Sassaroli, o dell’invidia

L’invidioso soffre del talento che non diviene genio, della bellezza che non è splen­dore, della ricchezza che non è abbondanza, della virtù che non sarà mai santità.

Mentre suonava il flauto. Atena vide riflesso nell’acqua di un ruscello il proprio volto defor­mato dalle gote gonfie. Ne provò disgusto e gettò via lo strumento. Lo raccolse il sileno frigio Marsia, che se lo avvicinò alle labbra e subito, benché mai avesse suonato in prece­denza, ne trasse bellissime melodie. Cibele l’udì e lo volle sempre con sé. Pieno d’orgoglio per il proprio improvviso talento, invidioso della maestria con la quale Apollo suonava la cetra, Marsia volle sfidare il dio, che accettò la gara, ma a patto che il vincitore potesse disporre liberamente dell’avversario. Quando il duello cominciò, sembrava che il confronto fosse pari, ma Apollo unì poco sportivamente il suono della sua voce divina a quello della cetra e vinse la disputa. Il dio volle punire in modo terribile la presunzione di Marsia: lo legò ad un albero e lo scorticò vivo. Si dice che in seguito Apollo si pentì della sua crudel­tà e mutò il rivale in un fiume della Frigia che ne prese il nome. Marsia divenne poi un simbolo della libertà: a Roma gli oratori solevano incoronare una sua statua nel Foro quan­do vincevano qualche causa.

La storia della musica si apre con un atto d’invidia e una sfida impossibile dell’uomo agli dèi. Di fatto gli uomini compresero e condivisero la volontà di sfida del frigio e vollero celebrarlo come campione di libertà e indipendenza. La perfezione e il genio, che sono attributi del divino e dei suoi prediletti, oltre a suscitare ammirazione, generano invidia, che è il sentimento di chi comprende la propria impossibilità di raggiungere quelle immor­tali sommità.

Poiché il mito necessita di ciclica ripetizione, la vicenda d’Apollo e Marsia si rinnova periodicamente in qualche parte del mondo. L’ultima volta accadde nel 1876, con protagonisti Giuseppe Verdi e Vincenzo Sassaroli. Accompagnandola con un pungente commento, Tito Ricordi, editore del grande maestro, indelicatamente pubblicò sulla Gazzetta Musicale dei primi di gennaio 1876 una lettera di sfida inviatagli per raccomandata dal musicista mar­chigiano (1):

— — — — — — — — — — — — — -

Chiaro Sig. Cavaliere,

Dopo aver tentennato qualche sera, mi sono recato a sentire anch’io l’Aida; opera che d’altronde avevo già letta; ed ora non è scopo dì questa mia dirvi il giudizio che ne ho fatto sia alla lettura che alla audizione; solo vi prego a por mente a quanto sono per dirvi.

Io vi domando il permesso (stante che l’opera suddetta è di proprietà vostra) di poter musicare anch’io il libretto dell’Aida. Ditelo al maestro Verdi, e vedete se si senta di venire al paragone; ch ‘io son pronto ad accingermi all’impresa anche subito, alle condizioni seguenti:

L’opera sarà fatta sopra identico libretto, senza nulla aggiungere, senza nulla levare, e senza mutare nulla dal suo posto.

L’opera sarà musicata entro un anno dalla data di accettazione di queste proposte.

L’opera sarà pagata ventimila lire: cioè lire cinquemila alla consegna di ogni atto.

Queste somme saranno consegnate a mani di terza persona di comune fidu­cia, fino ad opera completa e giudicata da un giurì composto di tre maestri scelti da me, e tre scelti da Verdi, ed uno scelto dai sei riuniti.

Siccome dovrei lasciare per un anno le mie lezioni per poter accudire all’im­pegno, si preleverà dalla somma suddetta un congruo assegnamento, perché io possa vivere senza occuparmi d’altro.

Se l’opera sarà giudicata sfavorevolmente, saranno ritirate dal depositante tutte le somme, meno il suddetto prelevamento.

Mi sarà permesso associarmi al lavoro alcuni miei scolari, i quali dovranno fornire i pezzi più salienti dell’opera; salvo a far tutto io in caso di opposizione.

Come si vede è una sfida che io getto a Verdi e a voi suo editore, ed alla quale vedrò come risponderete. In questa tenzone, l’unico rischio che correte si è quello del prelevamento di cui sopra, che tuttavia potrei farvi garantire.

Vedrò in oltre se con tutte queste proposte vi lascerete fuggir l’occasione per potermi schiacciare, e farmi tacere una volta, e poter così trionfalmente escla­mare: “I nostri telegrammi del Cairo, di Parigi, di Napoli che proclamavano Verdi insuperabile, erano tutta roba spontanea, e nulla vi era di combinato”.

Colgo l’occasione per protestarmi della S. V. Ill.

Devotissimo servo Vincenzo maestro Sassaroli

Genova, 3 gennaio 1876

— — — — — — — — — — — — — -

Un guanto di sfida gettato in faccia a Verdi e al suo editore: la messa in musica di un’opera utilizzando lo stesso libretto dell’Aida. Con due aggiunte importanti, quali la richiesta di essere mantenuto per un anno, il tempo di comporre l’opera, e la malevola insinuazione che la fama del successo internazionale dell’Aida fosse una disonesta operazione di marketing combinata dal Ricordi per mezzo di telegrammi concordati!

La prima reazione alla lettura della missiva è decisamente sfavorevole. Si può pensare che l’autore sia un eccentrico che giunge alla meschinità di richiedere denaro e non si tiene lontano dalla maldicenza sul grande editore milanese. Il commento della Gazzetta Musicale, organo non indipendente poiché edito dallo stesso Ricordi, insinuava beffardamente ma ferocemente la prima ipotesi: Sassaroli era uno sciocco, per di più inconsapevole della pro­pria inferiorità e pertanto borioso. Chi osava disturbare la quieta e solare superiorità dell’Apollo citaredo? Criticare Verdi in quegli anni post-unitari equivaleva a criticate Garibaldi, o anche peggio, se si considera che egli era la Nazione in musica. Lesa maestà, questa era l’accusa che si leggeva tra le righe del commento del periodico.

Altri, come il francese Pougin, autore di una Vita aneddotica di Verdi (pubblicata in Italia da Ricordi, naturalmente), reagirono con ironico disprezzo. Il presuntuoso musicista “a cui la cattiva opinione che ha dei suoi confratelli non impedisce d’essere pieno di ammirazione pel proprio genio”, era un miserabile “che dettava, lui stesso le condizioni della scommessa in modo che, vincente o perdente, lasciava sempre le spese del processo a carico degli avversari da lui provocati “. Ancor più duro il Folchetto, traduttore e annotatore del testo del Pougin, il quale affermò che personalmente non avrebbe dato posto nel volume “alle elucubrazioni lunghe e — a mio credere — poco interessanti del signor Sassaroli”.

Pazzo o invidioso, Sassaroli? Pazzo no. La sua vita sta a dimostrarlo. Nato a Tolentino l’8 marzo 1816 da una famiglia di musicisti, manifestò precocemente il suo talento: a cinque anni già sapeva suonare la spinetta. Bambino prodigio, fece subito parte della Cappella Musicale di San Nicola, dove spesso eseguiva la parte di primo soprano e rimpiazzava persino il proprio maestro all’organo. Iniziato alla composizione, dopo un anno appena stupì con una Messa ed un Vespro. Il padre allora lo condusse a Napoli, da Saverio Mercadante, suo zio, che era allora uno dei compositori italiani più famosi ed apprezzati. Alla scuola del Mercadante si segnalò per le sue qualità artistiche. Non ancora ventenne compose due opere piene di vitalità e originalità, Luisa Strozzi e Francesca da Rimini, quest’ultima rap­presentata a Catania nel 1846. Musicò varie opere e molti Oratori, dedicandosi anche alla riforma della musica ecclesiastica. Iniziò poi una vita nomade, che lo portò ad essere mae­stro di cappella e insegnante in varie località. Non si può certo dire che questa sia la vita di uno stolto, né quella di uno sconosciuto, come era stato indicato con tronfia ignoranza dal Folchetto.

Poi, improvvisa, la catastrofe. Nel 1864 fu rappresentata al Teatro Doria di Genova la sua opera Riccardo, Duca di York che, secondo Pougin, “fu un fiasco solenne”. La fortuna deci­se di voltare le spalle al Sassaroli: da quel momento la sua parabola artistica cominciò a declinare, mentre quella di Verdi era, come al solito, al culmine. Solo chi ha sfiorato una meta sa quanto sia doloroso il fallimento. Come la Regina della favola, la quale “ogni volta che incontrava Biancaneve, il suo cuore si tormentava dalla rabbia e dall’invidia”, Sassaroli visse ogni ennesimo trionfo del Maestro come una lacerante ferita al suo orgoglio.

Nel 1871 il rifiuto di Ricordi di appoggiare due sue opere, una semiseria e una buffa, per quan­to gli fossero state offerte gratuitamente e la seconda fosse stata benevolmente giudicata sulla stessa Gazzetta Musicale, fecero sprofondare Sassaroli nell’umore più cupo. Il succes­so dell’Aida, rappresentata per la prima volta al Cairo il 24 dicembre 1871, fece traboccare il vaso dell’indignazione e dell’orgoglio ferito del musicista di Tolentino. Non si poteva più tacere, non era più vita quella, vissuta per anni in un mace­rante silenzio. Quella lettera doveva essere scritta. Verdi, che pure aveva espresso un buon giudizio sul suo ingegno, era diventato il simbolo della congiura del mondo contro di lui. L’invidia aveva vinto.

Che l’invidia sia umanissimo sentimento, talvolta giustificabile, gli antichi lo capirono bene: Marsia era stato glorificato, non esecrato. Ma che cos’è l’invidia? Invidia è in-videre, guar­dare con sguardo bieco, di mal occhio. E se si guarda con occhio storto o semichiuso si abbandona la luce, si è simili a ciechi, o, come scrisse Dante, simili a sparvieri con gli occhi cuciti dal filo di ferro, inquieti e sofferenti. Sì, perché l’invidioso soffre del suo stato e la sua vita è un inverno senza calore, una malattia senza medicina, un respiro senza ossigeno. Dottamente San Tommaso spiegò che il male che l’invidioso vede negli altri è il pericolo per la sua eccellenza, perché egli vorrebbe essere il più amato, il preferito, il più lodato, il migliore.

Forse l’invidioso soffre proprio a causa della piccola distanza che lo separa da una meta che vede a portata di mano e non riesce a raggiungere, come l’iperbole che non raggiungerà mai il suo asintoto (dire che lo raggiungerà all’infinito è un artificio consolatorio dei matematici). L’invidioso soffre del talento che non diviene genio, della bellezza che non è splen­dore, della ricchezza che non è abbondanza, della virtù che non sarà mai santità. Sassaroli soffriva di un male diffuso, che solo gli ipocriti possono condannare o indicare alla pub­blica infamia.

E’ raro che si riesca a subire in silenzio senza cercare prima o poi di cancellare, o almeno limitare, quella superiorità dell’altro che è causa della sofferenza. Con tutto ciò, è raro che l’azione dell’invidioso sia violenta. Un’arma più sottile ed efficace è a disposizione di chi vuole crescere diminuendo l’altro: la diffamazione. L’invidioso quando vile semina calun­nie o falsità nascondendosi nell’anonimato, ma l’invidioso quando coraggioso, al quale la passione non ha cancellato l’onestà, non ha paura di mostrare il suo volto. Se dice male di qualcuno, lo fa apponendo nome e cognome. Sassaroli sbagliò nell’insinuare l’esistenza di una rete di corrispondenti prezzolati, pronti a fornire entusiastici resoconti sulle rappresentazioni verdiane, ma lo fece firmandosi, e questo torna a suo onore, cosi come torna ad onore di Tito Ricordi l’aver evitato di intraprendere azioni giudiziarie — altra classe rispetto alle odierne usanze.

L’accusa di meschinità, determinata dalla richiesta di danaro a Tito Ricordi, che suscitò commenti sarcastici, sembra assai debole. Chi, vedendo il successo di un artista, di uno scienziato, di un intellettuale non ha mai pensato che forse, con maggior tempo a disposizione e meno problemi economici, avrebbe potuto ottenere le stesse soddisfazioni? È difficile poter coltivare il proprio talento se si deve lavorare tutto il giorno. Lo stesso Verdi, agli inizi della carriera, poté far conoscere il proprio genio solamente grazie all’aiuto di amici e mecenati disinteressati, come Antonio Barezzi. Vincenzo Sassaroli chiedeva che la competizione fosse veramente ad armi pari, offrendosi persino di far garantire la somma richiesta. Non si può rimproverare agli uomini la domanda di giustizia. Se Sassaroli è colpevole, lo siamo tutti.

(1) La lettera è riportata nella Vita aneddotica di Verdi di Arthur Pougin, ristampata da Passigli, Firenze, 2001. La prima edizione italiana dell’opera fu pubblicata dal Regio Stabilimento Musicale Ricordi nel 1881.

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.