6. CRITERI DIAGNOSTICI E DI INTERVENTO — 6.3 La relazione terapeutica

da IL SISTEMA MENTALE A QUATTRO SFERE di Danilo Speranza


IL SISTEMA MENTALE A QUATTRO SFERE — Introduzione alla scienza della coscienza. Danilo Speranza. Roma, 2006.

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Prima di entrare nello specifico della relazione terapeutica mi sia permessa una riflessione introduttiva. Il processo di autodefinizione passa, in primo luogo, per la differenziazione tra «io» e «non io».
Successivamente, la consapevolezza di «esserci» comporta la possibilità di concepire un «non esserci». La naturale tendenza della mente ad affermarsi implica che la costruzione dell’idea del «non essere» attraverso schemi cognitivi debba essere supportata dal contesto culturale. Nelle diverse concezioni mentali della dimensione ignota dell’essere — fondamento dei diversi modelli culturali sviluppati intorno all’idea di mondo, anima e Dio — si riproduce un processo dualistico di virtualizzazione di una distanza tra il senso del divino e il senso dell’umano. Tale distanza evoca la paura dell’ignoto, ovvero di ciò che ancora «non è». Il «non essere» è vissuto come privazione dell’essere (nichilismo) piuttosto che come spazio d’espressione psichica (vuoto contenitore). L’archetipica paura del buio del bimbo, riattualizzata dall’adulto ogni qual volta si trovi ad affrontare ambiti esistenziali sconosciuti, ha come soluzione evolutiva la sopportazione dell’indeterminato. Diversamente si può cedere alla tentazione di reprimere o negare la paura, ricorrendo a processi di «sovrastrutturazione» dell’io che sbilanciano il rapporto tra «figura» e «sfondo» in favore della prima. L’individuo si sente quindi obbligato ad «essere», mentre al «non essere» vengono attribuite tutte le negatività delle dicotomie. Viene così impedita la libera espressione della dualità, le differenze vengono estremizzate e assolutizzate attraverso l’assegnazione di un giudizio di valore. Ignorando la possibilità di comprendere il «Tutto» attraverso la dualità (tramite la composizione degli opposti) ne viene disconosciuto l’aspetto evolutivo. Preda di questa autolimitazione, ogni relazione tra individui è caratterizzata dalla separazione: sia nell’affermare se stessi in rapporto al «diverso da sé» che nel ricongiungersi ad un altro o al Tutto attraverso la condivisione, l’io rimane soggetto distinto della relazione.
Ciò non comporta necessariamente patologia, in quanto si tratta di un atteggiamento che, pur impedendo la consapevolezza di informazioni rilevanti presenti nel campo di coscienza, è socialmente accettato e condiviso. Non intendo riferirmi alle teorie di coloro che riconducono ogni patologia mentale a determinanti socio-ambientali, bensì evidenziare la relazione esistente tra il livello medio di coscienza dell’umanità e lo stabilirsi della patologia. Le barriere poste nel proprio campo di coscienza, riconducibili a deviazioni delle sfere, assumono rilevanza in funzione della spinta evolutiva fornita dal contesto ambientale di riferimento.
Nella condizione disfunzionale l’individuo si rinchiude in una parte di sé molto limitata, in cui illusoriamente si identifica, mettendo in atto meccanismi dissociativi funzionali a nascondere ciò che non accetta. Nella coscienza dell’essere si vengono così a creare barriere tanto pesanti da depauperare l’io di contenuti relazionabili. L’operatore che voglia stabilire una relazione terapeutica deve far fronte a tali limitazioni.
Attraverso l’esplorazione ed interiorizzazione sintetica coerente del patrimonio psichico condiviso, il terapeuta acquisisce la capacità di uso «multidimensionale» della coscienza, ovvero la capacità di entrare in empatia con il paziente attraversando qualsiasi barriera da questi eretta. Ogni esploratore della natura umana ha sviluppato la capacità di entrare in risonanza empatica con ciò che lo circonda. Sulla base delle loro intuizioni costoro hanno tracciato percorsi verso l’emancipazione dalla sofferenza e/o verso il transpersonale, tuttavia tali conquiste sono rimaste frammenti sparsi di un puzzle. È mia intenzione proporre un modello che fornisca una visione globale dell’essere e che colleghi tutte le tessere del mosaico. Piuttosto che tracciare modalità standard su cui fondare la relazione terapeutica, punto sulla ricchezza della diversità individuale nel cogliere le molteplici sfumature del modello. L’interiorizzazione personale delle quattro sfere determinerà una modalità terapeutica diversa per ogni operatore.
Osservando consapevolmente i contenuti mentali del paziente, il terapeuta mette in gioco le proprie dinamiche, riconducendole alle diverse sfere. Questa consapevolezza ha un duplice effetto: opera il cambiamento e stimola l’interiorizzazione del modello a quattro sfere nel paziente. Ciò permette all’individuo, emancipatosi dalla propria condizione di sofferenza, di usufruire di uno strumento di autoconsapevolezza e autoguarigione.

Per lo stabilirsi della relazione terapeutica ritengo, comunque, irrinunciabili sia la raccolta anamnestica che la definizione del setting. Tali aspetti si esplicano in pratica attraverso norme che variano da operatore ad operatore o addirittura, per uno stesso operatore, da utente ad utente. L’operatore offre il proprio ambiente psichico quale spazio di contenimento delle istanze psichiche del paziente. Si viene così a creare la premessa per la ricomposizione delle scissioni patologiche generate per negare aspetti insostenibili. Rafforzando la parte sana della personalità si pongono solide basi per escursioni esplorative in ambiente ignoto.
Le oscillazioni esplorative delle quattro sfere verso la parte non conosciuta permettono momentanei passaggi per la centratura. Tali brevi, ma proficui, momenti di elaborazione «lucida» forniscono al paziente le informazioni necessarie per sostenere comportamenti adattivi, funzionali alla ricerca della definitiva soluzione alla problematica originaria. Ipotizzo che, in tali momenti, possa venire in essere una risonanza empatica tra paziente e operatore all’interno di quello che è stato precedentemente definito «campo esteso» (vedi 4.1). La manifestazione evidente di tali comunicazioni sottili è la parola. Il canale verbale può rappresentare la via di relazione più adeguata ad unire zone del campo di coscienza altrimenti separate dalle deviazioni delle sfere. Attraverso l’uso di parole accuratamente scelte e calibrate, l’operatore emette quella «vibrazione» che consente sia di abbattere le barriere nella mente del paziente che di mettere in risonanza le sue sfere con quelle dell’altro. Inoltre l’aspetto «grezzo» della parola, inteso come valore semantico, ha la funzione di mettere in comunicazione aree cerebrali precedentemente scollegate. Riassumendo, lo spazio psicologico del terapeuta rappresenta il contenitore delle esperienze del paziente, che appaiono scollegate e prive di coerenza interna a causa di altre informazioni oscurate (negate alla coscienza) da processi di rigida dicotomizzazione. Tramite la potenziale condivisione di un campo esteso, scandita dall’interiorizzazione del modello, si ottiene un ampliamento del campo di coscienza del soggetto, che permette al suo sistema mentale di riappropriarsi della funzione contenitiva.

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Photo Credit: Caterina Calì @VersOltre

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