Thomas Rowley, ovvero Thomas Chatterton

A più di due secoli dalla sua morte, il poeta e falsario Thomas Chatterton resta una delle figure più affascinanti della letteratura inglese. Nato a Bristol il 20 novembre 1752, inizialmente considerato piuttosto lento nell’apprendimento, Chatterton visse una prima infanzia infelice e solitaria, durante la quale non riusciva a memorizzare le più elementari nozioni che la madre, rimasta vedova quattro mesi dopo la sua nascita, cercava di trasmettergli. Un giorno, vedendola fare carta straccia di uno degli antichi spartiti francesi che erano appartenuti al padre, il ragazzo fu attirato dalle lettere maiuscole miniate nel testo e qualcosa si accese nella sua mente. Imparò a leggere assai prima dei suoi coetanei, proprio sui documenti antichi che aveva a disposizione, conservati in una cassapanca della chiesa di St. Mary Redcliffe, della quale i suoi famigliari erano sagrestani da generazioni: fogli musicali, una bibbia scritta con i caratteri gotici, le carte dell’archivio parrocchiale, talvolta vecchie di secoli. Quelle carte lo affascinarono a tal punto da creare nella sua mente un mondo medievale che inesorabilmente diventava il suo mondo, nel quale si isolava sempre di più. Egli amava rinchiudersi in una piccola soffitta che aveva appositamente allestito per i suoi studi, nella quale viveva assieme agli eroi e alle eroine dei tempi della Guerra delle Due Rose.

Nel 1760 fu ammesso al Edward Colston’s Charity, la scuola operaia di Bristol, il cui curriculum era limitato a leggere, scrivere, far di conto e al catechismo. Questa esperienza contribuì poco alla sua formazione, che fu quasi completamente da autodidatta. Le condizioni di salute precarie e l’instabile equilibrio del giovane consigliarono alla famiglia il ricovero nell’ospedale di Colston, dove iniziò a scrivere su incoraggiamento dello zio.

La prima prova poetica di Chatterton fu On the Last Epiphany, scritta a dieci anni nello stile di John Milton. Appena un anno dopo scrisse, su frammenti di pergamene trovate nella parrocchia, Elinoure and Juga, una ecloga pastorale nella lingua e nello stile del XV secolo, che attribuì all’opera di un monaco poeta di Bristol, Thomas Rowley, il cui nome gli era stato suggerito da una lapide tombale della chiesa di St. John. Ecco un esempio di ciò che riusciva a scrivere a undici anni il piccolo falsario, in una lingua a stento comprensibile dai suoi stessi connazionali a lui contemporanei:

Onne Ruddeborne bank twa pynynge Maydens sate,
Theire teares faste dryppeynge to the waterre cleere;
Echone bementynge for her absente mate.
Who atte Seyncte Albonns shouke the morthynge speare.
The nottebrowne Elinoure to Juga fayre
Dydde speke acroole, wythe languishment of eyne,
Lyche roppes of pearlie dew, lemed the quyvryng brine.

Ciò che era iniziato come un gioco di un bambino di talento divenne da quel momento un’attività poetica parallela alla sua attività letteraria “ufficiale”. Thomas Rowley diventò l’alter ego di Chatterton, che spese tutta la sua genialità poetica nel creare un personaggio che avrebbe anticipato temi e sentimenti dell’incipiente Romanticismo.

Nel 1767, all’età di quattordici anni, entrò come apprendista in uno studio legale. Iniziò a collaborare con suoi scritti ad alcuni giornali locali. Mantenne tuttavia i suoi interessi per la storia e la poesia e presto imboccò il cammino che gli avrebbe portato la notorietà, purtroppo postuma. All’inizio il pubblico di Chatterton (e di Rowley) era limitato agli antiquari locali, eccitati dall’idea della scoperta di un poeta medievale di Bristol. Ben presto, tuttavia, il giovane falsario diventò più ambizioso. Inviò un saggio dell’opera di Rowley all’editore James Dodsley, che tuttavia non rispose. Nel tentativo di ottenere l’interessamento di Horace Walpole, il cui racconto gotico Il castello di Otranto (1765) era la finta traduzione di un manoscritto italiano perduto e ritrovato, Chatterton gli inviò nel 1769 una Ryse of Peyncteyning yn Englande wroten by T. Rowleie 1469 for Mastre Canynge con il suggerimento che esso potesse essere di qualche utilità “per qualsiasi ulteriore edizione che avesse voluto scrivere” e che naturalmente attribuì a Rowley. Walpole, che sulle prime parve entusiasta della “scoperta” del giovane poeta, cambiò idea e nutrì forti dubbi sull’autenticità dei manoscritti. Scrisse a Chatterton domandandogli dove fossero stati rinvenuti, ottenendo come risposta una mezza verità: “In un baule di ferro nella chiesa di St. Mary Redcliffe”. Ciò non lo convinse. Rispose con fredda cortesia, invitando Chatterton a non disturbarlo più.

Nel 1769 Chatterton riuscì a pubblicare una poesia attribuita a Rowley sul Town and Country Magazine di Londra: sarebbe stata l’unica opera del presunto monaco pubblicata durante la sua vita. Il rifiuto oppostogli da Walpole lo convinse tuttavia a dedicarsi ad altro. Si trasferì a Londra, dove si diede alla satira politica, scrivendo articoli sotto diversi pseudonimi che gli procurarono una certa fama presso alcuni circoli letterari, ma gli diedero scarsi proventi. Egli conduceva infatti una vita di estrema miseria, minata dalla fame e dalla depressione.

Ottenne qualche soddisfazione dal successo del libretto dell’opera comica The Revenge, ma spese tutto in regali per la madre e la sorella. Sempre più smunto, malato e malinconico, riprese a scrivere nello stile di Rowley le tragedie in versi Aella e Goddwyn e l’opera forse più patetica del monaco del XV secolo: An Excelente Balade of Charitie, spedita all’editore del Town and County Magazine, ma rifiutata. In una nota al sottotitolo As wroten bie the goode Prieste Thomas Rowley, 1464, Chatterton aggiunse qualche particolare sulla vita di Rowley: “Thomas Rowley, l’autore, nacque a Norton mal-reward nel Somersetshire, fu educato nel Convento di St. Kenna a Keynesham, e morì a Westbury nel Gloucestershire”. La Ballata di Carità si apriva così:

In Virgyne the sweltrie sun gan sheene,
And hotte upon the mees did caste his raie;
The apple rodded from its palie greene
And the mole peare did bende the leafy spraie;
The peede chelandrie sunge the livelong daie;
‘Twas nowe the pride, the manhood of the yeare,
And eke the grounde was dighte in its most defte aumere.

Fu l’ultima opera di Chatterton. Privo di speranze, barcollante per la fame, usciva raramente dalla soffitta in cui si era quasi murato. Oramai rifiutava il cibo che amici caritatevoli gli offrivano, finché, nella notte del 24 agosto 1770, si uccise con l’arsenico. Non aveva ancora compiuto diciotto anni.

La fama, come ho già anticipato, arrivò postuma. Nel 1777 fu pubblicata dall’editore londinese T. Payne and Son la prima raccolta delle poesie di Rowley, dal titolo Poems, Supposed to Have Been Written at Bristol, by Thomas Rowley and others, in the fifteenth century, che fu accolta con sentimenti contrastanti di entusiasmo e scetticismo. Il buon successo di vendite convinse Payne a stampare una seconda e una terza edizione l’anno successivo. Nella terza edizione il curatore, Thomas Tyrwhitt, aggiunse un’appendice in cui analizzava il linguaggio delle opere, concludendo che esse “Non erano state scritte nel XV secolo [ed] erano interamente l’opera di Thomas Chatterton”.

Il poeta Thomas Warton, nella sua History of English Poetry (1778), mise in dubbio l’autenticità delle poesie di Rowley e le definì dei falsi, ma il clima culturale stava cambiando, le idee romantiche si stavano facendo strada, e la triste avventura terrena dello “scopritore” di Rowley ne fece un perfetto eroe romantico. Nell’edizione delle poesie di Rowley, sempre edita da Payne nel 1782, Jeremiah Milles, diacono di Exeter, le riteneva autentiche, così come aveva fatto l’anno precedente Jacob Bryant in Observations upon the Poems of Thomas Rowley: in which the Authenticity of Those Poems Is Ascertained. Le note biografiche contenute nella seconda edizione di Love and Madness: in a Series of Letters, One of which Contains the Original Account of Chatterton (1786) di Sir Herbert Croft contribuirono poi a rendere la tragica esistenza di Chatterton nota a un vasto pubblico.

Arrivarono poi i tributi dei grandi poeti: Samuel Taylor Coleridge scrisse un lamento per la sua morte, William Wordsworth lo definì

…the marvellous Boy,
The sleepless Soul that perished in his pride.

Percy Bysshe Shelley gli dedicò una stanza in Adonais, John Keats gli dedicò Endymion: A Poetic Romance e fu fortemente influenzato dalla sua opera. Più tardi ci furono i tributi di George Crabbe, Lord Byron, Sir Walter Scott e Dante Gabriel Rossetti. Varcata la Manica, la fama del poeta di Bristol raggiunse la Francia, dove fu celebrato dal dramma (poco) storico Chatterton di Alfred de Vigny, da cui Ruggero Leoncavallo trasse persino un’opera mediocre e sfortunata. Nel 1856 il pittore Henry Wallis dipinse La morte di Chatterton, che sarebbe diventata l’immagine più famosa dedicata al geniale poeta e falsario.

La controversia sull’autenticità delle poesie di Thomas Rowley durò per circa un secolo e solo alla fine dell’Ottocento si stabilì definitivamente che il monaco poeta era un parto della fantasia di Thomas Chatterton. Fu l’esegeta Walter William Skeat, nel saggio introduttivo alla seconda edizione dei The Poetical Works of Thomas Chatterton (1871), a dimostrare inoppugnabilmente che lo stile, il lessico e il nome stesso del supposto autore non potevano essere autentici. Skeat scoprì anche quale fosse il metodo di lavoro di Chatterton: le poesie venivano scritte in inglese moderno e poi tradotte mediante un “dizionario inglese – Rowleyano” che il giovane falsario si era costruito a partire dalle parole obsolete di varia provenienza e di varie epoche tratte da fonti diverse, mescolate con termini e frasi dialettali tratte dal folklore inglese e dalle antiche ballate nell’inglese degli scozzesi. Molte delle parole erano del tutto inventate e solo il 17% del lessico sembrava essere il vero inglese del XV secolo.

Smascherato l’inganno, da allora in poi l’opera di Chatterton viene letta e studiata per quello che è: uno splendido ed affascinante falso letterario costato una breve vita.

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