Perché conoscenza fa rima con libertà

Un invito ai miei studenti

Scriveva Antonio Gramsci nel 1932 dal carcere, dove il regime fascista lo aveva relegato per le sue idee (e dal quale sarebbe uscito ormai moribondo):

“Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza”.

Un altro grande intellettuale meridionale, Salvatore Guglielmino, l’autore della Guida al Novecento, ripeteva ai suoi studenti del classico Carducci di Milano a metà degli anni Settanta, in piena epoca di contestazione: “Voi sui libri il culo di pietra vi dovete fare!” (testimonianza di mia moglie che fu sua allieva).

Ma perché studiare, se è così gravoso? Perché è lo studio, e la conoscenza che ne deriva, che rendono liberi, non il lavoro, come invece tristemente e con feroce ironia scrissero i nazisti all’ingresso di Auschwitz. Qualche buontempone potrebbe obiettare che Gramsci scrisse le sue parole in un carcere, altro che libero! Gli si potrebbe replicare che la libertà di cui stiamo parlando si può conservarla intatta anche in carcere. La libertà che nasce dalla conoscenza è una libertà interiore, ancor più bella perché sofferta, conquistata, sudata. Ma qual è la libertà che nasce dalla conoscenza? Direi che essa è innanzitutto libertà del dubbio. Più si conosce e più ci si accorge di non sapere. Ciò spinge a voler conoscere di più (la cultura è curiosità), ma anche alla critica di ogni verità precostituita, basata sull’autorità o il potere di qualcuno (umano o celeste che sia) o sulla sua diffusione nella società. Non sto parlando del dubbio nichilistico di chi nega ogni verità, sto invece parlando del dubbio scientifico, di un atteggiamento verso il mondo che per ogni affermazione, ogni teoria, ogni quadro generale, richiede prove, tentativi, ripetizioni, controlli condivisi. La conoscenza è un fenomeno sociale e, tendenzialmente, democratico.

Democrazia: ecco l’altra parola che non poteva mancare in queste brevi note. Fateci caso: dove non c’è democrazia, nei paesi retti da dittature di ogni tipo e colore, la scuola è considerata o un canale di propaganda del regime, oppure una voce di spesa da tagliare. La realtà è che la scuola, quando può e quando è messa in grado di funzionare (spesso più la chiamano Buona più è un fallimento), forma uomini che sanno, uomini liberi. Uomini che non si fanno abbindolare dalle raffinate armi della propaganda o rimbambire dai giochi e varietà della televisione o, peggio, dal precipizio senza fine delle droghe, dell’alcol, del gioco d’azzardo.

Che non si accodano al primo demagogo e guardano con sospetto le scelte “inevitabili” o “irrevocabili” dei governi, ben sapendo che ogni decisione è una scelta tra opzioni. La cultura diffusa spaventa il potere, disposto a tollerare intellettuali servi o silenziosi, ma non chi, come Gramsci, ne smaschera le pratiche, le disonestà, le meschinità.

Ho parlato di cultura diffusa perché essa non può essere un privilegio di pochi intellettuali. La cultura deve essere considerata un patrimonio da parte di ogni società progredita, che riconosce in essa il mezzo indispensabile per ogni progresso ulteriore (economico, sociale, scientifico, legislativo). Più idee nascono in un consesso umano, più alta è la probabilità che una parte di queste siano buone idee e vengano riconosciute come tali: è una questione di leggi della probabilità. La mancanza di buone idee è la morte di una società, come la mancanza di risorse.

Che cosa devono fare i giovani allora? Per una risposta torno a Gramsci che, ancora da uomo libero, si indirizzava a loro il primo maggio 1919 dalle colonne del giornale torinese L’ordine nuovo:

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza”.

Siate liberi, perché sapete.