Nel mio freezer
Basta congelare l’altra parte. Ho capito che per andare avanti dopo un abbandono occorre stoppare una parte di se, fermare alcune abitudini e pensieri che in corrispondenza a certi picchi ormonali mi assalgono.
Per continuare, per ripartire, per aprirsi, per concedersi, per stare meglio e bene
ho messo nel mio freezer il cuore stanco e provato, affaticato.
Occorre riflettere di più certo per fare alcune semplici scelte in solitaria, ma mi sono accorta che non erano poi così tante le abitudini da ghiacciare, anzi tante sono le azioni che già facevo sola.
Sono stata al mare, ho pranzato e cenato, passato notti sola, shopping, discoteca, mostre, feste, domeniche, week end senza la sua compagnia. Mi sono detta: «Sono sempre stata molto indipendente».
Mi mancano però quei momenti insieme, i caffè, la tv, il cinema, i compleanni, i matrimoni, le telefonate; quegli attimi preziosi di complicità e sfogo. Ma le delusioni e la rabbia mi hanno fatto aprire quello sportello di freddo e l’ho riempito, sfinendomi. Non ho pianto mentre lo riempivo, ma solo quando ho chiuso l’anta, li si che ho sentito un gran dolore e ho permesso ai miei occhi di urlare insieme alla voce.
E poi è così semplice da dire: basta congelare le azioni in comune, una parte dei sentimenti e della mente per poi tirarli fuori solo quando riconoscerò quella terza volta di perdizione totale e assoluta in cui deciderò di riaprirmi. Le ho solo messe da una parte, come in crioconservazione e quando mi serviranno le riavrò.
Lo spazio di questo congelatore affettivo è stato colmato. Mi sono anche resa conto che raffreddare non è poi così negativo, si ha libertà di ascoltarsi, fermarsi, andare a mille e inchiodare, scoprire. Nel freezer c’è quella parte che amava amare l’altro,
