Starbucks VS il bar di Peppino
Paolo Bianchi
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Il bar dove vado a mangiare a mezzogiorno da più di vent’anni è a gestione famigliare. Padre, chiamiamolo Peppino, che il martedì preparava personalmente la pasta e fagioli o i pizzoccheri per i clienti più fedeli, madre sempre gentile e professionale, due figlie, con storie di matrimoni andati a male e figli a carico. Una famiglia, con noi clienti storici una famiglia allargata, con la quale si condividono cose belle e cose brutte. Unico difetto: l’essere tutti e quattro milanisti sfegatati. Ora gli affari non vanno più bene, i genitori sono stanchi, Peppino sta male e sua moglie deve fare la nonna e la babysitter per i nipoti. La sorella maggiore se ne ė andata a far la barista sotto padrone, la più giovane porta avanti l’esercizio tutto il giorno, senza pause. La concorrenza è agguerrita: grosse catene o bar comprati da cinesi pieni di macchinette mangiasoldi. Il mio bar arredato con le copertine dei vinili dei Beatles sta per chiudere. Non ho nulla contro Starbucks, ma sono sicuro che un ambiente come il mio bar non lo troverò più. Ah, la piazza di fronte al bar è arredata con gli alberi di Natale piantati negli anni dalla famiglia dei baristi, sempre con il permesso del Comune. Forse dovevano piantare dei banani.

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