Scrittura, lettering, calligrafia e tipografia.

Ci sono quattro termini che purtroppo tendiamo spesso ad usare con leggerezza: writing, lettering, calligraphy e typography.


Se la traduzione in italiano di writing è abbastanza semplice — “scrittura” –, per gli altri due termini è più infelice: potremmo tradurre lettering con “calligrafia”, se ammettiamo ovviamente di non limitarla esclusivamente alla scrittura manuale — e in ogni caso, vedremo tra poco come la traduzione sia errata. Typography, poi, soffre della confusione generata dal fatto che “tipografia” è un termine spesso sinonimo di “luogo dove si stampa” — al contrario, gli inglesi hanno i termini press o print dedicati a questa attività.

Diamo qualche definizione: la tipografia — intesa come typography — è lo studio di come i caratteri interagiscono tra di loro e con la superficie (reale o digitale che sia). È una definizione sufficiente? Se disegnassi una parola con pennino e china su un foglio sarebbe già tipografia? L’elemento che manca alla definizione, ovviamente, è la riproducibilità del testo. La tipografia è infatti lo studio dell’interazione tra caratteri riproducibili in un sistema di stampa. È, come dice Peter Bil’ak di Typotheque, “scrivere con forme prefabbricate”.

Il lettering è invece semplicemente l’arte di disegnare lettere. Una sfera quindi più ampia di quella della tipografia, che di fatto ne è un sottoinsieme (è innegabile, in effetti, che per creare un set di caratteri riproducibili in stampa sia prima stato necessario disegnarli in qualche modo).

Cosa distingue dunque la calligrafia dalla scrittura? Non è forse verso che anche scrivendo si disegnano lettere?

La differenza è sostanziale: se lo scopo del lettering è estetico, artistico, decorativo, quello della scrittura è più squisitamente pragmatico, procedurale, esecutivo. Laddove il calligrafo disegna pezzi unici con un’obiettivo specifico (un’insegna, un carattere istituzionale, un’elaborazione grafica, un logo), lo scrittore non ha questo scopo. Il lettering usa molti tratti e decorazioni, mentre la scrittura limita la quantità di tratti per favorire il processo in sé.

Ciononostante, l’inglese prevede anche il termine calligraphy (calligrafia), con specifiche differenze dal lettering. Se quest’ultimo è basato, come visto, sulla draftmanship (l’arte di disegnare lettere per creare immagini tipografiche uniche), la calligraphy si basa sulla penmanship, cioè l’arte esclusivamente manuale di disegnare lettere con misurati ma intensi tratti di pennino che, ovviamente, non saranno mai unici né riproducibili. Non ci credete? Date un’occhiata alla sfida in corso tra il writer Giuseppe Salerno e la letterer Martina Flor su Lettering vs. Calligraphy.

A sinistra, un esempio di lettering di una N. Sulla destra, una N calligrafica.

In un certo senso, quindi, la calligraphy è la parte più artistica del writing. Il lettering è su un livello diverso, che oltre alla penna prevede anche l’ausilio di software e tecniche di disegno digitale, per garantire in qualche modo la riproducibilità del risultato e del processo creativo stesso. La tipografia, infine, è lo studio dei caratteri (disegnati in fase di lettering) e della loro interazione reciproca.

Vista nella dicotomia esecuzione/estetica, la tipografia assume quindi una nuova luce: se il lettering è estetica e la scrittura esecuzione, la tipografia racchiude il meglio di entrambi.

Ha uno scopo assolutamente pragmatico ed esecutivo, ma il graphic design ci insegna quanto l’estetica di un carattere influisca sul progetto che stiamo realizzando.