Altro giro, altra corsa. Dolori al fianco ed un gulliver che ha visto tempi migliori. L’odore del caffè, in cucina, nel bel mezzo del buio, una tazza tra la mani a ricordarti che tuo malgrado sei vivo, vegeto ed infreddolito. Il caffè è caldo, ha un pessimo sapore ma è mio. E allora lo bevo. Due passi, con le radiazioni in corpo, perduto nella tua personalissima Wasteland, fino al vetro che non mente quasi mai e da un lato e dall’altro imprigiona pezzi di anime e di ricordi. Riconosci te stesso allo specchio per pura fortuna, per associazione di stronzate. Sono le occhiaie che riconducono a tutto il resto? Gli occhi scuri e neri, la voce bassa e profonda, sono io, davvero io. L’immagine riflessa garantisce assoluta corrispondenza. E allora di cosa ho paura? Perché l’angoscia non mi lascia libero un secondo? Perché sono così vuoto? Eppure, sono così vuoto. Così tanto che la gente si stanca di me facilmente. Che come unica colpa ho quella di non capire mai un cazzo, quella di farmi vivere dalla vita piuttosto che decidermi a prenderla per i fianchi e montarla come nei filmetti che trovi in giro dopo una certa ora. Questo faccio, allora. Accontentarmi di quello che mi capita senza la voglia di reagire. “Poi passa, tengo duro. Lascio le cose come stanno. Poi passa e fino alla prossima posso continuare a guardare il vuoto e fingere di ascoltare, poi posso fare davvero finta che mi interessi degli altri, di tutte queste cose bellissime che mi dite, che mi importi di me, anche di te. Addirittura di te”. Mi verso un’altra tazza. Il mio caffè, ha qualcosa di sbagliato da anni. Quasi sbagliato quanto me. Ma è mio. E io che sono stronzo, allora, lo bevo.