Lo chiamavano Jeeg Robot

Il supereroe di cui abbiamo bisogno è Mainetti.

Foto tratta dalla pagina Facebook di “Lo Chiamavano Jeeg Robot”

Le famiglie che si recano al cinema a vedere il primo lungometraggio di Mainetti, convinte di vedere il classico supereroe di facile digestione ed adatto ad un pubblico over 10, rimarranno deluse.

Il film, come tutti i suoi protagonisti, è sporco. Sin dalla prima scena, ci getta nelle vite intrise di violenza, furti giornalieri, disturbi psicologici nascosti in drammi familiari e sesso sgualcito in DVD. Ma è proprio questa sporcizia che permette di approfondire dei temi importanti.

Il film di Mainetti è imponente.

Il protagonista, Enzo Ceccotti, pur avendo acquisito dei superpoteri, rimane umanamente afflitto dalla difficoltà nel relazionarsi con gli altri. Il suo marcio rapporto con la sessualità ci viene sbattuto in faccia nello squallido camerino in cui si appropria di Alessia, che si sta lentamente aprendo a lui. Solo sesso sporco e dipinto con violenza. Enzo, pur avendo inifinite possibilità con i nuovi poteri, è un uomo semplice e con i soldi delle rapine continua ad acquistare il suo yogurt preferito fino a riempire il frigo. Ecco, avete presente quelle discussioni tra amici in cui si fantastica su cosa poter fare se si avessero dei superpoteri? Bene, Enzo continua a comprare, sempre e solo, lo stesso yogurt. In questo piccolo gesto c’è tutta l’umanità di Enzo ed il genio narrativo di Mainetti.

In questo film, il caratteristico tòpos della damigella in pericolo viene fatto a pezzi. Alessia, mentalmente instabile, vittima di violenze sessuali inflitte da suo padre, cerca un appiglio in un supereroe. In realtà, i ruoli si invertono. Una ragazza che vive un’esistenza lontanissima dalla concezione di normalità, che Enzo stesso cerca di rimandare in comunità per sbarazzarsene, riesce ad aiutare l’eroe che è svuotato della vita.

Alessia insegna al supereroe a vivere.

L’abbraccio dei due protagonisti di fronte al muro su cui è proiettato Jeeg Robot è struggente e cinematograficamente perfetto. Di nuovo la potenza di Mainetti.

Ora, fermiamoci un attimo a contemplare l’antagonista, lo Zingaro.

Foto tratta dalla pagina Facebook di “Lo Chiamavano Jeeg Robot”

Marinelli è pazzesco. Lo Zingaro è un personaggio ricco di profondità e dolore. E’ ridotto a spettro del suo passato, attaccato con unghie e denti al ricordo di quel tempo perduto in cui, alla ribalta nel mondo delle celebrità, aveva assaporato il successo. L’affermazione della propria immagine lo perseguita. L’espressione facciale dello Zingaro riflette tutta la tensione e la contorsione dei suoi istinti interiori. Marinelli è indubbiamente eccellente con la mimica facciale. Il suo dramma riesce a toccare le nostre corde in pieno. Ci investe con tutta la sua tragicità di sogni irrealizzabili ed illusioni. Tutti desideriamo fare “er botto”, come lui va ricordando a sé stesso ed alla sua banda per tutto il film. Quella vita gli va stretta. E lo urla in una scena memorabile del film:

Io me so’ stancato de rimane’ inchiodato qui, crocifisso ar muro

Mainetti ha prodotto un film originale, intelligente e ricco di spunti di riflessione. Ha sfruttato il pretesto narrativo di poteri sovrumani per poter mettere a fuoco i dolori, i traumi e le delusioni della vita che, a volte, di umano hanno ben poco. Si ride anche, certo, ma poi una prostituta piazza una pallottola in testa alla persona sbagliata, trascinando il film nell’inferno.