La perfezione esiste e ha ballato alla Scala
La perfezione esiste, e ha ballato alla Scala qualche giorno fa.
Ma partiamo da più lontano. Mille anni fa, quando di anni ne avevo solo 6, il dottore disse a mia mamma che la mia schiena si stava stortando, e che c’erano solo due alternative possibili.
Portarmi a nuoto, o farmi fare danza classica.
Ovviamente il dottore in questione non aveva studiato benissimo: chiunque sa che le punte e la danza in generale non sono un toccasana per la schiena.
Ma all’epoca i cinque stelle non erano ancora stati inventati, e il parere di un medico non si metteva certo in discussione.
Il nuoto mi faceva orrore, con quella puzza di cloro e quel caldo umido. La decisione fu facile, e la mamma mi iscrisse all’unica scuola di danza della città.
Quel primo giorno di lezione, a metà settembre, ero emozionata. Di più, ero paralizzata.
Avevo quel timore reverenziale dei bambini che scoprono un mondo che li affascina. Quel misto di impazienza e terrore di non essere all’altezza.
Quell’aula infinita, quelle sbarre così alte. Mi sembrava tutto enormemente più grande di me.
Avevo i codini, la nonna non sapeva che a danza avrei dovuto andare con lo chignon. Ma per quel primo giorno tutto era concesso, persino una pettinatura fuori dai canoni.
Dopo pochi minuti di occhi in su ad ammirare questo nuovo luogo, entrò lei, e fu puro amore.
Nora era bionda, alta, slanciata, magrissima. Camminava come se volasse, aveva il collo più lungo di quello di un cigno. Ero estasiata.
Io ero piccola e nera, al suo cospetto, ma non appena la vidi decisi che sarei diventata come lei.
Da grande, avrei fatto la ballerina.
Lo penso ancora oggi, a dispetto di tutte le regole della scienza, del tempo, della logica. Da grande farò la ballerina. La vita che sta scorrendo diversamente è solo un intermezzo.
E per ricordarmi che questo sogno non è ancora perduto, ballo quando posso, ma soprattutto vado alla Scala a vedere le mie future colleghe.

Ci andai per la prima volta a 10 anni. Un altro episodio che mi ricordo come fosse oggi. Gonnellina blu a pieghe, calze bianche, scarpine blu (ballerine, of course!). Palco sul proscenio, che fortuna, no?
E da lì, vidi Carla Fracci che faceva le promenade con Rudolf Nureyev. Sì, il mio primo balletto. Sì, alla Scala. E sì, con due colonne del balletto internazionale.
Non appena le luci si abbassarono e il grande lampadario si spense, i miei occhi diventarono grandi quanto il teatro, e non smisero un istante di osservare ogni dettaglio con lo stupore di una bambina alle prese con qualcosa di meravigliosamente più bello di qualunque altra cosa al mondo.
Quel giorno ho pensato che l’amore dovesse assomigliare a quella cosa lì. Alla sensazione di un universo di bellezza che ti pervade. Al bello puro, quello che non ha bisogno di alcuna spiegazione per essere perfetto.
I miei occhi non hanno mai smesso di diventare enormi ogni volta che varco la porticina beige di uno dei palchetti della Scala e scorgo finalmente il sipario bordeaux, l’orologio, il lampadario e la buca dell’orchestra.
È lì che si compie la magia, è lì che — invariabilmente — torno la bambina con la gonnellina blu a pieghe.
Ma era da allora che non provavo quella stretta al cuore che ho sentito quella prima volta, quando la Fracci entrò con un etereo pass de bourrée e dimostrò contro ogni ragionevolezza che le ballerine possono volare, se lo desiderano.
Questa volta è successo durante il terzo atto della Bayadère. Ballava il Bolshoi, ballava l’étoile.
Tutù bianchi, luci azzurrate. Una storia d’amore finita malissimo. L’ultima occasione per i due amanti di stare insieme. Le ombre a fare da contorno.
Una lacrima sulla guancia. Il pensiero alla bambina che sono stata, al sogno di fare la ballerina.
L’arte che ti pervade. E mentre intorno a te il resto del mondo scompare, esiste solo quello che vedono i tuoi occhi enormi, quello che ascoltano le tue orecchie. Il resto lo fanno il tuo cuore e i tuoi ricordi.
La bellezza esiste, e ha ballato alla Scala qualche giorno fa.
Che io da grande farò la ballerina, credo non ci siano dubbi. Forse, lo sono già.

