Il purgatorio di San Patrizio

Facilis descensus Averno

Nella tarda estate del 1358 il cavalier Malatesta da Rimini, detto Ungaro per aver ricevuto la dignità cavalleresca da re Luigi d’Ungheria, raggiunse la meta del suo viaggio, pronto a sottoporsi alla prova. Lo accompagnava il fedele Nicolo Beccari da Ferrara, poeta e cortigiano, con il quale era partito nel febbraio precedente per una lunga peregrinazione in giro per l’Europa e infine in Irlanda. Malatesta Ungaro non era nuovo ai viaggi in terra straniera: nove anni prima, poco più che ventenne, era stato pellegrino a Gerusalemme, al seguito dell’illustre parente Galeotto Malatesta, signore di Rimini.

Per molti esponenti delle grandi famiglie italiane di quel secolo (e di quello successivo), il pellegrinaggio combinava insieme motivi devozionali, un certo gusto per l’esotico e l’amore per l’aventure, carattere irrinunciabile d’ogni cavaliere degno di rispetto. Una delle mete preferite dai più avventurosi fu, negli ultimi tre secoli del Medioevo, il Purgatorio di san Patrizio, che veniva situato su un’isoletta al centro di un piccolo lago irlandese ai confini tra le province del Donegal e dell’Ulster. Questo luogo, il Lough Dergh, ospitava una vera e propria porta dell’Aldilà, che si varcava mossi non solo da intenti penitenziali, ma anche dal desiderio di conoscenza, dalla volontà di sfidare l’ignoto e dall’intenzione di affrontare una prova iniziatica.

Quali motivi avevano allora spinto Malatesta Ungaro sulle sponde di quel nebbioso lago nell’estremo occidente europeo? La sollecitudine verso le anime dei defunti? Il desiderio d’espiare delle colpe? Niente di ciò: le cronache affermano che egli confessò uno scopo eminentemente profano, vale a dire comunicare con lo spirito della sua amante, uccisa dal marito, prolungare per qualche istante il suo rapporto amoroso, al di là delle barriere della morte. Un’intenzione poco ortodossa, dunque, anche se collocata in una cornice che appare completamente cristiana.

L’idea del Purgatorio, non presente originariamente e con un debole fondamento teologico nelle Scritture si andò formando in un lungo intervallo tra il III e XII secolo, come evoluzione della credenza, apparsa molto presto, di poter riscattare certi peccati dopo la morte. Le basi teoriche dell’esistenza del Purgatorio furono gettate da Agostino d’Ippona e da Gregorio Magno, che ne prefigurò l’immaginario con la descrizione delle pene. La vasta letteratura delle visioni dell’Aldilà aprì la strada alle sue successive rappresentazioni.

Definito alla fine del XII secolo (quando comparve per la prima volta il sostantivo purgatorium, proprio in riferimento al Lough Dergh), il Purgatorio entrò a pieno titolo nel cristianesimo nel secolo successivo, sia a livello dogmatico, sia a livello teologico, con la sua piena integrazione nella speculazione dei maestri della Scolastica, sia a livello pastorale, con la catechesi e le storie edificanti contenute negli exempla, i repertori scritti ad uso dei predicatori.

All’evoluzione dell’idea di un luogo del Purgatorio e delle sue rappresentazioni contribuirono grandemente le descrizioni di visioni o di viaggi nell’Aldilà, che avevano già una lunga tradizione nella letteratura precristiana (come ad esempio la discesa di Enea nell’Ade). Nelle visioni medievali dell’Aldilà, il protagonista è trasportato in sogno, o accede con il corpo o con la sola anima, in una dimensione soprannaturale, dove di solito è guidato da un santo o da un angelo. Il mortale visita successivamente i luoghi infernali, dove assiste ai supplizi inflitti ai dannati, e il Paradiso, dove ha visione delle beatitudini celesti. Spesso quest’Aldilà è organizzato, talvolta gerarchicamente, in luoghi specializzati, secondo il tipo di dannati o di beati. A partire dalla fine del XII secolo compare esplicitamente una zona intermedia, solo accennata nelle visioni dei secoli precedenti: si tratta del Purgatorio, dal quale le anime, mondate delle loro colpe dopo aver patito un periodo più o meno lungo di tormenti e sofferenze, potranno uscire per raggiungere il Paradiso: un Inferno a tutele crescenti, insomma. In questo grande insieme di visioni, che raggiungerà il suo culmine artistico e concettuale nella Divina Commedia di Dante Alighieri, si colloca la leggenda relativa al Purgatorio di san Patrizio, che occorre analizzare prima di incontrare di nuovo Malatesta Ungaro.

II primo accenno al Purgatorio di san Patrizio compare nella Vita del santo, redatta tra il 1180 e il 1183 da un certo Jocelyn di Furness. Secondo il suo racconto, san Patrizio non riusciva a convertire gli Irlandesi e intendeva spaventarli con l’immagine delle pene destinate a chi non voleva ascoltarlo. L’autore afferma che al santo comparve allora Gesù, che gli mostrò una cavità tonda e oscura, non si comprende se pozzo o grotta, e gli assicurò che chiunque, dopo essersi mondato dei peccati, avesse trascorso un giorno e una notte interi al suo interno avrebbe visto le pene che attendevano i malvagi e il premio che spettava ai buoni. Il santo fece allora recintare la fossa con un muro chiuso da una porta e ordinò di edificare una chiesa nei dintorni: la tradizione colloca l’episodio nel 445. La chiave della porta fu affidata al priore dei canonici posti a servire la chiesa, con la disposizione che tutti i penitenti che avessero affrontato la prova dovevano poi scrivere una relazione su quanto avessero visto. Jocelyn di Furness collocò il luogo del Purgatorio di san Patrizio sopra un monte del Connaught, nella parte occidentale dell’isola, ma la sua scelta, come si vedrà, non ebbe fortuna.

Il successo internazionale del Purgatorio di san Patrizio si deve però all’opera di H. (i codici non dicono di più sul suo nome), monaco dell’abbazia cistercense di Saltrey. Nel Purgatorium Sancii Patricii (redatto tra il 1190 e il 1210), H. di Saltrey narra la storia del monaco Gilberto, il quale fu inviato in Irlanda ai tempi di re Stefano d’Inghilterra (cioè tra il 1135 e il 1154). Non conoscendo la lingua di quel paese, il monaco scelse come guida il cavaliere Owein. Questi gli raccontò che, dopo una vita di peccato, fu preso dal pentimento e volle scontare da vivo la pena che temeva di dover pagare dopo la morte. Si fece introdurre a tal fine nel luogo misterioso, passando attraverso una porta rigorosamente sorvegliata da monaci e alla quale non si perveniva se non dietro l’approvazione del vescovo della diocesi locale e del priore della chiesa vicina. Entrambi sconsigliavano chi intendeva intraprendere la prova (se ci si lasciava sedurre dalle tentazioni dei demoni, si veniva condotti direttamente all’Inferno senza possibilità di ritorno). Di fronte all’ostinazione del cavaliere, i due finirono tuttavia per acconsentire, imponendogli un periodo preparatorio di digiuno e preghiera nella chiesa vicina e consigliandolo di invocare il nome di Gesù qualora non si fosse sentito in grado di reggere fino alla conclusione della prova.

Penetrato infine nella grotta, Owein attraversò, sempre secondo H. di Saltrey, vari luoghi di punizione. Dovunque vide i castighi a cui erano assoggettate le anime secondo un immaginario cristiano ormai consolidato. Anch’egli ricevette la parte che gli spettava, aggredito, tentato, minacciato e deriso dai demoni che somministravano quelle pene e da quelli che lo conducevano nella «visita», sempre salvato in extremis dall’invocazione del nome divino. Giunse infine ad un ponte strettissimo, gettato sopra il fiume infernale di fuoco, che tuttavia si allargava man mano che egli procedeva nel cammino. Superatolo, si trovò in un’amena campagna, di fronte ad un altissimo muro che cingeva una splendida città, che altro non era che il Paradiso Terrestre. Varcata la porta, una processione di santi si fece incontro ad Owein e gli fece lieta accoglienza nella città divina, mostrandogli le meraviglie di quel luogo di beatitudine. Dopo tale avventura, purgato d’ogni peccato, il cavaliere tornò all’esterno. Trascorsi quindici giorni di preghiera nella solita chiesa, egli fece ritorno al mondo. L’esperienza l’aveva comunque sconvolto, in quanto Owein si era poi fatto crociato e si era recato in Terrasanta.

H. di Saltrey non indica il luogo in cui si doveva trovare il Purgatorio di san Patrizio, che tuttavia ebbe la sua sistemazione proprio in quegli anni. In una nota a margine di un manoscritto datato alla seconda metà del XIII secolo della Topographia Hibernica di Gerardo di Cambria (1188) compare, infatti, una seconda localizzazione, che si sarebbe rivelata come quella definitiva. Secondo la nota, vi sarebbe nell’Ulster un lago con un’isola divisa in due parti: l’una, bella e ricca di giardini, ospita una chiesa, l’altra, orribile e desolata, è abitata da demoni. La seconda parte dell’isola ospita nove cavità: chi osi passare la notte in una di esse è preso dai diavoli ed è tormentato così brutalmente da restarne inanimato; dopo la morte egli sfuggirà tuttavia alle pene infernali, delle quali ha già fatto la prova in vita. Nel lago di Lough Dergh vi sono proprio due isole, delle quali la più grande, Saints’ Island, ospita una chiesa, oggi dedicata a san Patrizio (e a chi se no?), mentre la seconda, Station Island, è il luogo della porta del «Purgatorio».

La fama del Purgatorio di san Patrizio si propagò rapidamente nella cristianità grazie a Matteo Paris, che nel XII secolo divulgò il racconto di H. di Saltrey, e alla poetessa Maria di Francia, che tradusse il testo in francese ne L’Espurgatoire Saint Patriz. La storia si diffuse attraverso rifacimenti e versioni in volgare in tutto l’occidente, anche perché fu ampiamente utilizzata dai grandi autori di exempla e dai predicatori del XIII secolo con lo scopo evidente di spaventare i fedeli e. ricondurli sotto il pieno controllo del clero.

Jocelyn di Furness informa nella sua opera che chi visitava il Purgatorio di san Patrizio era tenuto a riferire per iscritto su ciò che aveva visto. Sfortunatamente, il resoconto di Malatesta Ungaro è andato perduto, ma è improbabile che non sia mai stato scritto. Si sa infatti che il cavaliere e il suo compagno di viaggio ricevettero, secondo la prassi consueta, una patente del re d’Inghilterra del 24 ottobre 1358, giunta fino a noi, in cui si attesta che le formalità della prova erano state rispettate. Non si sa perciò che cosa vide, o credette di vedere, Malatesta Ungaro, né se riuscì a incontrare il suo perduto amore. Esistono tuttavia alcuni testi coevi, o di poco posteriori, che consentono di ricostruire il tipo d’esperienza che vivevano gli ardimentosi che intraprendevano la discesa nella grotta.

La prima testimonianza proviene dal cavaliere Ludovico di Sur, che visitò il Purgatorio il 17 settembre 1358 e, al termine della prova, vide l’arrivo di Malatesta nell’isola. Dopo un periodo preparatorio di preghiera e digiuno, Ludovico era stato condotto da dodici monaci in una grotta lunga sette passi, larga due e alta quattro palmi. Trascorsa circa mezz’ora, gli era apparso un uomo vestito di bianco, che l’aveva esortato ad iniziare il viaggio. Discese alcune scale, il cavaliere si trovò in un’ampia sala, nella quale tre monaci lo redarguirono per la sua temerarietà e gli prospettarono le tentazioni che avrebbe subito e i tormenti ai quali avrebbe assistito, contro i quali sarebbe bastato segnarsi tre volte e recitare un passo evangelico. Il racconto prosegue con la descrizione dei tormenti infernali, con la simpatica variante, rispetto alla narrazione di Owein, che le tentazioni non sono opera di demoni, ma di belle ragazze!

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Molto interessante è il racconto dell’esperienza del cavaliere inglese William Lisle, che era stato in Irlanda nel 1394 ed era stato rinchiuso con un compagno nella caverna di Station Island per un’intera notte. Durante la discesa era stato avvolto da vapori caldi e s’era addormentato d’un sonno pieno di strani sogni. Ciò lo indusse a ritenere che le «visioni» del luogo non fossero altro che illusioni. Il riferimento ai vapori caldi può essere una reminiscenza di letture classiche, ma il cavaliere sembra degno di fede. Questi vapori potrebbero fornire una spiegazione razionale delle visioni che si avevano nella grotta del Purgatorio. Molti luoghi sacri dell’antichità, talvolta sedi di oracoli e sibille, sono situati in aree caratterizzate da attività sismica, vulcanica o geotermica dove, dalle fratture del terreno, avviene l’emissione di gas, alcuni dei quali (come il metano o l’anidride carbonica) possono determinare direttamente o indirettamente stati di alterazione sensoriale e modificare la percezione della realtà.

Tuttavia il Lough Dergh non è un lago d’origine vulcanica. L’Irish Geological Survey informa che le rocce della zona sono scisti derivanti dall’azione metamorfica dell’orogenesi caledoniana sui graniti basali che caratterizzano tutta la zona nord – occidentale dell’Irlanda. In queste condizioni è probabile l’emissione di radon, il gas radioattivo di cui è attestata la cancerogenicità dopo lunga esposizione, ma che tuttavia, nonostante gli allarmi di alcuni professionisti dei misteri, non sembra poter provocare fenomeni allucinatori.

Come spiegare allora le visioni del Purgatorio di San Patrizio? Le diverse rappresentazioni dell’Aldilà che sono state date nel tempo dalle varie culture, pur presentando elementi comuni, costituiscono anche il riflesso delle esperienze e delle ansie terrene di coloro che le hanno prodotte: i racconti di viaggi o di visioni oltremondane non sono fine a se stessi, ma hanno sempre come referente il mondo dei vivi, ai quali sono indirizzati. Allora la descrizione dell’Altro Mondo o dell’Aldilà può costituire un’esortazione a godersi la vita oppure a disprezzarla, può essere un espediente per fare della critica sociale o politica, può essere un mezzo per sottomettere le coscienze, agitando lo spauracchio delle pene future. Le reazioni prodotte negli uomini sono spesso il risultato delle descrizioni che vengono date della loro sorte dopo la morte. Tornando al Purgatorio irlandese, non si può escludere che le parole e i riti dei monaci dentro e fuori la grotta o la suggestione determinata dalla fama del luogo potessero costituire fattori culturali in grado di provocare la visione «reale» dei tormenti infernali o delle beatitudini celesti.

Una singolare conferma di questa ipotesi si può trovare in una lettera spedita dal fiorentino Antonio di Giovanni Martini ad un concittadino, nella quale è descritta la sua esperienza di discesa nel Purgatorio irlandese, avvenuta nel novembre del 1411. Le fasi della preparazione alla prova sono descritte accuratamente: il digiuno di tre giorni a pane e acqua, la vestizione con una lunga veste bianca (simile ad un sudario), la recita da parte dei monaci dell’ufficio dei morti sopra il pellegrino disteso supino, la processione intorno alla cappella posta accanto all’ingresso della grotta, il «seppellimento» in uno stretto antro più simile ad un sepolcro che ad una grotta. Sembra quasi che questo complesso rituale facesse parte di una tecnica consolidata per suggestionare il pellegrino, il quale, infatti, riferisce di essersi sentito molto debole e di aver visto cose che non può scrivere o dire se non in confessione. Antonio di Giovanni Martini fu estratto dalla grotta in stato d’incoscienza dopo sole cinque ore. Ai tempi della diffusione dello LSD si sarebbe parlato di bad trip, ma ognuno ha i “viaggi” che si merita e le visioni che gli impone l’immaginario della sua cultura. Magari oggi avrebbe visto delle scie chimiche.