Le cose da ricordare, ovvero un post sull’equilibrio mentale

C’eravamo Lucia, Davide e io e guardavamo Memento di Nolan prima che Nolan diventasse Nolan. Nel film c’era uno che soffriva di perdita di memoria a breve termine e visto che ogni tre minuti non ricordava più niente si tatuava cose addosso. In Prison Break, invece, c’era Michael Scofield che addirittura si tatuava i piani per far evadere dal carcere il fratello nel braccio della morte.

Ma questo post non è sui tatuaggi: è, invece, sulle cose che ci dobbiamo ricordare e le scrivo qui così me le ricordo pure io. Non parlo della lista della spesa o delle cose da fare in ufficio — sebbene sia lodevolissimo ricordarsele. Parlo delle cose che dobbiamo tenere a mente quando non stiamo bene perché se non stiamo bene è proprio perché ce le siamo scordate.


Una premessa: non ho una laurea in psicologia. Tutto ciò che segue è frutto della mia esperienza personale e delle tanto vituperate ricerche su Google. Non provateci a casa.

Che vuol dire essere depressi

Partiamo dal presupposto che essere depressi non significa essere tristi e nemmeno aver avuto una brutta giornata. Significa avere la certezza matematica di non poter più essere felici, abbandonare ogni speranza e sentire un dolore così forte che “spegnerlo” è l’unico desiderio che resta. Sì, l’unico, perché di tutto il resto non importa più nulla, nemmeno delle cose che una volta piacevano. Essere depressi non significa essere “sempre” depressi: nella maggior parte dei casi si verificano dei cicli depressivi che possono andare avanti per alcuni giorni o anche più. E quei giorni, credetemi, sono pesanti. Ma perché arrivano? Perché finiscono? Come si affrontano?

Quando arriva un ciclo depressivo ovvero il trigger warning

Minuto 3.36 di questa clip da Kill Bill Vol. 1: la Sposa (Uma Thurman) sta combattendo contro gli 88 folli e abbiamo un dettaglio sui suoi occhi mentre la scena è in bianco e nero. Un battito di ciglia e la luce torna. A volte basta un clic per innescare o disinnescare uno stato depressivo e ognuno “scatta” per un motivo diverso (o motivi diversi). Ci vuole un po’ a riconoscere il proprio trigger. Non a capire qual è, attenzione: in fondo lo sappiamo sempre, ma prima di ammetterlo a voce alta ci vuole del tempo, perché — parliamoci chiaro — se non provocasse una grande sofferenza, che ci sembra inaccettabile, non innescherebbe un bel niente. Dopo che l’innesco è avvenuto, è un susseguirsi di botte da orbi con 88 folli che ti attaccano mentre resti al buio e ti muovi in modo automatico, andando avanti e difendendoti come puoi senza sapere bene perché. E all’improvviso, la serotonina risale e torna la luce: come e perché?

Questione di chimica

Quando sei nel mezzo di un ciclo depressivo pensi, pensi e pensi. Pensi cose contorte e irrazionali. Pia — mi chiederete — come si fa a non pensare? Ecco, non è che non bisogna pensare impossibile: bisogna essere brocchi di prima categoria per riuscirci). Bisogna agire, invece di pensare, oppure sostituire i pensieri con altri pensieri. Ma come sostituire i pensieri “uncool” con quelli “cool”? Ve lo spiego con un esempio. Mia madre Marigilda insegna nella stessa scuola da tanti anni. Quando guida ed è distratta si ritrova sempre sulla strada per la scuola: la prende in modo automatico. Il che va benissimo se è lì che vuole andare. Meno bene se deve accompagnarmi in stazione e stiamo perdendo il treno. In quel caso le ricordo che la nostra destinazione è un’altra e lei prende la via giusta [in realtà no perché sono molto più distratta di mia madre].

Quindi: quando sei in un ciclo depressivo la prima cosa che devi ricordarti è che non stai così perché sei una persona orribile, non meriti niente e tutti stanno meglio senza di te MA che, in quel momento, la chimica del tuo cervello è fuori fase. E a un certo punto la chimica tornerà a posto. Ora, direte voi, ma se in quei momenti sei così imbevuto di sofferenza, come fai a ricordartelo? Ebbene, se non riesci da solo, chiama una persona che se lo ricordi al posto tuo. Se sei seguito da uno psicologo o psicoterapeuta, chiami il tuo psicologo o psicoterapeuta. Se non lo sei, non chiami il tuo partner [che non è attrezzato per parare i tuoi colpi emotivi], ma un amico che sia o sia stato in terapia e saprà cosa dirti perché ci è passato. L’ultima volta ho scritto a un amico che con poche parole mi ha dato una pinna mentre facevo la carpa nel laghetto in attesa di Sampei. Dopo che ti sei ricordato che è un problema di chimica e la depressione è una malattia (e quindi passa e si cura) la strada inizia a essere in discesa. Attenzione, non è semplice: è solo la scintilla di razionalità che serve poi per riaccendere la luce.

Il prontuario delle risposte: pensieri uncool & cool

Quando siamo distratti e le difese immunitarie calano pensiamo delle cose in modo automatico. Si tratta di pensieri irrazionali costruiti da bambini (es. se non fai il bravo non ti vorrà bene nessuno) che continuiamo, soffrendone, a portarci dietro da adulti (o pseudo tali). Ecco i pensieri con cui cerco di rimpiazzare i miei.

  1. Sto così male perché sono inadatto alla vita: falso. Tutti prima o poi stanno male, nessuno escluso. E tu stai così male perché hai uno squilibrio chimico passeggero in testa.
  2. Se chiedo aiuto sono debole: falso. Se chiedi aiuto riconosci che hai un problema che non puoi risolvere da solo, punto.
  3. Tutti mi odiano: falso. Cioè, è proprio statisticamente impossibile. A qualcuno devi piacere per forza.
  4. Se spiego a una persona come mi sento riderà di me: nì. Se lo fa non è una delle persone destinate a starti intorno. Ma è un problema suo e non tuo.
  5. Non sarò mai più felice: falso. Facile dirlo quando sei lucido, difficile crederci quando sei in balia delle emozioni. Qui vai di esperienza: quante volte hai creduto che non saresti mai più stato felice? Quante volte si è rivelato vero?
  6. Tutti mi abbandoneranno: falso. Cioè, alcuni lo faranno. Altri li abbandonerai tu. Ognuno ha i suoi motivi per scegliere — o meno — di restare e non sempre hanno a che fare con te.

Un ultimo consiglio

Prendersi i propri spazi è importante, così come è importante adattare la realtà a sé e non se stessi alla realtà. E distinguere tra le cose che facciamo e i significati e sentimenti che vi associamo. Infine, l’ultimo consiglio che mi sento di dare è questo:

vivere un giorno alla volta


Non sono psicologa e non sono counselor. Ho solo il vizio di pensare troppo. Se avete consigli per me lasciate pure un commento. Se volete chiedermi un consiglio forse non sono la persona adatta ed è il caso che cerchiate un professionista. Se il post vi è sembrato utile, lasciate un cuoricino e condividetelo con i vostri lettori.