Camminare sul filo

Io c’ero, quella mattina del 7 agosto 1974, in Vesey Street, quando Philippe Petit fece la sua attraversata, più e più volte, su un filo teso a più di 400 metri di altezza, tra le Twin Towers, che avevano da poco terminato di costruire.
E, con centinaia di altri, sono rimasto lì, con il naso in aria e gli occhi fissi a quel puntino lassù, con il cuore e la mente in subbuglio, per un tempo che ci sembrò ore, anche se durò 45 minuti.
E c’ero, volli fortemente esserci, anche il 29 agosto, in Central Park, anche se sapevo che sarebbe stata solo un’esibizione per bambini, certo non a centinaia di metri dal suolo.
Ma volevo vedere ancora una volta quell’angelo, o quel folle, che camminava lassù, tra le nuvole, come fosse la cosa più naturale del mondo.
Mi chiamo John, John O’Neill, e, allora, ero un giovane e brillante analista della Lehman Brothers, Kuhn, Loeb Inc., la quarta più grande banca d’affari del paese.
Proprio lì, al World Trade Center, io ci lavoravo, c’erano i nostri uffici.
Quella mattina, rapito dal funambolo, feci tardi a lavoro e il mio capo mi diede una vigorosa lavata di capo.
Avevo trent’anni e credevo nei sogni.
E, come diceva proprio Petit: «I limiti esistono soltanto nell’anima di chi è a corto di sogni».
Già a quaranta si infrangevano contro gli scogli della vita.
Nella società era in atto un profondo scontro di potere tra Presidente e Amministratore Delegato, a cui si aggiungeva un andamento decisamente negativo dei mercati.
Una mattina mi raggiunsero dei colleghi:
«John, abbiamo un affare da proporti…».
«Sì…», erano persone che non mi erano mai piaciute.
«C’è una grossa società che nei prossimi mesi farà un’importante acquisizione. Nessuno ne sa ancora nulla.
«Come puoi immaginare, le azioni schizzeranno alle stelle».
«E allora?...».
«Allora c’è una persona, quella che ci ha passato l’informazione, che vorrebbe guadagnarci. E ci sarebbe da guadagnarci tutti… Te compreso».
«Ma la fonte è interna alla società?».
Silenzio.
«È illegale. Per l’insider trading si rischiano fino a vent’anni di carcere. Perché lo proponete proprio a me?».
«Perché hai i clienti giusti e, nelle prossime settimane, potresti averne di nuovi. Non so se capisci…
«Bada, stiamo parlando di milioni di dollari, quanti non ne vedresti mai in tutta la tua vita».
Un brivido mi corse lungo la schiena.
«Pensaci…».
Quella notte non dormii. Se ne accorse anche la mia compagna:
«John, che succede? Perché non dormi?».
«Nulla, Ann…».
Allungò un braccio, cingendomi teneramente il torace.
«Amore, ma sei anche madido di sudore…».
«Ma niente, ti ho detto. Devo aver mangiato pesante ieri sera».
E mi voltai, per fare in modo che il suo sguardo non incrociasse il mio.
I giorni seguenti furono un inferno.
Pensavo a me, pensavo ad Ann. Pensavo al figlio che volevamo ma che non veniva.
Guardavo alla mia vita, alla nostra vita.
Guardavo al mio lavoro, un buon lavoro, ma non tanto quanto avevamo immaginato anche solo dieci anni prima.
Pensavo alla nostra casa, bella, ma non tanto quanto avremmo desiderato. E pensavo alla casa in riva al mare, a Martha’s Vineyard, che Ann sognava.
E, soprattutto, pensavo alla proposta…
Milioni di dollari… Fossero stati anche solo uno o due, sarebbero stati più che sufficienti…
No, non potevo. Non potevo accettare.
E non per il rischio di finire in galera, che sarebbe stata solo una possibile conseguenza, oltre alla fine di tutto, ma per l’illegalità.
L’illegalità era cosa che non mi apparteneva, come non mi apparteneva danneggiare gli altri per favorire me stesso.
Ho sempre creduto nella libertà, e la libertà esiste solo fino a quando tutti, almeno potenzialmente, sono sullo stesso piano, hanno le stesse opportunità.
Però… milioni di dollari…
C’era libertà nel mondo in cui vivevo? In quel sistema capitalistico di cui, in fondo, anch’io non ero che una semplice pedina?
Forse no.
Ma ricordavo i racconti di mio padre e di mio nonno, sul bisnonno, mai conosciuto, arrivato povero dall’Irlanda, in cerca di riscatto e di sogni.
Di come lui, nella libertà ci credesse, tanto da arruolarsi e combattere - come avrebbero fatto anche mio padre, nella seconda guerra mondiale, e mio nonno nella prima - per il suo nuovo paese, nell’esercito prima, e poi in polizia.
E ci credeva profondamente, nonostante i racconti e quello che lui stesso vide nelle sommosse del 1863, con i suoi connazionali, i suoi amici, linciati per le strade di New York.
Etica? Morale? Niente di tutto questo, non sono neppure religioso, ma amore per la libertà.
Quello, sì.
Però… milioni di dollari…
Ne ho parlato con Ann. Non potevo tacere con lei ancora un giorno di più.
Mi ha detto:
«Fallo».
E, nei suoi occhi, vedevo nostro figlio che giocava sulla spiaggia, nella casa sul mare, a Martha’s Vineyard.
Non l’ho fatto. Non potevo.
Evidentemente, avevo un debito più grande con il mio bisnonno e mio nonno, più che con Ann o il nostro figlio che ancora deve venire.
O, forse, lo dovevo più che altro a me stesso.
Due mesi dopo, mi sono ritrovato per strada. Licenziato!
Il sistema si sostiene, anche nell’illegalità.
Poi, tutto è crollato. Nessun lavoro, carte di credito bloccate, rate del mutuo non pagate…
Ann ha resistito otto mesi, poi se n’è andata.
Mi ha accusato di averla tradita, illusa. Di averle fatto credere in un futuro che avevo sempre saputo di non poterle assicurare.
Mi sono ritrovato anche senza un tetto. Per diverso tempo, ho vissuto di carità, prima di pochi residui amici, poi, spariti anche quelli, di quella pubblica.
Fino quando, un giorno, mi sono ricordato delle mie origini contadine e sono partito. Per l’Iowa.
Ora, ho una mia fattoria, piccola ma ben avviata.
E continuo ad avere i miei sogni.
È sera, e sono qui a guardare il sole che tramonta dietro i campi coltivati.
Ho visto alla tv la follia. Quegli aerei che colpivano le due torri, quelle torri in cui anch’io avevo lavorato.
Ho visto persone volare nel vuoto, come e insieme a fogli di carta.
Ho visto i crolli e la devastazione. La morte.
La memoria mi è tornata a quel filo teso, a 417,5 metri, e a quell’angelo, o folle, che lo percorreva incurante di tutto, se non dei suoi sogni.
E ho rivisto anche l’altro filo teso, quello della mia vita, su cui ho camminato anch’io.
È vero, vale la pena continuare a credere nella libertà, così come vale la pena non restare mai a corto di sogni.
E camminare, senza paura, avanti, dritti sul filo.
dalla mia raccolta “Cordillera e nuove storie” disponibile sui principali store on-line