Starbucks VS il bar di Peppino

Starbucks arriva in Italia. Panico, brivido, terrore e raccapriccio. L’uomo della strada vede già minacciato il Bar Sport di Peppino, scenari apocalittici di sale slot camuffati da bar di provincia che chiudono i battenti, famiglie sul lastrico, etc.

Che palle.

Sono anni che viaggio in tutto il mondo e spesso sono stato cliente Starbucks presso aeroporti e centri cittadini, trovandomi molto bene. Citando un mio caro amico, in certi momenti Starbucks ti appare nel buio come un faro di civlità, specie quando viaggi per lavoro in posti improbabili. Non è una novità di oggi che Starbucks sia una multinazionale del settore e che impieghi persone con contratti volatili, spesso studenti che cercano di arrotondare le loro entrate. Crediamo davvero sia tanto diverso tra le tanto decantate eccellenze italiane della ristorazione?

Quando parliamo di Starbucks, parliamo di un prodotto diverso dal classico espresso del bar, che arriva nelle nostre città e raccoglie la richiesta di una domanda.
Dobbiamo incolpare Starbucks se in 30–40 anni solo pochissimi bar italiani hanno accettato la sfida e hanno effettivamente portato innovazione in un settore fermo al caffè, il bianchino alle 11 con due olive e l’abbonamento a Sky per vedere le partite la domenica?
E’ colpa di Starbucks se la gente ha cominciato a viaggiare di più e si è accorta che non di solo espresso si sopravvive?

Risposta: no. Non è colpa di Starbucks. Questa guerra al colosso americano arriva in ritardo e affonda le mani nella difesa corporativista più retrograda, come quella che pochi giorni fa ha intasato per tre giorni i trasporti via taxi nei grandi centri. Un brutto vizio tutto italiano, che ha sempre tenuto alla larga innovazione e investimenti.
E non vi preoccupate: la vostra tazzina di caffé non ve la tocca nessuno.