L’ultimo amore

Sedeva in disparte, al tavolo nell’angolo, vicino alla porta dei cessi, che in quel locale era difficile chiamarli diversamente. Consumava lentamente il contenuto del suo piatto, nella penombra, sotto lo sguardo infastidito del cameriere.

Appena terminato, corse a sottrarglielo e a ringhiargli un «desidera altro?» che suonava più come un «te ne vai fuori dai coglioni o no?».

L’uomo scosse debolmente il capo, e quello si affrettò a sparecchiare e a portagli il conto.

Depose il denaro nel piattino e iniziò a infilarsi il cappotto. Il cameriere lo prese, lo portò alla cassa e riprese a rassettare il locale, ben intenzionato a non riportagli i pur pochi euro del resto.

L’uomo non disse nulla, si mise il cappello e si infilò nel silenzio di quella sera invernale.

Camminava piano, quasi stesse contemplando il nulla che lo circondava. L’ombra che gettava alla luce dei lampioni, a volte lo seguiva a volte lo precedeva.

Unica vera compagna da una vita.

Mentre si avviava verso casa, il silenzio era rotto solo dal cadenzato rumore dei suoi passi sul marciapiedi. Un piccolo cane si avvicinò, annusò l’aria e il terreno proprio davanti a lui, poi alzò una zampa e si mise ad urinare contro il muro.

Non ebbe neppure il tempo di scavalcare i rivoli del getto di piscio dell’animale e alcuni schizzi gli insozzarono le scarpe. Il padrone della bestia guardava la scena indifferente, come fosse la cosa più naturale del mondo.

Passò oltre. Oltre l’angolo, oltre la via, oltre il tempo.

«Andiamo, bello?»

La voce lo distrasse dai pensieri pieni di nulla. Una puttana. Affrettò il passo.

Poi, rallentò, si fermò e tornò indietro.

Un sorriso appassito, più vicino ai cinquanta che ai quaranta, lo accolse, e lui lo seguì, come un agnello al macello. Con il belato che gli si strozzava in gola e non riusciva ad uscire.

Una luce gialla, malata, li avvolse fin dall’insegna e dall’androne della piccola pensione. Insieme ad essa, appena entrati, tanfo di chiuso e di broccoli preparati per la cena, o forse la settimana prima.

Cercò nel portafogli e porse i documenti a chi glieli chiedeva. Salì le scale, seguendo il dondolare incerto della donna, con quel culo in faccia che gli impediva di vedere. Di guardare al futuro oltre se stesso.

L’illuminazione della stanza era incerta. Un letto già usato, un vecchio armadio, una sedia, un comodino e nulla più. In un angolo, un bidet incrostato e un asciugamano un tempo bianco.

La puttana si tolse la finta pelliccia, gli stivali e si abbassò i collant, sfilandoseli solo da una gamba e lasciandoli penzolanti sull’altra. Levò gli slip e li infilò nella tasca del giaccone, poi sollevò il maglione fin sopra i seni flosci.

Restò così, sdraiata sul letto, invitandolo a sbrigarsi.

L’uomo si muoveva con lentezza, togliendosi gli indumenti e riponendoli con ordine meticoloso sulla sedia. Rimasto solo con le mutande e le calze, prese le scarpe e le allineò, una vicina all’altra, alla gamba posteriore.

Finalmente nudo, si avvicinò al letto, dove lo attendeva la donna.

«Come ce l’hai piccolo…»

Consumarono un rapporto frettoloso. Fatto per dovere, conseguenza di una onesta transazione economica.

La puttana si rivestì in fretta, prese i soldi e se ne andò, lasciandolo solo nella stanza, mentre si rivestiva. Lo faceva con la stessa lentezza con cui si era spogliato. Prima la biancheria, poi la camicia, i pantaloni…

Aprì l’anta scricchiolante dell’armadio e, davanti ad uno specchio ricoperto di grandi macchie scure, si annodò la cravatta, ripiegando il collo della camicia.

Si sedette sulla sedia, si infilò le scarpe, ancora sudice del piscio del cane, e le allacciò.

Scese le scale, contando i gradini uno a uno. Ventitre.

Sul bancone dell’ingresso trovò la sua carta d’identità. La raccolse e se la infilò nel portafogli. Nella specie di cucinotto sul fondo, vide la proprietaria affaccendata intorno a delle pentole, con uno straccio lurido infilato nel grembiule rigato.

In silenzio, ritornò nel buio della sera.

Oltre l’angolo, oltre la via, oltre il tempo.

Giunse a casa. Si frugò nella tasca del cappotto alla ricerca delle chiavi. Le trovò e le girò nella serratura della piccola porta che si apriva nell’ampio portone di legno.

Nell’ingresso, sulla sinistra, le cassette delle lettere. Vide che la sua conteneva della posta. Fece per aprirla, ma si fermò a mezza strada, si rimise in tasca le chiavi e proseguì verso il vecchio ascensore.

Aprì e richiuse gli sportelli dietro di sé, premette il tre sulla pulsantiera, da cui mancava il bottone del quinto piano.

La porta di casa era anonima. Nessuna targhetta con un nome, e nessun nome neppure sopra il campanello.

La luce illuminò un breve corridoio, lungo il quale, ai lati, si aprivano tre stanze. Sul fondo, il soggiorno, due poltrone di tessuto beige, un tavolo tondo con quattro sedie, una dispensa-libreria, con cinque libri e la tv nel mezzo, sul ripiano di base. Una cucina a vista sulla parete destra.

L’uomo si avvicinò alla finestra e fece per sollevare la tapparella. Non saliva, il nastro restò lì, mezzo floscio.

Lentamente, ripercorse il corridoio e aprì una delle porte, che celava uno sgabuzzino.

Dal ripiano di uno scaffale metallico prese un rotolo di quel nastro rigato, un cacciaviti, un martello e altri attrezzi.

Si avvicinò alla finestra e, in piedi su una sedia, aprì il cassonetto. Con mani che sembravano esperte e stranamente veloci, sostituì la fettuccia.

Pose gli attrezzi sul tavolo, vi salì sopra, smontò la base del lampadario e legò il nastro sostituito al gancio che lo reggeva.

Scese, spostò il tavolo, vi posizionò sotto una sedia, vi montò sopra e si strinse il cappio che aveva creato intorno al collo.

Un calcio fece cadere a terra la sedia.

Dal fondo del corridoio, nella stanza illuminata, si scorgevano solo le gambe e le scarpe inzaccherate.

Il corpo restò lì, penzolante, nella notte che trascorreva in cerca del giorno.

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