra le possibilità, e mai di dare un giudizio su tutte?

Tendenzialmente — che gli esperti mi correggano — per ragioni storiche. O forse perché l’elettore è considerato consapevole come un bambino di dieci anni. Comunque sia, la comparazione tra sistemi di voto differenti è materia di ricerca vecchia di secoli, risalendo fino all’opera del Marchese di Condorcet, matematico illuminista. Per ciascuno dei possibili sistemi (a voto singolo, a classifica, …) mille sono le obiezioni — sia tecniche, sia filosofiche. Non avendo il background (né il tempo) necessario ad approfondire questa affascinante materia che coniuga matematica e decisioni umane, ho pensato di approcciare il problema in modo sperimentale, per chiarirmi un po’ le idee.

Così, in un momento di noia, domenica 18 febbraio ho proposto sulla mia pagina Facebook un esperimento ad amici e colleghi. Tramite Google Form ho cursoriamente redatto un sondaggio elettorale anonimo per chiedere loro (e ai loro contatti) di esprimere una preferenza “tradizionale” per una delle principali liste elettorali, e parallelamente esprimere per ognuna di esse un giudizio di valore e stabilire un vincitore secondo un criterio di soddisfazione del maggior numero — il cosiddetto “giudizio maggioritario”.

Il giudizio maggioritario

Di questo sistema di voto, elaborato da Michel Balinski (École Polytechnique, Paris) e Rida Laraki (Université Paris 9 Dauphine), sentii per la prima volta parlare dai miei colleghi all’École Normale Supérieure durante la campagna elettorale per le Elezioni Presidenziali francesi del 2017.

Prima di spiegarne la logica, rimandando alle letture consigliate per i dettagli, vorrei sottolineare che non si tratta di un diverso “sistema elettorale”, né di una diversa legge elettorale: non troverete quindi qui uno studio comparativo tra proporzionale con premio di maggioranza e maggioritario con quota proporzionale, o una disquisizione sulle conseguenze del Porcellum o del Rosatellum.

Il giudizio maggioritario consiste nel dare ad ogni elettore la possibilità di esprimere un giudizio di valore per ognuna delle liste o candidati partecipanti ad una competizione elettorale, invece di dover scegliere per (al massimo) una delle possibilità proposte. Una volta raccolti i giudizi (in una scala che va da “da rifiutare” a “molto bene”) di tutti gli elettori su ognuna delle possibilità, il criterio che permette di stabilire un vincitore è quello della soddisfazione del maggior numero.

Innanzitutto si ordinano i candidati, o le liste, in ordine decrescente di giudizio mediano (quello che mette d’accordo almeno la metà dei votanti). A parità di quest’ultimo, si attribuisce la vittoria a chi detiene la maggior percentuale di elettori che ha dato un giudizio strettamente migliore di quello mediano (“criterio di vittoria”) o la sconfitta a chi ha una percentuale maggiore di elettori che hanno dato un giudizio strettamente peggiore (“criterio di sconfitta”).

L’idea di usare il giudizio mediano anziché medio si basa sull’idea di non dover attribuire un valore numerico corrispondente al giudizio (cosa che introdurrebbe un grado di arbitrarietà) e di voler definire l’opinione del corpo elettorale nel suo insieme come quella che mette d’accordo almeno metà di esso. Consentire la scelta tra giudizi “a parole” invece di imporre una scala numerica va invece nella direzione della chiarezza, evitando facili confusioni sul significato di un numero alto rispetto ad uno basso.

Questo sistema di voto può in principio essere adattato ad una ripartizione proporzionale dei seggi, o più semplicemente applicato alla scelta dei candidati in un sistema a collegi uninominali. In ogni caso, campagna elettorale e voto si svolgerebbero in modo decisamente diverso e — questa la mia opinione — con un maggiore grado di responsabilità e soddisfazione da parte dei cittadini.

Ceci n’est pas un sondage

Domenica 25 febbraio, ad una settimana dal lancio del formulario anonimo, ho chiuso la possibilità di parteciparvi, iniziando quindi a processare i dati. A partecipare sono state in totale 166 persone, per lo più miei amici e loro contatti.

Ai fini della predizione dei risultati delle elezioni politiche italiane 2018, il valore statistico di questo sondaggio è nullo, non unicamente per la taglia (minima) del campione, ma soprattutto per l’enorme bias dello stesso (praticamente un sottoinsieme dei miei contatti sui social media). Per questa ragione la parola “sondaggio” è erronea, e preferisco usare “esperimento” — dal quale spero potremo trarre alcune considerazioni interessanti.

Il 5 marzo Mattarella chiederebbe a Emma Bonino di formare un governo (se votassero solo i miei amici)

Innanzitutto, circa il 12% dei partecipanti si dichiarava, a poco più di una settimana dal voto, indeciso, intenzionato ad astenersi o a votare scheda bianca.

Le preferenze singole del restante 88% venivano così ripartite tra le liste principali (Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, +Europa, Liberi e Uguali, Lega, Potere al Popolo!, Forza Italia, Fratelli d’Italia, più CasaPound Italia e “altri partiti”):

Le 10 preferenze complessive a Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia sono aggregate sotto l’etichetta “centrodestra”. Mio malgrado, aggiungerei, in quanto uno dei miei scopi era capire meglio le opinioni dell’elettorato leghista in merito alle altre liste per determinare quale fosse per esso l’alleanza più “naturale” — se quella con Berlusconi o quella con i Cinque Stelle.

La lista +Europa raccoglie più di un terzo delle preferenze (36.3%), quasi doppiando la seconda forza, il Partito Democratico (19.3%). Da soli, Bonino e Renzi deterrebbero la maggioranza assoluta dei voti e, quindi, dei seggi della quota proporzionale.

La sinistra totalizza un quarto dei voti, con Liberi e Uguali (15.2%) e Potere al Popolo! (9.7%) triplicare quanto loro accreditato dai più recenti sondaggi. Il Movimento 5 Stelle ottiene l’11%, quattro punti percentuali più del centrodestra aggregato (6.9%). Gli altri partiti si fermano all’1.4%.

Il campione di votanti non è molto soddisfatto dell’offerta politica (eufemismo), gli astenuti ancora meno

Aggregando tutti i giudizi espressi, ho ottenuto una fotografia del grado di soddisfazione del campione dei partecipanti all’esperimento nei confronti della classe politica nel suo complesso. Molto scarso — come potete apprezzare voi stessi:

Una spiegazione del grafico è utile anche per il prosièguo: se la lunghezza totale rappresenta l’insieme dei giudizi espressi, la relativa larghezza dei segmenti colorati corrisponde alla loro ripartizione. Più di metà dei giudizi complessivi (il giudizio mediano è indicato dalla linea verticale tratteggiata) è stato “da rifiutare”, e solo il 9% circa è stato di condivisione (“bene” o “molto bene”) —il più delle volte nei confronti della sola lista per la quale l’elettore aveva espresso la preferenza tradizionale, come vedremo più tardi.

Se guardiamo i giudizi di chi dichiara di votare scheda bianca o di volersi astenere (i giudizi degli indecisi sono analizzati più tardi), l’opinione è ovviamente più critica ancora:

L’85% dei giudizi espressi da coloro che dichiarano di non voler andare a votare o di non barrare alcun nome o simbolo sulla scheda elettorale sono sotto la sufficienza. Nessuna menzione “molto bene” è stata espressa.

+Europa vincerebbe anche col giudizio maggioritario

Tre sole liste raggiungono la sufficienza col giudizio maggioritario (ottenendo un giudizio mediano “passabile”): si tratta di +Europa, del Partito Democratico e di Liberi e Uguali. Due liste (M5S e Potere al Popolo!) vengono classificate come non sufficienti (giudizio mediano “insufficiente”). Per tutte le altre, da CasaPound a Forza Italia, passando per la Lega e Fratelli d’Italia, più della metà dei votanti si è trovata d’accordo nel giudicarle “da rifiutare”.

Poiché il 46% degli elettori ha espresso per +Europa un giudizio strettamente migliore di “passabile” (cioè da “abbastanza bene” a “molto bene”), contro il 31% per il PD e il 30% per Liberi e Uguali, la lista di Emma Bonino uscirebbe vincitrice dalla contesa elettorale anche con questo sistema.

Il secondo posto è appannaggio del Partito Democratico, e non in base al “criterio di vittoria” (31% a 30%), bensì a quello “di sconfitta”: il 40% degli elettori ha giudicato Liberi e Uguali peggio del giudizio mediano, ossia “insufficiente” o “da rifiutare” (contro il 35% per il PD). Essendo tale 40% una percentuale maggiore non solo del suddetto 35%, ma anche del 31% e 30%, si sceglie il criterio di sconfitta in luogo di quello di vittoria per soddisfare il maggior numero di elettori. Liberi e Uguali chiude quindi al terzo posto.

Il Movimento Cinque Stelle e Potere al Popolo! condividono “insufficiente” come giudizio mediano — ma chi ha fatto meglio tra i due? Poiché la percentuale di elettori che giudica il M5S “da rifiutare” è il 48%, superiore a quella che rifiuta Potere al Popolo (46%), ma anche superiore alle percentuali di elettori che ritengono l’una ol’altra forza politica almeno “passabili” (33% e 22% per M5S e PaP, rispettivamente), la Casaleggio Associati chiude dietro alla formazione capitanata da Viola Carofalo.

Gli elettori del PD sono i più scettici, divisi quelli del centrodestra

Quanto sono soddisfatti gli elettori della propria lista preferita (assumendo che sia quella per la quale hanno espresso la preferenza tradizionale)?

La risposta sembra essere “non troppo”. Colpisce (fino ad un certo punto) vedere come il giudizio mediano del PD espresso dai soli elettori PD sia “abbastanza bene”, il più basso a pari merito con quello delle liste del centrodestra aggregate. Qui, però, l’opinione è estremamente frammentata, con diversi elettori di Lega, Fratelli d’Italia o Forza Italia che hanno giudicato insufficienti o addirittura inadeguati i compagni di coalizione.

Interessante anche l’opinione degli elettori nei confronti delle liste che hanno dichiarato di non votare: più del 70% dei giudizi degli elettori di FI, Lega e FdI nei confronti delle altre forze politiche sono stati di rifiuto — percentuale superiore anche a quella degli elettori Cinque Stelle, notoriamente anti-sistema.

E gli indecisi?

I 15 indecisi che hanno partecipato all’esperimento condividono gli stessi giudizi mediani del totale dei votanti: +Europa, Partito Democratico e Liberi e Uguali “passabili”, Potere al Popolo! e Movimento 5 Stelle “insufficienti”, tutti gli altri “da rifiutare”.

L’ordine di preferenza tra gli indecisi è risultato però diverso: in base al criterio di vittoria, primo posto per Liberi e Uguali (47%), secondo per +Europa (40%) e terzo per il PD (13%). Potere al Popolo! ottiene il quarto posto ai danni dei Cinque Stelle sempre grazie al criterio di vittoria (33% a 27%).

Il sistema di voto tradizionale “appiattisce” la nostra complessità

In termini di giudizi per ogni forza politica, su 166 voci raccolte, ben 133 (pari all’80%) sono risultate “uniche”, diverse da quelle di chiunque altro. 12 votanti (il 7.2%) hanno condiviso tutti i giudizi con una sola persona, 9 con altre due (il 5.4%), 12 con altre tre (il 7.2%).

Ci viene detto che è sbagliato giudicare una persona dal proprio voto, che la storia di ognuno è diversa… eppure non ci interroghiamo mai se il sistema con cui esprimiamo la nostra opinione politica renda giustizia a tale intrinseca, rivendicata complessità. E si può avere un sistema politico maturo se all’elettore si chiede un voto di tipo 00000001000? È sufficiente il grande numero di elettori a far emergere la decisione collettiva migliore/più condivisa a partire da tali singole preferenze?

Se ogni decisione umana presuppone sempre e comunque una proiezione della realtà (se essa esiste in senso oggettivo) lungo gli “assi” della nostra visione del mondo / ideologia, è altresì vero che vedere ridotta al minimo la dimensionalità dello spazio decisionale può essere frustrante e portarci a percepire l’atto decisionale (in questo caso quello elettorale) come privo di senso. Credo che il giudizio maggioritario, pur rimanendo sufficientemente semplice, garantisca all’individuo una maggiore libertà di espressione delle proprie opinioni politiche — offrendo al contempo un metodo sufficientemente oggettivo per discriminare tra scelte migliori e peggiori per una collettività chiamata alle urne.

Conclusioni e domande aperte

Ignoro ancora il vero risultato dell’esperimento, quello che mi interessa di più: il grado di soddisfazione dei partecipanti all’esperimento, sia in termini “assoluti” (votare così avrebbe più senso?), sia in termini relativi ai risultati. Potrei lanciare un secondo sondaggio, ma ritengo più semplice e costruttivo affrontare questo argomento confrontandomi con voi nei commenti e sui social media.

Ecco qualche altro spunto di discussione. Tipicamente ad ogni sistema di voto alternativo vengono imputate due debolezze: l’importanza del voto tattico (votare contro tutti gli altri per favorire la propria scelta) e una tendenza a far convergere la scelta collettiva verso l’opzione più centrista/moderata. Dai dati raccolti non sono ancora stato in grado di rispondere a tali domande per il giudizio maggioritario. Credo che presentare la distribuzione del numero di giudizi “da rifiutare” per gli elettori di una data forza politica possa in qualche modo suggerirci quanto i partecipanti all’esperimento abbiano votato in modo “tattico”. Aggiungerò questa analisi il prima possibile.

Infine, come reagirebbe la classe politica? Assisteremmo a campagne elettorali di stampo diverso? Le forze politiche punterebbero a migliorare il proprio giudizio “assoluto”, tra i propri elettori o in generale, invece di cercare di vincere denigrando gli avversari?

Pare probabile, nei prossimi anni, la diffusione di un dibattito tra difensori della democrazia e i fautori di qualche sorta di epistocrazia (ove quest’ultima verrà presentata come unico argine contro i populismi): può un sistema di voto come il giudizio maggioritario essere alternativo al voto informato e al ritorno ad un suffragio non-universale?


Letture ulteriori

[1] Michel Balinski and Rida Laraki “Majority Judgement : Measuring Ranking and Electing”, MIT Press (2010)

[2] Michel Balinski and Rida Laraki “Judge: Don’t Vote”, Cahier du laboratoire d’Économétrie de l’École polytechnique (2010).

[3] http://www.college-de-france.fr/site/pierre-rosanvallon/seminar-2012-02-29-10h00.htm