6. CRITERI DIAGNOSTICI E DI INTERVENTO - 6.1 Scopo dell’intervento terapeutico

da IL SISTEMA MENTALE A QUATTRO SFERE di Danilo Speranza


IL SISTEMA MENTALE A QUATTRO SFERE — Introduzione alla scienza della coscienza. Danilo Speranza. Roma, 2006.

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«Non ho bisogno dello psicologo, ce la posso fare da solo!». È questa la frase più comunemente usata per manifestare la propria resistenza ad intraprendere un rapporto terapeutico con un consulente della salute psichica. Bisogna ammettere che l’espressione è di sicuro impatto: ascoltando chi rivendica il proprio diritto ad essere «psicologo di se stesso» difficilmente uno psicoterapeuta riesce a trattenere una reazione emotiva, se non altro per lo scarso riconoscimento della propria professionalità dimostrato dall’autodidatta di turno.
In realtà credo che l’affermazione di cui sopra susciti una generalizzata simpatia in quanto esprime un concetto difficilmente negabile: ogni essere ha determinato la propria condizione psichica reagendo agli eventi, pertanto ritiene giustamente possibile trovare da solo risposte adattive alle vicende del vivere quotidiano. Tuttavia, ciò non esclude che l’infinita libertà dell’uomo lo possa portare a ristagnare in una condizione di comoda paralisi che ha per fondamento una volontaria ignoranza.
Il sistema mentale ha facoltà di ottenebrarsi attraverso schemi rigidi, che ripropongono in modo stereotipato la stessa tipologia di comportamento in reazione ad eventi simili. Tali comportamenti si rivelano disadattivi, perché tralasciano informazioni rilevanti contenute nello specifico contesto psico-ambientale. Per fortuna esiste il dolore della mente, comunemente chiamato ansia o angoscia, che spinge l’essere ad abbandonare la condizione rassicurante del fastidio «conosciuto» per cercare soluzioni nuove a vecchi problemi. Molto spesso la «scomoda» strada dell’evoluzione viene intrapresa soltanto quando il dolore si fa insostenibile e, a volte, si preferisce comunque procedere «contorcendosi» in illusioni estreme, rifugiandosi nella psicosi o in altre gravi forme di disturbi della personalità.
L’esperienza è fonte d’arricchimento per la mente nella misura in cui aggiunge dati al sistema, grazie all’esperienza quotidiana abbiamo la possibilità di acquisire nuovi elementi cognitivi: la quarta sfera riceve e sintetizza nuovi input, raccolti ed elaborati dalle altre sfere. Gli esperimenti sbagliati ci indicano quali soluzioni accantonare, suggerendone di nuove, e la somma della sperimentazione ci conduce ad individuare un comportamento adattivo. Infatti, solo quando la sfera possiede una sufficiente quantità di esperienze la consistenza dei dati contenuti può proporre il comportamento adeguato all’evento occorso. Nel momento in cui la mente aderisce completamente alla «realtà oggettiva», le sfere si trovano in posizione di centratura e la rigidità intellettuale lascia il posto ad una fluida capacità di processare le informazioni. L’essere si arricchisce incrementando il bagaglio personale di saggezza e il cervello consegue un ampliamento della plasticità neurale. Nuovi circuiti cerebrali sono il correlato fisiologico di un aumento delle soluzioni comportamentali a disposizione.
Possiamo affermare che l’essere si ammala quando tende a rifiutare informazioni basilari offerte dagli eventi (quindi si separa dal loro naturale fluire) mentre evolve quando si adatta all’ambiente. Ma cos’è, nell’essere, che si separa o si adatta? La mente. Cosa ci separa dal nulla, dal «Pre Big Bang»? La libertà della mente. Cosa attraversa interamente l’essere, dai quark fino al sistema mentale? La coscienza. La mente dell’essere è un sistema di coscienza la cui libertà si afferma attraverso il grado di accordo del comportamento con la propria massima potenzialità. L’intervento terapeutico mira all’ampliamento e all’uso armonico della propria coscienza attraverso l’individuazione del metodo più adatto alla gestione delle informazioni esperenziali.
La conoscenza del modello mentale, così come è stato descritto finora, rappresenta il contesto di riferimento generale e preliminare per qualsiasi tipo di intervento terapeutico. Ogni trattamento non può prescindere da un’analisi del soggetto/paziente che permetta di ottenere un quadro realmente completo dell’individuo. Parlare di intervento terapeutico significa innanzitutto considerare l’essere in un contesto globale, che permetta di osservarlo come sistema bio-psicosociale, dagli elementi chimici che lo compongono al pensiero che propone. L’intervento terapeutico è di tipo processuale, ha il carattere della dinamicità e si esplica a partire dalla particolare interazione e dalle rispettive posizioni assunte dal binomio terapeuta/paziente nel corso della relazione terapeutica (cfr. 5.3). È chiaro che il paziente si trova in uno stato di bisogno dettato da un disagio, da una sofferenza, da una condizione di dolore tale da indurlo a formulare una richiesta d’aiuto, mentre il terapeuta si dispone ad accoglierlo con l’obiettivo primario di definire il problema da lui riportato. Il tentativo iniziale del terapeuta è quello di formulare con il suo interlocutore un vero e proprio «contratto», attraverso cui stabilire le linee di un progetto evolutivo in cui si evidenzi il potenziale massimo ottenibile in quel momento. A tale scopo egli si adopera per favorire lo sviluppo di uno specifico spazio terapeutico (setting), al cui interno occorrerà evidenziare la dinamica esperenziale che ha determinato la posizione delle sfere e la sintomatologia correlata (dal livello chimico/biologico a quello cognitivo). Le quattro sfere del mentale sono la risultante di un processo evolutivo in atto, la memoria dinamica e la mappa interattiva in cui vengono rappresentate tutte le esperienze dell’individuo. In questo processo dinamico ogni aspetto, da quello somatico fino alla produzione di pensiero, indica la condizione complessiva dell’essere. Per quanto riguarda l’intervento terapeutico, da una parte si tratta di dare un significato alla posizione del soggetto attraverso l’uso del modello mentale, dall’altra si tratta di capire se il paziente sia disposto ad intraprendere un percorso che possa permettergli di conoscere se stesso all’interno di un sistema in evoluzione, il che potrà anche comportare momentanei stati conflittuali, di dolore, di regressione, di risposta sintomatica. Accade, infatti, che la centratura di una sfera comporti la risalita alla quarta di materiale psichico precedentemente intrappolato a causa della deviazione. Questi contenuti non ancora elaborati vengono vissuti in prima istanza come un fastidio che invade il campo di coscienza turbandone la serenità. È opportuno che l’essere, spontaneamente o con l’ausilio di uno psicoterapeuta, elabori tale materiale contenente preziose informazioni sulla deviazione appena corretta, indispensabili per la definitiva comprensione. In caso contrario si potrebbe tornare a restringere il campo di coscienza, escludendone il suddetto fastidio per ricadere nei comportamenti disadattivi, e riorganizzare la deviazione della sfera ancor più rigidamente al fine di negare la parziale comprensione. Soltanto la reazione comportamentale adattiva all’evento occorrente dissolverà il fastidio consolidando altresì l’apprendimento.
Il terapeuta facilita tale apprendimento «forando» le barriere della coscienza attraverso opportune sequenze di parole, miranti a realizzare le seguenti quattro operazioni, riconducibili alle peculiarità delle singole sfere:

  • accogliere il disagio esistenziale (dolore) dell’altro, affinché divenga conscio, quindi messaggero dell’inadeguatezza delle soluzioni comportamentali adottate;
  • promuovere la consapevolezza dell’origine del disagio, evidenziando le informazioni presenti nel contesto e ignorate dalla soluzione comportamentale adottata;
  • suggerire soluzioni nuove che contemplino le suddette informazioni;
  • stabilizzare il traguardo raggiunto, frutto di una ristrutturazione cognitiva e segno inequivocabile di evoluzione e di benessere.

La sofferenza è riconducibile alla prima sfera. Come già trattato nel secondo capitolo il comportamento di quest’area, rispondendo all’istinto di conservazione della specie, è regolato dal principio di piacere/dolore. Qualsiasi intensità abbia, la sofferenza mentale racconta la storia di un individuo, che è parte del patrimonio psichico dell’umanità.
La causa del dolore è riconducibile alla seconda sfera che, nel creare la necessaria identità di riferimento, genera separazione. Infatti essa, rispondendo all’istinto di conservazione individuale, guida il comportamento verso l’equilibrio possibile tra identità personale e ambiente. Ognuno è sempre e comunque ciò che di meglio è riuscito ad ottenere per «andare avanti». Anche quando il pensiero si presenta come un groviglio inestricabile di fili senza capo né coda, la mente ha operato delle scelte, che a volte si dimostrano antieconomiche perché l’io che le sostiene ignora le cause stesse della sofferenza.
La ricerca del superamento della sofferenza è simbolicamente riconducibile alla terza sfera. Rispondendo all’istinto di condivisione, l’affettività porta l’essere ad espandersi verso l’ambiente fino ad incontrare ed assimilare le informazioni richieste.
La ristrutturazione cognitiva relativa all’estinzione della sofferenza è riconducibile alla quarta sfera. La comprensione obbedisce all’istinto epistemofilico, che guida il pensiero verso l’ampliamento del ventaglio di soluzioni comportamentali disponibili.
Si concretizza un ulteriore arricchimento psichico qualora il soggetto riesca a processare i dati contenuti in un qualsiasi evento senza il filtro di posizioni soggettive. Il lavoro effettuato si rivela proficuo quando l’essere proietta se stesso oltre i limiti che la mente vive virtualizzando un dato contesto spazio-temporale. Ci si affaccia così su campi inesplorati, i quali svelano al «pioniere» tesori mai visti. Tale tendenza è riferibile tanto all’evoluzione della nostra specie quanto a quella di ogni singolo individuo. Il traguardo raggiunto in virtù dell’espansione della coscienza, produce un vissuto soggettivo di fluidità rispetto al vivere quotidiano.
Lo scopo dell’intervento terapeutico è favorire l’assimilazione e l’interiorizzazione del modello mentale, in modo da facilitare un processo di autoconoscenza. L’uso del modello permette al paziente di individuare le proprie disarmonie, consentendogli di esercitare consapevolmente la propria libertà di scelta.
La condivisione di un medesimo modello è un obiettivo decisivo nell’ambito dell’intervento, in quanto ciò favorisce la relazione terapeutica, permettendo di interagire ed avviare un reale dialogo, composto da parole dai valori condivisi che rendono possibile una effettiva comprensione.
Lo scopo del processo terapeutico all’inizio è molteplice e dinamico, in quanto strettamente interconnesso al rapporto con il paziente. Esso implica la necessità iniziale di informare il paziente sul modello di riferimento, allo scopo di innescare un processo di apprendimento e di conoscenza atto ad acquisire capacità comportamentali funzionali alla crescita.
Per concludere, potremmo precisare che scopo dell’intervento terapeutico non è unicamente emancipare l’essere dall’ignoranza ma anche accompagnarlo, attraverso una posizione mentale di consapevolezza del dolore, verso un obiettivo spesso recondito perché celato dalla confusione o perché inconfessato.

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Photo Credit: Andrea Brundo @VersOltre

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