Contro l’ottimizzazione

Il soluzionismo tecnologico nasconde in sé la convinzione che ogni attività sia ottimizzabile.

Riccardo Coluccini
Aug 24, 2017 · 5 min read

Sin dal Paleolitico l’evoluzione tecnologica ha sempre accompagnato di pari passo lo sviluppo umano: dall’introduzione dei primi utensili in pietra fino ad arrivare ai giorni nostri con l’introduzione di algoritmi in grado di prevedere i nostri bisogni, lo sviluppo tecnologico ha sempre cercato di introdurre nuovi benefici per gli esseri umani.

Se immaginiamo di tracciare un grafico ideale che riporti l’andamento dello sviluppo tecnologico e dei benefici per gli esseri umani, saremmo di fronte a due curve che aumentano di pari passo puntando verso l’alto, destinate, sembrerebbe, a tenersi per sempre per mano. Ad un certo punto, però, in contemporanea con la diffusione e la consolidazione dei colossi tecnologici come Google, Facebook, ed Amazon, la curva dei benefici per gli esseri umani vira repentinamente verso il basso, inabissandosi, mentre quella della tecnologia continua imperterrita la sua ascesa.

A sconvolgere l’idillio è l’erosione di porzioni sempre più grandi dei diritti umani dovuta proprio allo sviluppo tecnologico, che in alcuni casi sta violando la nostra privacy e ci sta rendendo succubi — ed in parte vittime ignare — di un monitoraggio costante delle nostre decisioni, idee, e desideri.

La nostra attività quotidiana è completamente immersa nella tecnologia, sia essa in forma di frigoriferi intelligenti o negozi digitali, e questo ha prodotto una metamorfosi del ruolo degli ingegneri — in special modo quelli informatici — che sono considerati dei veri e propri guru in quanto sono gli unici ad essere a conoscenza del reale funzionamento degli strumenti che utilizziamo.

La salita al potere degli ingegneri e dei tecnici ha facilitato quindi la diffusione del soluzionismo tecnologico, chiamato a gran voce persino dai politici: per ogni tipo di problema ci sarà sicuramente e necessariamente una soluzione tecnologica. Dal momento che utilizziamo tecnologie e piattaforme social di cui non comprendiamo a pieno né i meccanismi né le infrastrutture, quando vogliamo che siano messe delle toppe per arginare ogni tipo di problema che si palesa, non conoscendo gli strumenti, ci affidiamo agli ingegneri.

Se a prima vista, quindi, il soluzionismo tecnologico, ma ancor di più il riduzionismo algoritmico, suo vicino parente — ovvero la convinzione che tutte le attività umane possano essere gestite con formule matematiche — , sembrano essere i colpevoli di questa inversione della curva dei benefici per gli esseri umani, in realtà il denominatore comune alla base di questi due pensieri è la perenne rincorsa all’ottimizzazione, idea a cui non è facile sottrarsi.

L’inferno della sorveglianza

L’annuncio dell’apertura di Amazon Go, il negozio fisico di Amazon senza cassieri, è stato uno dei più recenti segnali dell’egemonia dei CEO delle aziende tech nell’imporre processi di ottimizzazione a spese delle nostre vite. Amazon Go, grazie all’utilizzo di algoritmi di computer vision — una delle aree di ricerca dell’intelligenza artificiale — è in grado di monitorare e registrare quali prodotti vengono presi dagli scaffali, di aggiornare un carrello digitale e permettere quindi ai clienti di uscire dal negozio senza dover perdere tempo in code o affrontando inconvenienti presso le casse automatiche.

Siamo chiaramente di fronte ad un tentativo di ottimizzazione, questa volta legato al tempo d’attesa nei supermercati: quante volte avremmo voluto evitare le interminabili code nei supermercati? Oppure evitarci frustrazioni alle casse automatiche, dove spesso anziché velocizzare il pagamento ci troviamo a dover combattere con la lettura dei codici a barre.

Amazon Go elimina del tutto questi problemi, trasformando la spesa al supermercato in un’esperienza paradisiaca: è possibile prendere i prodotti desiderati ed uscire dal negozio senza alcuna interazione aggiuntiva.

Cosa accadrebbe, però, se per cercare di capire meglio le implicazioni della tecnologia utilizzata da Amazon Go, le dessimo forma umana?

Immaginiamo di entrare in un supermercato e subito un addetto inizia a starci attaccato alle calcagna, seguirci lungo gli scaffali, annotare su di un quaderno ogni prodotto che mettiamo nel carrello e segnalare anche su quali prodotti ci soffermiamo per poi decidere di non acquistarli — Quella torta al cioccolato con troppe calorie? Una confezione di preservativi?

L’addetto raccoglie tutti i dati per poi aggiornare il nostro profilo degli acquisti e, soprattutto, delle nostre preferenze, riuscendo a creare un’esatta copia di noi stessi sulla quale poter basare le proprie scelte di prezzi e prodotti da mettere in vendita: ogni terzo giovedì del mese un cliente acquista prodotti per l’igiene personale? Perché non fare in modo di aumentare il prezzo di quei prodotti proprio in quel giorno?

Non credo che questo corrisponda alla concezione di paradiso: Amazon Go è piuttosto un inferno di sorveglianza.

Ottimizzare tutto, ottimizzare tutti

Se pensiamo che questo sia un caso raro, in cui l’ottimizzazione riduce segretamente i benefici per le persone, dobbiamo ricrederci: quando navighiamo su internet i cookies tengono traccia dei nostri interessi in modo da fornire dati alle aziende pubblicitarie per mostrare annunci più inerenti ai nostri gusti; Facebook cambia periodicamente l’algoritmo alla base della nostra timeline per garantire un’esperienza migliore ai propri utenti; Uber aveva introdotto la possibilità di raccogliere la posizione GPS dell’utente anche quando l’app non era in uso in modo da garantire una precisione più alta e tempi di attesa ridotti.

In tutti e tre questi casi, però, a fronte di un miglioramento tecnologico troviamo nuovamente delle gravi violazioni dei diritti degli utenti che producono, rispettivamente, il rischio di profilazione dovuto al tracciamento online; la difficoltà di far sentire la propria voce su di un social network se questa viene nascosta dalle bacheche dei propri conoscenti secondo delle considerazioni puramente algoritmiche e di cui è impossibile tenere traccia; ed i pericoli legati alla possibilità che un’azienda privata possa tracciare la posizione di una persona anche al di fuori del servizio che offre.

L’ottimizzazione induce a pensare che tutti i processi possano essere ottimizzati, non solo quelli digitali quindi ma anche quelli fisici, e diffonde la convinzione che questo risultato possa essere ottenuto semplicemente aggiungendo più tecnologia.

Come dimostrano gli esempi riportati sopra, quando ci facciamo accecare dalle promesse di maggiore ottimizzazione spesso non ci rendiamo conto che l’effettivo guadagno in comodità e velocità per i servizi in realtà viene oscurato dal drammatico aumento dei costi sociali ed etici generati dalla raccolta capillare dei big data riguardo le nostre vite.

È giunto quindi il momento di spostare l’attenzione su parametri dell’ottimizzazione diversi, concentrandoci su processi che ottimizzino le garanzie di anonimato, la protezione della privacy, ed evitino la profilazione: solo questo tipo di ottimizzazione permetterà che la curva dei benefici per gli esseri umani e quella del progresso tecnologico possano tornare a proseguire unite.

Se questo cambio di paradigma non avverrà dovremmo forse dichiararci tutti contrari all’ottimizzazione.

)

Riccardo Coluccini

Written by

Mechatronic engineer. Once I had a close encounter with a quadcopter.

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