Contare l’infinito (la sorella di Wordsworth)

Il cielo è una scommessa. E chiamarlo cielo

è un tentativo di dare un senso,

dalla nostra parte visibile, all’impensabile.

In questa infinità s’annegava il pensiero

di Leopardi, che diceva assurdo –

distrazione da bambini – contar le stelle

(e ne possiamo vedere meno di tremila).

.

Ricostruiamo da tutte le frequenze

solo ciò che possiamo pensare

degli oggetti celesti, oscuramente

morenti e fecondi. Decifriamo il lampo

di una stella che muore – supernova

Aleph uscito dalla cantina di Buenos Aires –,

il nero inquietante di ciò che si cela

sotto l’orizzonte degli eventi.

Diciamo “stelle”, “galassie”, “buchi neri”,

perché il linguaggio riduce l’enormità

delle scale che possiamo tollerare,

perché la fantasia ha le nostre dimensioni,

e non le possiamo imporre di superarle.

Perché i nostri poveri sensi sono fatti

per guidarci entro gli orizzonti terrestri.

.

Quando andarono a Crewkerne,

lei e il fratello, Dorothy Wordsworth

misurò il cammino spingendo un contapassi:

sette miglia. Suo fratello William

si trastullava con la poesia sui narcisi.

Diecimila ne vidi d’improvviso:

con ciò intendeva troppi per contarli tutti,

ma avrebbe potuto dirlo solo contandoli.

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