Compagni

Cum panis, con il pane, coloro che dividono lo stesso pane — cosa impegnativa… -, questa la derivazione latina e il significato della parola compagno.

Mario ed io, compagni, lo siamo dagli anni ’60. Da quando insieme, quindicenni, ci siamo iscritti alla FGCI. Oh, certo, siamo anche amici, ma vuoi mettere essere compagni!

E dopo la FGCI, le lotte e le manifestazioni al liceo e all’università, l’iscrizione al PCI, nella storica sezione Togliatti di corso Garibaldi, l’impegno nella CGIL…

Mario era anche bravo. Molto bravo.

Piano piano, era divento, prima, segretario di sezione, poi, consigliere di zona, consigliere comunale, membro del consiglio nazionale e, infine, il grande balzo: deputato!

Deputato, Mario, ormai, lo era da più di dieci anni.

Ha vissuto in prima linea — ma quello anch’io e tutti i militanti — momenti intensi e difficili, lo scioglimento del PCI, il PDS e, poi, i DS, e ora il PD.

Io no, io sono rimasto il militante di sempre, quello sempre in prima fila per gli attacchinaggi, di notte, durante le campagne elettorali, o per il servizio in cucina, alle feste dell’Unità.

Perché lui e non io? Qualche volta me lo sono chiesto, ma, più spesso, me l’ha chiesto la mia compagna, nelle sue invidie borghesi.

Francamente, non lo so dire. Non migliori capacità di elaborazione politica — me la cavo non male anch’io -, non maggiore carisma o determinazione, solo qualcosa in più che, evidentemente, io non ho.

Qualcuno afferma che, molto più semplicemente, ha saputo trovarsi nel posto giusto al momento giusto.

Boh! Questa del posto giusto al momento giusto è una cosa in cui io credo poco, ognuno è artefice del proprio destino.

È mattina e qui, fuori dalla fabbrica, c’è già una selva di bandiere rosse. Un picchetto.

Qualche giorno fa, è stata comunicata ai sindacati la decisione di chiudere e trasferire la produzione in Polonia. Costi troppo elevati e scarsa efficienza.

Dicono.

Di fatto, cento lavoratori che, tra pochi mesi, si troveranno per strada e cento famiglie per cui i morsi della crisi si faranno ancora più feroci.

Non “si troveranno”, “CI” troveremo.

L’azienda ha assicurato alla quindicina d’impiegati e dirigenti il collocamento in un’altra fabbrica del gruppo, qui a Milano, quindi teoricamente anche a me, ma come fai a non sentirti compartecipe della lotta? Siamo o non siamo compagni?

Sciopero anch’io. Resto qui fuori con il picchetto.

Niente. Non sono bastati dieci mesi di lotte, picchetti, manifestazioni, anche uno scontro con la polizia. E poi, trattative, alla Regione, al Ministero… Oggi la fabbrica chiude.

Tutti i miei colleghi, come l’azienda aveva promesso, sono sistemati. Tutti, tranne uno. Io.

La lettera di licenziamento mi è stata consegnata questa mattina.

Adesso, chi lo dice a Giovanna?

«Sei il solito fesso idealista, Luca! Tutti riassunti tranne te!».

«Ma dai, Giovanna! Cosa dovevo fare? C’è una coscienza di classe. Siamo o non siamo compagni, cazzo!».

«Sì, sì. E adesso chi le paga le bollette? E il mutuo della casa e il dentista e i corsi per i bambini? Pensi che basti il mio stipendio o quei quattro soldi che abbiamo in banca? Cretino!».

«Non dire così, Giovanna! In qualche modo faremo. E poi, è una cosa temporanea, ho una mia professionalità, non durerà a lungo».

Sono quattordici mesi che sono disoccupato. È terminato anche il periodo del sussidio di disoccupazione ordinaria.

Le difficoltà incominciano a farsi sentire davvero.

Ho fatto tante domande, bussato a tante porte, fatto un’infinità di colloqui. Si chiudevano tutti con «Le faremo sapere».

Le faremo sapere”, ma, poi, più nulla.

Il problema è sicuramente quello dell’età. Se è vero che in Italia la disoccupazione giovanile è una delle più drammatiche d’Europa, anche con i disoccupati post cinquantenni non si scherza. Anzi, per questi la situazione è, se così si può dire, anche più grave, considerato che quasi tutti hanno una famiglia, una casa, una vita e dei sogni che hanno già in larga parte costruito e che rischiano di crollare miseramente, come un castello di sabbia abbandonato sulla spiaggia.

Altri otto mesi senza lavoro… Le cose iniziano a farsi difficili anche con Giovanna. Ieri, mi ha detto che, se non risolvo a breve, se ne va di casa.

Meglio, dovrei essere io ad andarmene. Sono io il peso morto della famiglia.

Ho visto Mario in tv. Fino ad ora, a lui non avevo chiesto. Un po’ pudore, un po’ orgoglio, non so… ma domani lo chiamerò.

«Pronto…».

«Mario? Ciao, sono Luca. Ti disturbo?».

«No, figurati…».

«Senti Mario, io avrei bisogno di vederti. Anche a breve, se ti è possibile. È una cosa abbastanza urgente…».

«Nessun problema. Venerdì sono su a Milano, ci vediamo nel mio ufficio. Sai dov’è?».

«Sì, sì ».

«Bene, venerdì alle undici, allora».

L’ufficio di Mario è in centro.

Mi ricordo quando ci s’indignava per gli uffici di Bettino Craxi in piazza Duomo, ma anche qui non si scherza.

Io non c’ero mai stato.

In un ampio ingresso, c’è una scrivania con la segretaria che mi accoglie con un sorriso. Alle pareti, riproduzioni di manifesti storici, prime pagine dell’Unità e l’immancabile Quarto Stato di Pellizza da Volpedo.

Dopo mezz’ora d’attesa, squilla il telefono e la segretaria m’introduce nell’ufficio vero e proprio.

Caspita! Sarà almeno cento metri quadri. Qui i quadri con i manifesti hanno lasciato posto a boiseries di pregio e, poi, divani e scrivanie. Una più piccola, che, evidentemente, funge da tavolo riunioni, e una più grande, in fondo alla sala, dietro cui siede Mario.

L’impressione è quella di essere nel salone della celebre scena del mappamondo, nel Grande Dittatore, quello con Charlie Chaplin.

Lui è al telefono. Mi fa cenno di accomodarmi su un divano.

«Luca, quanto tempo! Come stai? Vuoi un caffè?».

«No, grazie. Ne ho già preso uno venendo qua.»

«Raccontami, allora. Che succede?»

«Adesso ti racconto. Ma prima, dimmi un po’ tu. Il partito?»

«Cosa vuoi che ti dica… Lo vedi anche tu. La situazione non è facile, c’è una profonda crisi della rappresentanza che investe anche la sinistra.».

«Be’, certo che, in effetti, un po’ distanti dalla gente sembrate…». E intanto mi guardavo intorno nella sala.

«Ma quali distanti dalla gente!!! E che dovremmo fare? Ma ti ricordi quando c’era la DC? Adesso c’è Berlusconi! Con le televisioni, la stampa, ecc.»

«Sì, ma non è che la nostra alternativa si presenti molto incisiva…».

«Ma lascia perdere, Luca! Queste sono cose che mi aspetterei di sentir dire dal popolino al bar qui all’angolo, quello che si lamenta ma poi vota comunque il Cavaliere, non da te».

Popolino… non mi sarei aspettato da Mario il disprezzo che leggevo in quella sua definizione…

«Piuttosto, lascia stare il partito e dimmi di te. Cosa ti porta qui?».

«Adesso ti racconto».

Gli ho raccontato tutto. Il licenziamento, le difficoltà, le tante porte chiuse, le difficoltà con Giovanna… Tutto.

E ho chiesto aiuto.

Per la prima volta nella mia vita, ho chiesto aiuto per me stesso.

Il colloquio si è concluso con un «Mi dispiace molto Luca… Dai, dammi un po’ di tempo. Provo, vedo… Ti faccio sapere».

Anche lui “ti faccio sapere”…

Sì, ma su Mario ci posso contare. Oh, nonostante tutto, è un compagno, accidenti!

Tre mesi e di Mario neppure l’ombra.

Non risponde neppure alle mie chiamate e, dalla segretaria, mi fa sempre dire che è occupato in una riunione o che non c’è.

Ma oggi vado da lui. Oggi sono sicuro che c’è, perché, in serata, deve intervenire a un convegno, qui a Milano.

«Onorevole, c’è il suo amico. È qui da un’ora e dice che non se ne va se prima non parla con lei».

«Va bene, lo faccia passare».

«Che vuoi Luca? Non mi pare il modo di comportarsi. Questa tua insistenza è davvero fastidiosa».

«Come cosa voglio, Mario… Ho bisogno d’aiuto e tu nemmeno mi rispondi… Che dovevo fare?».

«Guarda Luca, il momento è difficile. Difficile per tutti, anche per me. Non riesco a fare nulla».

«Mario… dai, non ci credo che tu non riesca a far nulla… Ti prego… Siamo compagni…».

«Compagni? E che cazzo vuoi che me ne freghi! Cosa puoi fare tu per me? Niente! Non hai neppure consenso elettorale. Non controlli neanche un voto. Probabilmente neppure il tuo».

«Sai quante richieste come le tue ricevo? Decine e decine ogni giorno. Starei fresco se mi dovessi far carico di tutti! E solo perché sono compagni, poi».

«Sai qual è il tuo problema? Che tu non hai mai capito come va avanti il mondo! Hai avuto le tue opportunità, ma non hai mai saputo sfruttarle, hai preferito inseguire gli ideali. Gli ideali vanno benissimo, ma quando ti portano soldi in tasca».

Me ne sono andato. Senza dire nulla. Con un grande vuoto dentro.

Ho ritrovato il lavoro. Alla fine, ce l’ho fatta. Ne ero sicuro, anche nei momenti più bui. Mi dispiace solo che chi mi era vicino non ha saputo avere le mie stesse certezze, ma posso capirlo e anche con Giovanna tutto ha ripreso forza come prima: la nostra famiglia, i nostri sogni, la nostra vita.

Ieri ho visto Mario che veniva rilasciato. Si è fatto un po’ di giorni di custodia cautelare, è finito in una brutta inchiesta di corruzione e concussione.

La sua posizione sembra si sia alleggerita, ma sicuramente andrà a processo.

Una cosa è certa, anche se venisse assolto, come spero, la sua vita politica ormai è finita. Per lui, che non ha mai lavorato un solo giorno ed è sempre campato di quella, non sarà facile.

Domani lo andrò a trovare, non per portargli solidarietà, la solidarietà politica passa prima dall’accertamento della verità, ma per dirgli che mi dispiace per ciò che sta vivendo.

Io sono un compagno e lui, nel bene e nel male, è stato un compagno con me.

E io non lo dimentico e questa parola, compagno, non la tradisco.

dal mio libro L’ultima sigaretta ed altri racconti, reperibile su tutti i principali store.

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