La loro morale e la nostra

«The whole problem with the world is that fools and fanatics are always so certain of themselves, and wiser people so full of doubts». (Bertrand Russell)

Bionda Garnier, pelle Oil of Olaz, la Perego porta molto bene i suoi cinquant’anni. È una prof di lettere cattolica, osservante e convinta. Per sottolineare come noi atei e agnostici saremmo privi di valori morali, cita Dostoevskij, che fece dire a Ivàn dei Fratelli Karamazov che «se Dio è morto tutto è possibile». Passa d’infilata alla Spe Salvi: «La scienza non redime l’uomo. La scienza (…) può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa».

Si sente forte nelle sue idee, la Perego. La tesi della maggiore moralità dei credenti è sempre di più affermata dai vertici ecclesistici, quasi imposta a una classe politica inginocchiata e a un giornalismo servile e opportunista. In nome della propria Verità (la V maiuscola ad indicare unicità, trascendenza, superiorità), la chiesa. vuole imporre la sua morale a tutti (cattolici e non), pretendendo leggi che vietino il divorzio, l’interruzione di gravidanza, la fecondazione artificiale, il testamento biologico, il riconoscimento delle coppie di fatto.

Rispondo che non è compito della scienza redimere il mondo. Nessun uomo (e quindi nessuno scienziato) autenticamente laico – non un adepto, quindi, neppure della «religione della scienza» – pensa che essa abbia questo potere. E contesto fortemente la conclusione della sua papale citazione: «se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa». Perché, con questo richiamo alla necessità dell’eteronomia della scienza, il cattolicesimo propone una visione dell’uomo in cui ragione ed etica sono fatalmente separate e fissate in una rigida gerarchia: prima viene l’etica – che è fuori dalla ragione – poi la ragione.

Dopo Darwin, non solo gli scienziati laici, ma tutti i laici non possono sottrarsi a una visione naturalistica dell’uomo. La nostra specie si colloca dentro la natura, anche se con l’evoluzione ha sviluppato le capacità che gli consentono sia di elaborare i ragionamenti più astratti sia di elaborare giudizi etici. L’una e l’altra – la ragione e l’elaborazione di giudizi etici – sono il frutto, storico, dell’evoluzione della materia biologica, sono emerse come capacità adattative. Ragione e capacità di elaborare giudizi morali sono caratteri co-evolutivi. Sono emersi insieme nella storia evolutiva della nostra specie. Non si può quindi separare la ragione dall’etica e sottomettere la prima alla seconda o viceversa. Non c’è gerarchia di valori. Semplicemente ragione e capacità di esprimere giudizi morali co-esistono e co-evolvono.

La collega era così sicura di sé da rimanere stupita di fronte alle nostre obiezioni. Colto il suo momento di debolezza dialettica, passiamo al contrattacco. Diciamo che l’etica religiosa consiste essenzialmente nella sottomissione acritica e irrazionale a prescrizioni di presunta origine sovrannaturale: una base inconsistente per costruirvi sopra un’etica, anche perché non nasconde il vizio di origine delle morali salvifiche, e cioè che la vita umana deve essere denigrata in questo mondo per rendere attraente la promessa di una felicità post-mortem (e solo a condizione che si faccia ciò che viene richiesto).

Alza gli occhi al cielo, la voce assume i toni di melliflua dolcezza tipici del suo ambiente e che conosciamo bene. Che fai Perego, cambi tattica? Sostiene che bisogna obbedire a Dio perché è buono (come se esistesse un criterio di bontà indipendente da Dio), perché ci ama (chiedendo al razionalista che c’è in noi di accettare come valido il ragionamento ricattatorio “A ama B e pertanto B deve fare come A richiede”). Vista l’inutilità degli sforzi profusi, tira fuori qualcosa di simile all’argomento di Pascal della scommessa, uno dei più ipocriti della storia della filosofia (anche se a Pascal per altri motivi vogliamo bene): bisogna obbedire a dio perché conviene, in quanto comportarsi secondo i suoi precetti ci conduce, se egli esiste, alla vita eterna, un bene infinito, mentre, se egli non esistesse, avremmo solo rinunciato ai piaceri mondani e al nostro egoismo, un bene finito.

L’ultima argomentazione della collega osservante è il tipico caso dell’errore definito come “Ricorso alle conseguenze di una credenza”, che si presenta secondo uno di questi schemi:

P è vero (o falso) perché se la gente non accettasse P come vero (o falso), allora ci sarebbero conseguenze negative.
P è vero (o falso) perché accettare che P sia vero (o falso) ha conseguenze positive.
Vorrei che P sia vero (o falso), quindi P è vero (o falso). Questo schema è conosciuto, non a caso, come pio desiderio.

Queste linee di «ragionamento» sono ingannevoli, perché le conseguenze di una credenza non hanno influenza sul fatto che la credenza sia vera o falsa. Per esempio, se qualcuno dicesse: «Se un complotto mondiale contro l’umanità non esistesse, allora tanta gente non morirebbe, quindi il complotto deve esistere», sarebbe chiaro che questa non è una buona linea di ragionamento. È importante notare che le conseguenze in questione sono le conseguenze che risalgono dalla credenza.

L’espressione da madonna addolorata presto scompare, non appena le ricordiamo l’astrusità del dio del racconto vetero-testamentario che ordina di non uccidere e si compiace dei massacri dei popoli rivali degli ebrei, che si proclama dio di giustizia e infligge tremende sofferenze anche ai giusti più devoti, come Giobbe. Possiamo fondare un’etica su insegnamenti così contradditori? Non si potrebbe allora dire «se Dio esiste tutto è permesso», perché la volontà di Dio sì che è arbitraria?

Adesso parla in fretta la Perego, ma non perché tra pochi minuti la campanella segnerà la fine della nostra ora buca in comune. Si fa nervosa e rivela maggiormente il suo accento brianzolo, una cantilena che da qualche anno proprio non riusciamo a sopportare. Anche noi ci stiamo irritando. Tira fuori l’atout. Il Vangelo, Gesù. Afferma che l’etica cattolica possiede un pregio che i laici non hanno: la spinta alla carità. Ci viene in mente un’infelice, lontana, frase di Giuliano Amato, secondo il quale “i credenti hanno una marcia in più”. Senza l’etica cattolica, sostiene, nella società mancherebbe la coesione, e sarebbero più diffusi il crimine, il bisogno, l’abbandono. Quando stiamo per rispondere, la campanella salva entrambi da una scenata poco edificante di fronte ai colleghi. Fine dell’incontro, pensiamo di aver vinto ai punti solo perché è mancato il tempo del kappaò. Ora in classe, a (tentare di) parlare di funzioni esponenziali.

A casa torniamo a pensarci. Quella della carità è un’argomentazione non suffragata da prove. Dove la religione è poco praticata, come ad esempio nei paesi scandinavi, la moralità e la solidarietà non crollano affatto. Sono forse delle nazioni e delle società eticamente peggiori di quella italiana? Diremmo proprio il contrario: mai sentito di un sistema delle tangenti svedese, di corruzione dei magistrati danesi, mai letto di bustarelle norvegesi o di raccomandazioni erette a sistema negli atenei finlandesi. Da noi i mafiosi nei loro covi nascondono bibbie e santini; lassù, appena sotto il circolo polare, mafia è invece una parola che al massimo evoca la cattolicissima Italia. Se poi guardiamo al passato, si può forse dire che un tempo, quando le società erano dominate dalla religione, fossero anche eticamente migliori? Alla notizia della strage di San Bartolomeo degli Ugonotti francesi, a Roma non suonarono a festa tutte le campane? E da dove proviene il millenario antisemitismo sfociato nella follia nazista? Hitler nel Mein Kampf fa esplicito riferimento all’insegnamento cattolico! Chi può onestamente affermare che gli atei e gli agnostici abbiano comportamenti sociali più spregevoli dei credenti?

Il cristianesimo ha voluto istituire una teologia irrazionale, facendo dell’irrazionalismo una verità superiore invece che condannarlo. Un dio che si fa uomo, un immortale che muore, un onnipotente che viene crocifisso, una sapienza destinata a ignoranti, una potenza destinata ai deboli: la teologia cristiana è tutta un paradosso. “Credo perché è assurdo”, diceva Tertulliano, confermando così la concezione stravagante della fede cristiana inaugurata da Paolo. Su queste basi si può tanto fondare ogni atto di amore e di eroismo, quanto ogni atto di odio e di ferocia, tanto poi si trova sempre una giustificazione metafisica (fino al “mistero della fede” nel caso delle aporie più evidenti). Non vediamo come tutto ciò possa aver a che fare con l’etica.

A casa nostra moglie, stimolata da una nostra riflessione ad alta voce, conferma che non esiste alcuna evidenza che i credenti siano moralmente migliori dei non credenti. Anzi, – sostiene mentre carteggia una cornice di legno antico – il progresso umano si è verificato nonostante le resistenze della religione: le vicende di Galileo sono esemplari, malgrado il tentativo disperato e mistificante di Zichichi di fare dello scienziato pisano un campione del cattolicesimo. E non dimentichiamo Giordano Bruno! Molte delle sofferenze umane, a eccezione di quelle causate dalle malattie o da altri eventi naturali, sono il risultato di conflitti ispirati dalla religione e di un’oppressione da questa suscitata, dalle crociate all’11 settembre, dall’inquisizione al jihadismo, altro che superiorità morale! Sorride quando le leggiamo la frase di Bertrand Russel che abbiamo messo in epigrafe. La Perego è lontana.