6. CRITERI DIAGNOSTICI E DI INTERVENTO - 6.4 Un modello di intervento terapeutico

da IL SISTEMA MENTALE A QUATTRO SFERE di Danilo Speranza


IL SISTEMA MENTALE A QUATTRO SFERE — Introduzione alla scienza della coscienza. Danilo Speranza. Roma, 2006.

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Come già accennato, il processo terapeutico ha lo scopo di accompagnare il paziente nel tragitto che conduce da una condizione di inconsapevolezza e dolore ad una piccola «realizzazione», frutto dell’espansione della coscienza. La capacità di «contenimento» dello psicoterapeuta permette al paziente, già dalle prime sedute, una elaborazione consapevole del proprio disagio e delle proprie aspirazioni.
L’apprendimento terapeutico si fonda sulla riorganizzazione della «dimensione coscienza» e al tempo stesso ne promuove l’ampliamento. Il disagio riferito e il traguardo da realizzarsi costituiscono l’ossatura del contratto stipulato tra paziente e consulente. I due si accordano su modalità e condizioni del lavoro da svolgere e definiscono i confini spazio-temporali di ciò che sarà il «contenitore» dell’intervento. Si va dunque delineando il setting terapeutico. Dal momento che è la coscienza stessa a creare la dimensione spazio-temporale dell’esperienza, possiamo affermare che la definizione delle coordinate spazio- temporali del setting permette una prima riorganizzazione della coscienza quale base per il successivo lavoro di ampliamento.
La diagnosi e le caratteristiche della relazione terapeutica determinano il tipo (o i tipi) di trattamento. La prima fornisce la chiave di lettura della personalità del paziente e delle patologie intervenute mentre la seconda determina a quale profondità interagire; entrambe sono utili ad individuare i limiti entro i quali è costretta la coscienza dell’altro. A volte la patologia insorge a causa dell’incapacità di organizzare le informazioni acquisite in configurazioni coerenti supportate dai relativi circuiti neurali. In altre circostanze l’individuo si ammala in quanto pone volontariamente delle barriere al proprio potenziale, vivendo se stesso al di sotto delle proprie possibilità. Ciò significa che, mediamente, il suo vissuto e i suoi comportamenti viaggiano sensibilmente al di sotto del punto di media aggregazione relativo ad ogni sfera, del punto di media focalizzazione della sua coscienza e delle richieste dinamico-esperenziali della sua personale potenzialità evolutiva. In entrambi i casi, la limitazione alla spontanea espressione della coscienza comporta il permanere della separazione «virtuale» tra l’essere e il macrocosmo.
La terapia promuove l’evoluzione attraverso l’adattamento agli eventi ambientali. L’assimilazione delle informazioni esperenziali avviene grazie ad interventi mirati all’abbattimento delle barriere che incastrano la naturale espansione della coscienza. La terapia deve impostare sequenze di parole che conducano l’essere alla presenza di se stesso, spingendolo a liberarsi dei sigilli che si è imposto per non conoscersi o non usarsi. Il terapeuta diviene un «traghettatore» della coscienza, in grado di muoversi nelle diverse dimensioni dell’animo umano.
L’intervento terapeutico deve considerare «come» e «dove» intervenire. I comportamenti del paziente sono in funzione dell’equilibrio medio delle sfere. La quarta sfera osserva, coordina e riorganizza le altre tre, sintetizzando gli schemi cognitivi inerenti il comportamento sessuale, egoico e affettivo. A lavoro ultimato, nuove e più flessibili soluzioni comportamentali saranno il frutto di ulteriori connessioni neurali e di arricchimento delle produzioni ideative.
Ma, inizialmente, a quale sfera dare priorità? Dove intervenire? Con quali input organizzati far «digerire» alla sfera i contenuti ristagnanti?
Pur essendo l’intervento di tipo olistico — dal fisico alla mente — e tendente a coordinare tutti i trattamenti secondo una visione di insieme, sarà necessario considerare il punto di maggior entropia e intervenire preliminarmente su di esso con informazioni ordinanti.
Schematicamente si può affermare che le disarmonie alla prima sfera trovano un rimedio privilegiato nel trattamento fisico, ossia intervenendo nel rapporto tra l’essere e la «terra». Fonte di vitalità e di continua ricarica energetica, la «terra» alimenta l’energia di base del sistema. Attraverso una sana attività fisica si ristabilisce il legame tra natura e creatura.
La risoluzione dei disturbi imputabili alla seconda sfera può essere favorita grazie ad un intervento chimico-alimentare. Le sostanze introdotte nell’organismo e assorbite tramite l’apparato gastrointestinale sono una stimolazione costante per la sfera dell’io. Come precedentemente specificato, il corpo fisico è in costante dialogo con la mente, insieme alla quale costituisce un sistema unico. Esso è il processo terminale di frequenze più sottili emesse dal sistema mentale.
Arricchire ed equilibrare il «terreno» costituito, a livello del sistema fisico, dall’apparato digerente crea le condizioni per una buona omeostasi, producendo uno stimolo alla centratura(1). La sfera della comprensione arricchisce inoltre il proprio patrimonio attraverso un rapporto più consapevole con il cibo e la chimica assumibile.
Le disarmonie nel comportamento affettivo sono risolvibili attraverso l’espansione della rete sociale dell’individuo e l’approfondimento delle sue capacità relazionali. La terza sfera elabora i dati relativi alla «condivisione» presenti in un evento: legando rigidamente la propria affettività a qualcuno da cui si riceve una gratificazione solo di natura sessuale o fuggendo dai propri simili per ritirarsi in idealizzazioni del «trascendente» (ovvero sia che ci si allontani dagli esseri sia che li si cerchi prepotentemente) si riduce lo scambio affettivo. In entrambi i casi, l’ampliamento, la fluidità e la profondità dei sentimenti sono i principi che guidano il terapeuta nella ristrutturazione della rete sociale del paziente.
A volte l’aggregazione e l’esperienza comportamentale relativa ad una qualsiasi sfera sono quantitativamente rilevanti ma necessitano di essere riorganizzate, ossia vanno riorganizzati gli schemi cognitivi che sostengono i comportamenti. In questo caso, l’unico trattamento necessario al raggiungimento del traguardo è quello cognitivo. L’ampliamento della plasticità neurale, derivante dall’elaborazione dei contenuti mentali, produce schemi cognitivi più ampi e fluidi. Questi, a loro volta, integreranno e aumenteranno in misura crescente la plasticità neurale. L’assimilazione di tali nuovi schemi, attraverso cui leggere e riorganizzare la realtà esperita, può in seguito determinare fenomeni di centratura nelle prime tre sfere. La maggiore consapevolezza delle proprie risorse e l’ampliamento delle strategie comportamentali a disposizione concorrono a rendere il sistema mentale più efficiente nello svolgimento delle proprie funzioni, stimolando le capacità intuitive e di osservazione degli eventi. Questi ultimi, vissuti come realtà noumeniche e non solo fenomeniche, attivano aree del cervello precedentemente non collegate, favorendo così la formazione di nuovi circuiti.
Prima di entrare nello specifico dei trattamenti, suggerisco l’immagine dei vasi comunicanti, che facilita l’intuizione del modo in cui stimoli esterni al sistema mentale (i trattamenti) possono intervenire a ridurre l’entropia. La semplicità di quattro recipienti giacenti sullo stesso piano e collegati alla base da un circuito è inadatta a descrivere la complessità del modello ma utile a rappresentare il meccanismo in questione: un foro in un singolo recipiente lo danneggerà, abbassando il livello energetico dell’intero sistema, allo stesso modo la riparazione del danno specifico innalzerà il livello energetico complessivo.

6.4.1 Trattamento fisico
Il «trattamento fisico», serie di interventi volti a ottimizzare i processi omeostatici relativi agli apparati fisiologici, è una delle modalità di approccio alla creazione della relazione terapeutica.
Sappiamo che ogni sfera contiene la riproduzione olografica dell’intero sistema e, pertanto, è possibile rintracciarvi le reciproche problematiche bio-fisio-energetiche. Tuttavia, l’equilibrio del sistema fisico ha un rapporto privilegiato di feedback con il livello energetico/elaborativo della prima sfera del mentale. Bisogna ricordare che la prima sfera esprime il legame con la terra, attraverso cui vengono realizzate le potenzialità creative dell’essere e viene fornita energia all’intero sistema mentale. Servendoci della metafora dell’albero, si può dire che le radici rappresentano la prima sfera, il tronco la seconda, i rami la terza e le foglie la quarta.
Ciò premesso, possiamo ipotizzare che la prima sfera attivi processi di sintonizzazione tra le componenti fisiche dell’individuo stesso e l’ambiente in cui si trova. Il comportamento che tende a realizzare tale risonanza è l’espressione fisica, in termini di gioiosa e vitale psicomotricità. Attraverso l’esperienza psicomotoria l’individuo ricerca l’empatia con il pianeta terra, misurabile attraverso il vissuto soggettivo di benessere psicofisico.
Ritengo che ogni parametro rivelatore di una corretta omeostasi e di un ampliamento nell’utilizzo delle risorse fisiche, possa essere usato come indicatore parziale del suddetto vissuto soggettivo di gioia e benessere. Strumenti come fMRI, EEG, PET, etc., in ausilio alle neuroscienze, misurano sempre più approfonditamente i processi cellulari che consentono di verificare lo stato di salute psicofisica dell’individuo. Tale stato è assimilabile al corretto funzionamento di ogni cellula e all’ottimale condizione in cui le componenti più sottili dell’organismo (le particelle subatomiche) sono in «risonanza» con l’intero universo. Fin dall’antichità si è riconosciuta l’importanza dell’azione sul corpo quale strumento primario per l’equilibrio della mente e del comportamento. A tal proposito, vorrei ricordare la «scienza dello Yoga»(2) sintetizzata da Patanjali nel II secolo d.C. Egli pone l’«Annullamento delle modificazioni della mente» come realizzazione dell’unione tra essere e universo, quale obiettivo generale dello Yoga. Nell’ambito di tale disciplina, risalente al IV millennio a.C., troviamo l’Hatha Yoga(3) che, attraverso le posture, tende a ristabilire l’equilibrio psicofisico («unione tra corpo e mente»). Gesti e movimenti che comportano l’uso di muscoli abitualmente poco utilizzati o che creano nuovi collegamenti fra diverse zone del corpo, stimolando la plasticità neurale in termini di neurogenesi e rimodellamento dendritico, portano all’apprendimento di nuove modalità comportamentali e all’ampliamento della coscienza.
L’approccio sul corpo ha sempre suscitato notevole interesse, provocando lo sviluppo di numerose metodologie di intervento. Possono essere citati a titolo di esempio i metodi Feldenkrais(4), Meziére(5), gli studi pionieristici di Reich(6) e la bioenergetica di Lowen(7). Riguardo quest’ultimo, voglio evidenziare il concetto di grounding in relazione a quanto accennato sul radicamento. Il concetto di grounding, ovvero ‘messa a terra’, rappresenta uno degli aspetti fondamentali ed essenziali nella valutazione complessiva dello stato psico-fisico dell’individuo: si è legati alla realtà circostante nella misura in cui lo si è alla terra. La modalità attraverso la quale avviene tale contatto con il terreno, leggibile attraverso l’andatura e il portamento, è indice del senso di fiducia e sicurezza interiore che ogni individuo manifesta nel suo continuo «muoversi» nel mondo.
Tutti i contributi teorici finora accennati avvalorano la tesi secondo cui l’aumento di consapevolezza del proprio corpo porta alla risoluzione dei blocchi fisici. Un’aumentata coerenza delle informazioni presenti alla prima sfera ne ottimizza gli schemi mentali ed incrementa l’autocoscienza sotto un duplice aspetto: in primo luogo migliorando il collegamento di scambio con la terra aumenta l’energia disponibile per l’intero sistema mentale; in secondo luogo l’arricchimento del comportamento relativo alla prima area stimola la complessità degli schemi cognitivi a supporto dell’ampliamento del campo della coscienza.
Ma la tesi che più tengo a sostenere è quella secondo cui l’empatia tra individuo e ambiente si realizza attraverso precise frequenze armoniche che indicano, al tempo stesso, il massimo equilibrio elettromagnetico e il massimo livello di risonanza tra le frequenze bio-fisio-psichiche dell’individuo e quelle ambientali(8). La salute fisica e quella mentale sono considerevolmente influenzate dal livello dei valori elettromagnetici e dalla risonanza empatica che li determina.
Nella stessa direzione si orientano alcuni studi che cito a titolo esemplificativo. Nel 1992 Bruce Tanio dell’Università di Washington realizzò il BT2, primo misuratore di frequenze emesse dalla materia organica e dal corpo umano, stabilendo così precise correlazioni tra lo stato di salute e le frequenze stesse(9).
Da altri tipi di sperimentazioni(10) è emerso che dai processi vitali di tutti gli esseri viventi proviene una debolissima emissione di quanti di energia, denominati biofotoni. Questi si propagano alla velocità della luce e hanno lunghezze d’onda comprese fra i 200 e 800 nm. I biofotoni si propagherebbero dal nucleo come onde elettromagnetiche di uguale lunghezza e in fase tra loro, cioè coerenti, in accordo con la teoria della elettrodinamica quantistica (cfr. S.R. Hameroff in «Biosystems» n. 77 del 2004, pag. 119-136). La cellula è in grado di assorbire determinate frequenze, purché sussista coerenza tra l’onda incidente e la capacità del sistema di rispondere ad essa. Per captare il messaggio in codice elettromagnetico, la cellula deve essere in grado di entrare in risonanza con quella frequenza. Il fenomeno è stato chiamato «risonanza magnetica biocellulare»(11).
Su queste conoscenze si basano le numerose terapie biomagnetiche, fondate su interventi miranti al ripristino della comunicazione cellulare: determinati segnali permetterebbero ai sistemi biologici di entrare in risonanza «armonica» tra di loro, rendendo in questo modo possibile la regolazione delle funzioni dell’organismo.
Nella sua evoluzione, l’organismo umano si è adattato a vivere nel campo magnetico terrestre. Le strutture cellulari interagiscono con esso, lo utilizzano per comunicare e possono esserne stimolate. In breve, l’energia magnetica terrestre sembrerebbe biologicamente necessaria.
Individuo e ambiente sono da considerarsi quali parti di un sistema unico, ma la loro risonanza empatica può essere alterata da interferenze, «apparentemente» generatesi nell’individuo o «apparentemente » generatesi nell’ambiente.
Ogni evento patologico implica aumento di disordine, quindi di entropia. Campi magnetici generati artificialmente possono produrre effetti negativi, fino all’insorgenza di malattie. Secondo lo stesso principio, si può intervenire dall’esterno per abbassare artificialmente l’entropia del sistema biologico, sottoponendo l’organismo ad un campo magnetico in grado di guidare il ripristino dei processi cellulari alterati(12). Ciò può essere ottenuto utilizzando un sistema elettronico capace di simulare una energia biocompatibile. La scienza ha messo a punto sistemi elettronici e informatici in grado di esaminare i campi e le frequenze magnetiche di tutto l’organismo e di inviare in modo mirato l’energia necessaria per realizzare la variazione di entropia. Questi strumenti favoriscono il ripristino dell’equilibrio biologico. Una volta provocata la riduzione di entropia dove necessario, sarà l’organismo stesso ad iniziare il processo di risanamento.
Riassumendo possiamo affermare che, quando il sistema mentale prende l’energia necessaria dall’ambiente mediante un normale flusso, le diverse gerarchie biologiche (biomolecole, organuli, cellule, tessuti, organismi), stimolate da questo flusso, emettono onde a frequenze tali da permettere loro di comunicare e di costruire un sistema «armonico». Di fatto ciò determina l’ottimale funzionamento della prima area della mente e costituisce un considerevole input per la centratura dell’intero sistema.

6.4.2 Trattamento chimico-alimentare
A livello fisico, il trattamento chimico alimentare è lo strumento prioritario con cui fornire input per la centratura alla seconda sfera e, tramite essa, all’intero sistema. Abbiamo visto come il compito dell’io sia di assimilare prontamente le informazioni presenti nell’ambiente per convertirle, in parte in energia di utilizzo immediato e in parte in strutture psichiche relativamente stabili e temporalmente limitate.
A livello fisico l’apparato gastrointestinale fornisce all’organismo umano:
- il carburante indispensabile al metabolismo cellulare (glucosio ATP);
- le molecole per la costruzione dei tessuti;
- i minerali e gli oligoelementi indispensabili alla regolazione dei meccanismi omeostatici.
Allo stesso modo la sfera dell’io capta dall’ambiente:
- informazioni utilizzabili come sostegno e rinforzo ad ogni schema mentale e cognitivo (informazioni dinamizzanti);
- informazioni che vanno a costituire configurazioni mentali complesse (informazioni strutturanti);
- informazioni multifunzionali elementari, e per questo fondamentali, nei meccanismi di regolazione degli schemi mentali (informazioni elementari). Le informazioni «dinamizzanti» sono unità collaterali al contenuto principale offerto dall’ambiente e fungono da impulso, da motivazione e da «carburante» all’attuazione dei piani comportamentali. Le informazioni «strutturanti» vanno a costituire quella stessa identità che le assimila, selezionandole dall’ambiente. Le informazioni «elementari » hanno una funzione di stopper e starter dei processi psicocomportamentali ad ogni livello, di fatto regolando la soglia dell’impulso motivazionale. Allo stesso tempo le informazioni elementari, aggregandosi tra di loro, possono diventare costituenti fondamentali delle informazioni strutturanti.
In questo frangente l’alimentazione ha un ruolo preponderante, apportando i nutrienti che permettono la piena funzionalità psicofisiologica. A lungo andare, infatti, un apporto alimentare errato modifica i delicati processi omeostatici, creando reazioni a catena che possono arrivare a minare le difese immunitarie e l’equilibrio psichico. L’alimentazione, nelle diverse fasi del ciclo vitale, deve rispondere a specifiche esigenze. Ad esempio, menopausa e andropausa alterano i delicati equilibri ormonali e i rapporti sodio-potassio e calcio-magnesio, spesso inducendo un accentuato consumo di dolci. In generale, i minerali assimilati dall’ambiente incidono sui processi psicofisiologici in funzione del loro eccesso e difetto e della loro specifica tossicità. Ad esempio, si riscontra nei tossicodipendenti un livello di piombo e mercurio (ossidi usati per il «taglio») superiore a quello mediamente sopportabile, con conseguente drastica riduzione delle capacità di reazione.

Attraverso i sensi ci «nutriamo» di ciò che ci circonda: le immagini, i suoni e i profumi che percepiamo alimentano le strutturementali sessuali, egoiche, affettive e cognitive.
Le reazioni agli «alimenti» (cibo/informazioni) dipendono dalla capacità di digestione, metabolizzazione, assimilazione ed escrezione delle parti tossiche, in eccesso o non assimilabili.
Il bisogno di cibo è determinato dall’esigenza della sopravvivenza individuale e strettamente stimolato dall’istinto primario di autoconservazione. Inoltre si evidenziano collegamenti con motivazioni relative alle altre sfere: l’approvvigionamento, in relazione all’istinto di conservazione della specie; la condivisione del cibo, relativamente all’istinto di socialità; la scelta e la fruizione in base all’istinto epistemofilico.
La scelta del cibo deriva dall’interazione tra gli schemi cognitivi della quarta sfera e gli schemi mentali della seconda. Anche quando la quarta sfera possiede schemi cognitivi sufficientemente efficaci per la scelta del cibo, se la seconda sfera è gravemente distorta i suoi schemi mentali risultano preponderanti, inficiando l’effettiva scelta comportamentale. L’io, influenzato da condizioni di stortura, induce l’individuo ad acquisire il cibo che «alimenta» la reiterazione del comportamento disadattivo, consolidando la stortura stessa.
Già le civiltà più antiche, come quella egizia, sostenevano che noi «siamo ciò che mangiamo». Vorrei aggiungere che «mangiamo ciò che siamo», ossia tendiamo a scegliere il cibo in base alla nostra struttura psicofisica. Allo stesso modo, non solo eviteremo di scegliere il cibo metaforicamente correlato a caratteristiche di personalità a noi estranee, ma espelleremo i nutrienti ingeriti in disaccordo con le nostre peculiarità psicofisiche (ad es. carenze enzimatiche, intolleranze alimentari etc.). Ciò avviene non solo nel caso di nutrienti indispensabili di cui siamo impreparati all’assimilazione, ma anche per alcuni elementi dannosi (ad es. il piombo) eliminabili da un individuo psico-fisicamente in salute attraverso la naturale capacità di assimilare chelanti che neutralizzano l’effetto tossico.

Una parte fondamentale dell’anamnesi deve considerare le abitudini alimentari del paziente, allo scopo di acquisire le informazioni necessarie ad una corretta diagnosi ed intervenire, attraverso opportune modificazioni della dieta, per ottenere soluzioni comportamentali maggiormente adattive.
Il trattamento chimico-alimentare è da considerarsi propedeutico ad ogni tipo di intervento ed è di grande aiuto qualora il cambiamento interessi in maniera preponderante la sfera dell’io. Infatti, prima di coltivare un terreno, dobbiamo assicurarci che questo non sia inquinato e che sia adeguatamente preparato e fertilizzato.
In questa sede voglio citare due tipi di trattamento, efficaci nella modificazione del «terreno» per ottenere nuovi raccolti: uno di natura strettamente chimica, la cura tramite minerali, e uno biochimico, la bioterapia infusionale (trasfusionale).

La cura dei minerali
Minerali e vitamine, che in rapporto all’alimentazione vengono definiti «principi attivi», sono costituenti degli enzimi o interagenti con essi.
I «minerali nutrienti» sono elementi necessari al buon funzionamento dell’organismo, rappresentano la controparte inorganica delle vitamine e devono essere assunti attraverso il cibo e le bevande. Hanno tra di loro un rapporto sinergico (o antagonista) e la loro azione può dipendere sia dalla loro concentrazione che dal rapporto con gli altri minerali.
Le informazioni elementari, «start e stop» dei processi omeostatici, formano un anello riflesso con le configurazioni psico-comportamentali. Nel caso in cui la mente si accordi con la realtà oggettiva noumenica (condizione di centratura) si instaura un circolo virtuoso evolventesi in progressive ottimizzazioni. Diversamente, qualora la mente eserciti il libero arbitrio accordandosi alla realtà soggettiva, si instaura un circolo vizioso che riduce drasticamente le funzioni adattive dell’anello riflesso.
Le carenze e gli squilibri di minerali hanno diverse cause, la più comune tra le quali è la scarsa qualità degli alimenti provenienti da terreni eccessivamente sfruttati, inquinati e impoveriti dei preziosi oligoelementi, perduti del tutto durante le manipolazioni industriali.
Infine, occorre considerare la presenza di elementi tossici (come i metalli pesanti diffusi nell’ambiente) che, nel nostro organismo, entrano in competizione con i nutrienti. Quando tale competizione si risolve in favore degli elementi tossici si inverte il flusso terra/seconda sfera e il rapporto con il nutrimento diviene disfunzionale fino ad innescare una reazione di estrema difesa: l’autodistruzione. A questo proposito si può citare, a titolo esemplificativo, il caso dello «spiaggiamento» dei delfini dovuto all’intossicazione da mercurio.
La rilevazione dei minerali nel corpo umano viene valutata, oltre che attraverso gli esami del sangue, attraverso il «mineralogramma» (ottenuto analizzando i capelli) ovvero la «biopsia minerale di un tessuto molle» (TMA). Tale metodica non solo consente l’accertamento di carenze ed eccessi di minerali nell’organismo, o di alterazioni gravi nei loro rapporti, ma anche la verifica di una eventuale intossicazione da metalli pesanti.
I dati rilevati vanno letti alla luce della sintomatologia psicofisiologica, per evidenziare le principali disfunzioni dell’individuo e programmare un intervento di integrazione chimica.
Le disfunzioni neurologiche e psicologiche, nonché molti disturbi emozionali (depressione, ipercinesi, ansietà o sbalzi di umore) possono essere identificati attraverso questa analisi e risolti con una conseguente riequilibrazione chimica.
Considerando la componente genetica, la presenza degli stessi minerali tossici, o di squilibri simili, in due individui potrebbe provocare conseguenze diverse. Lo squilibrio minerale può diventare causa scatenante di una predisposizione; in tal caso il mineralogramma può assumere valenza di strumento preventivo.
Riassumendo, la cura dei minerali è susseguente ad una corretta analisi e consiste nel supportare una specifica dieta alimentare con appropriati integratori: minerali, vitamine e fattori chelanti gli elementi tossici.

La bioterapia infusionale
La bioterapia infusionale si basa sui principi delle teorie e terapie olistiche, secondo le quali non bisogna limitarsi a curare l’organo malato, bensì intervenire sui meccanismi generali di regolazione omeostatica. Con questa terapia si tende a migliorare la fluidità delle membrane cellulari, facilitando quindi il passaggio delle molecole che mediano la comunicazione tra le cellule. Inoltre, si tende ad eliminare i radicali liberi e i metalli pesanti e ad intervenire specificatamente sulle sinergie tra i principali organi vitali. La cura è detta «bioterapia infusionale» in quanto consta di un insieme di farmaci introdotti per endovena. La somministrazione di biofarmaci(13) non comporta alcun rischio, data l’assenza degli effetti collaterali scatenati dai farmaci xenobiotici. L’associazione dei biofarmaci costituisce un vantaggio rispetto all’utilizzazione singola, poiché si verifica un «sinergismo farmacologico ». Il sinergismo chimico presente in un organismo in buona salute («sinergismo funzionale») viene qui amplificato, selezionando accuratamente una combinazione di biofarmaci gradualmente somministrati. Una volta ristabilito l’equilibrio biochimico del paziente si innesca la disposizione alla centratura della seconda sfera mentale ed è, allora, lo stesso organismo che fa fronte alla situazione patogena, ristabilendo lo stato di salute o migliorandolo notevolmente.

6.4.3 Trattamento sociale
Quando la configurazione psichica trova il nodo patologico più significativo nella terza sfera, il trattamento sociale diviene prioritario. Dato che l’esistenza umana, lungo l’intero corso della sua durata, trova un riferimento costante nel rapporto con i consimili, disporre di una rete sociale è indispensabile per esperire il comportamento affettivo/relazionale. Condizioni di estremo isolamento possono ripercuotersi sull’affettività e sull’intera personalità, sebbene un temporaneo ritiro in se stessi possa avere la funzione di controbilanciare il frenetico e assordante rumore della vita quotidiana, che ottunde la propria dimensione interiore. Tutti alternano momenti d’interiorizzazione ed estroversione nel rapporto con gli altri. Più raramente, si sperimenta lo stato di coscienza in cui «dentro» e «fuori» si fondono armonicamente nel «qui ed ora». La mancanza di sperimentazione in periodi critici (prima o seconda infanzia) o in contesti specifici (abbandono o isolamento forzato) produce una carenza di informazioni indispensabili alla sfera affettiva.
Attraverso l’affettività si risponde all’esigenza di condivisione del proprio patrimonio psichico, realizzando così la possibilità di sentirsi un microcosmo in costante e fluida comunicazione con il macrocosmo. L’istinto alla condivisione spinge l’essere ad orientare il comportamento, attraverso molteplici posizioni mentali, verso oggetti reputati degni di investimento energetico. L’essere è in costante comunicazione con l’universo in cui è immerso, ma vive separazioni imposte da ciò che la coscienza non ha ancora sperimentato e dalle restrizioni che la mente (libero arbitrio) impone alla coscienza. La mente costringe la coscienza in anguste strettoie, generando processi patologici.
Ogni persona con cui si entra in contatto diviene uno strumento utile a colmare deficit delle capacità relazionali. La psicologia sociale e lo studio delle dinamiche di gruppo hanno notevolmente contribuito a spiegare l’intreccio tra io e affettività che è presente in ogni scambio interpersonale. La ristrutturazione della rete sociale quale intervento sui disturbi affettivi deve tener presente le interazioni complesse tra le sfere. Il comportamento affettivo si avvale dell’energia della prima sfera. Il correlato psicologico di tale movimento energetico può essere identificato nel vissuto soggettivo di appagamento del principio di piacere che, unendosi alla gratificazione del bisogno di condivisione, produce un diffuso senso di benessere. L’equilibrio affettivo viene meno quando si cerca, con morbosa rigidità, un’immediata gratificazione sessuale. La zona superiore della sfera dell’io è il contenitore psichico prossimo a divenire spazio d’espressione affettiva, di conseguenza ogni stortura della seconda sfera implica una limitazione allo scambio affettivo/relazionale. Possiamo condividere solo ciò che conteniamo. La quarta sfera offre schemi cognitivi tendenti all’adattività del comportamento affettivo in accordo con la concezione soggettiva della realtà. Contenuti carenti in tali schemi possono indurre ad un comportamento affettivo caratterizzato da sperimentazioni estreme. L’espansione affettiva è associabile all’immagine della libertà. Pur ammettendo che le relazioni umane possano essere fonte di condizionamento, bisogna anche aggiungere che ogni rapporto produce un incremento nella libertà dell’essere e che maggiore è il numero delle interazioni, maggiore è la capacità di scelta del tipo di scambio. Ogni relazione interpersonale costituisce una risorsa, anche se si potrebbe obiettare che una pluralità di rapporti vissuti con scarso investimento è connotata da egoismo e da «condivisione» poco significativa rispetto a relazioni poco numerose ma profonde. Occorre mettere in equilibrio i due aspetti (qualitativo e quantitativo) tenendo presente che chi è disposto ad aprirsi e ad interagire con tutti gli esseri senza riserve, riesce ad avere profondi scambi relazionali. È probabilmente da un’espansione affettiva di tal genere che può scaturire il senso di completa partecipazione ed identificazione col macrocosmo.
La sofferenza affettiva deriva dalla convinzione di essere entità separate in lotta per accaparrarsi vantaggi personali. Quando limitiamo la «condivisione» a chi, gravitandoci attorno, può essere «catturato» nel nostro piccolo mondo, produciamo un pensiero affettivo implodente il quale, oltre ad essere estremamente soggettivo, può condurre a patologia.
Il superamento della sofferenza affettiva passa per il recupero dell’attività espansiva della sfera e per la reintegrazione delle capacità di condivisione tendenti ad espandersi verso il macrosistema.
Nella prassi clinica si presentano all’operatore della salute mentale diversi vissuti di sofferenza, sempre riconducibili ad interazioni complesse tra le quattro sfere, ma in cui in particolare si manifestano le istanze della sfera affettiva. Di seguito si indicano alcuni esempi con interazioni tra le sfere. Possiamo individuare quattro configurazioni tipiche dovute:
- Alla perdita recente dell’oggetto d’investimento energetico (III/I).
Si genera una diminuzione della vitalità e del «tono» complessivo del sistema mentale, in quanto la prima sfera compie rotazioni significative che sono di impedimento al rifornimento energetico dalla terra.
- Al mancato ritorno energetico della controparte relazionale (III/II).
La frustrazione affettiva genera «ferite» nell’identità che, rifiutate anziché accolte, vengono vanamente affrontate con strategie non adattive.
- All’isolamento energetico susseguente a delusione (III/III).
La terza sfera implode, riducendo il comportamento affettivo all’unica strategia (non adattiva) di radicale chiusura.
- A gravi incapacità di scambio energetico (III/IV).
La mancata strutturazione di schemi cognitivi di gestione del vissuto affettivo non permette all’individuo scelte comportamentali varie ed adeguate.

Riguardo la prima configurazione, il lutto è legato al trauma della perdita della persona cara per cause naturali o relazionali. In entrambi i casi il terapeuta accompagna l’essere attraverso l’elaborazione del vissuto di perdita. Molto spesso non si tratta di una condizione patologica ma del bisogno di riorganizzare i contenuti dello scambio energetico inerenti la relazione conclusasi. Il dolore psichico, legato alla mancanza dell’oggetto amato, può indurre l’essere a diminuire l’intensità della sofferenza alzando la soglia di percezione dei bisogni vitali. A volte la patologia subentra a causa della paura di affrontare il nuovo, la sfera si irrigidisce nell’introversione della parte superiore al fine di evitare nuove sperimentazioni e nuovi dolori.
L’introversione della parte sublime implica l’estroversione della parte più grezza e l’essere si vive al di sotto della sua potenzialità espressiva.
L’impossibilità di vivere ancora l’intensità dei sentimenti sperimentati con il «lui» o con la «lei» induce la rotazione, in senso orario o antiorario, della sfera affettiva a seconda che si cerchi o meno la sua espressione in rapporto con la sessualità. La terapia subentra stimolando l’analisi del pensiero affettivo, bloccato dall’introversione, da parte della quarta sfera.
La rielaborazione cognitiva centra la sfera affettiva, portando alla coscienza i contenuti mentali precedentemente bloccati dalle deviazioni. L’individuo torna ad essere in grado di rapportarsi affettivamente avendo arricchito gli schemi cognitivi relativi al comportamento affettivo.
Relativamente alla seconda configurazione, il mancato ritorno energetico derivante da una relazione sentimentale sbilanciata, se protratto nel tempo, può condurre a patologia. Si tratta di tutti i casi in cui il sentimento non è ricambiato con la stessa intensità. Ciò non costituisce fonte di patologia in sé, ma lo diventa nella misura in cui il soggetto nutre aspettative infondate. Amare chi non ci ricambia è sicuramente segno di nobiltà d’animo. Tuttavia, nell’ambito di una relazione sentimentale l’individuo, sentendosi non degno della relazione, può incorrere in un vissuto depressivo caratterizzato da senso di inadeguatezza, che dà luogo a complessi di inferiorità. Oppure, per realizzare un sufficiente grado di autostima, può incorrere nel comportamento di ricerca ossessiva di attenzione da parte dell’oggetto desiderato. Tale ossessività crea una rotazione della terza sfera in senso orario, ossia verso il collegamento con la sessualità, costituendo di fatto un grave impedimento all’espansione affettiva indifferenziata. L’energia, non potendo fluire attraverso il canale centrale, rimbalza alla seconda sfera generando comportamenti frenetici finalizzati all’ottenimento di una risoluzione. Questa situazione, che nell’immaginario collettivo rimanda alla condizione dell’amante frustrato, è riscontrabile anche nei rapporti di amicizia e familiari. Ad esempio, nei rapporti conflittuali tra genitori e figli, a volte si sente dire che i figli sono ingrati perché non apprezzano ciò che si è fatto per loro, oppure che i genitori sono troppo presi da se stessi per occuparsi delle esigenze dei figli. Dietro tali bisogni frustrati d’attenzione sovente giace una non corrispondenza affettiva. In questi, e in tutti quei casi in cui la mancanza di corrispondenza produce un conflitto che si protrae nel tempo, è probabile l’insorgere della patologia, sempre caratterizzata da un’estroflessione della parte più grezza della terza sfera. Si crea un circolo vizioso tra due istanze che si rinforzano a vicenda: all’aumentare della frustrazione si cronicizzerà la condizione patologica di ricerca ossessiva dell’oggetto di investimento.
L’intervento terapeutico è indirizzato a favorire una maggiore qualità delle relazioni privilegiate, nonché alla costituzione e/o all’ampliamento di una significativa rete di relazioni sociali. La relazione con individui che necessitano di particolari attenzioni è molto utile al cambiamento di prospettiva nell’osservazione dei propri simili. Tutte le forme di volontariato sociale si prestano allo scopo, in quanto forniscono l’occasione per relazionarsi con chi sta peggio sortendo un duplice effetto. Da un lato si esorcizza il futuro derivante dal peggioramento della malattia: intervenire sugli altri è curare se stessi. D’altro canto si impara a relazionarsi con chi, sofferente, non ci si aspetterebbe capace di esprimere affettività. Ciò può rappresentare un antidoto alla deviazione iniziale (rotazione in senso orario della terza sfera), anche se a volte può capitare che si rimbalzi irrigidendosi nella rotazione antioraria, senza per questo sfociare nella patologia ma assumendo una dipendenza psicologica dal volontariato.
Riguardo alla terza configurazione, l’isolamento energetico relazionale può essere determinato da vecchi traumi irrisolti. La sfera affettiva ruota in senso antiorario, tentando di escludere strategicamente il fattore umano dall’universo affettivo. Ne deriva l’esclusione del collegamento con la sessualità, da cui scaturisce un comportamento orientato ad un’affettività superficialmente o patologicamente indifferenziata. I sentimenti così orientati si dirigono verso una visione della natura dove l’uomo è vissuto come usurpatore e distruttore mentre gli animali e le piante come esseri da salvare, o verso un’idea della divinità aliena dall’umanità. Non si tratta della semplice dedizione alla divinità, alla scienza o all’arte. Lo scienziato, il mistico e l’artista, con modalità differenti, hanno un vissuto intuitivo della realtà. Invece, nel caso in questione, la deviazione mentale recide il collegamento con la quarta sfera rendendo vana la comprensione e, a maggior ragione, l’intuizione delle leggi universali. In tutte le condizioni di isolamento energetico relazionale c’è il tentativo di innalzare l’energia interna alla terza sfera trasferendo il punto di sperimentazione nella parte superiore. Il disturbo affettivo investe in maniera privilegiata lo stesso comportamento affettivo. La rotazione in senso antiorario si può coniugare all’introflessione o all’estroflessione della parte superiore, generando due configurazioni comportamentali distinte: nel caso dell’introflessione si avrà un ritiro dal mondo simile a quello dell’eremita; nel caso dell’estroflessione si avrà un esasperato e totalizzante impegno idealistico in favore di una «causa universale».
Il motivo che spinge un individuo caratterizzato dalla condizione descritta a chiedere l’aiuto di un terapeuta, è probabilmente il fatto che il suo «equilibrio» nell’isolamento sta vacillando per qualche ragione. L’intervento deve mirare ad indirizzare l’affettività verso soggetti ritenuti significativi dal paziente stesso. Quando questi mancano, o non sono disponibili, il terapeuta deve gestire con particolare cura il transfert attraverso il quale il paziente potrà usare il rapporto terapeutico come preparazione all’espressione affettiva.
Per quanto concerne la quarta configurazione, gravi incapacità strutturali possono limitare significativamente l’espressione della terza sfera, rendendo il comportamento affettivo scarsamente adattivo. Si tratta di tutti i casi in cui determinanti genetiche e/o gravi problematiche ambientali inficiano il corretto sviluppo della sfera e l’interazione di questa con la quarta. Nel caso in cui vengano a mancare condizioni e stimoli necessari a determinare l’imprinting affettivo, è impedita la formazione di schemi cognitivi adeguati ad organizzare il comportamento affettivo.
Alterazioni nel programma genetico relative all’organizzazione degli schemi mentali della terza sfera inducono atteggiamenti di marcato egocentrismo. Invece di essere indirizzato alla soddisfazione dell’istinto alla condivisione, il comportamento sarà orientato alla soddisfazione dell’istinto primario della sfera immediatamente inferiore. In questo caso l’espressione affettiva sarà «confinata» nella seconda sfera, che la connoterà in senso egoico. Il bambino(14), compiuti i ventiquattro mesi, ha una seconda sfera sufficientemente aggregata e impara a vedere il mondo dal proprio punto di vista, organizzando il materiale psichico condivisibile attraverso il gioco e le relazioni in genere. L’ambiente interviene riducendo o amplificando i disturbi nella misura in cui il bambino è accolto e stimolato. A volte, assenti tare genetiche, l’ambiente interviene con stimoli traumatici o deprivazione sensoriale significativa, generando gravi alterazioni strutturali nella sfera affettiva. Eventi particolarmente traumatici, come una violenza sessuale, possono compromettere la funzionalità affettiva anche nel caso in cui, al compimento del terzo anno di età, la sfera abbia già raggiunto uno sviluppo soddisfacente. La gestione del conflitto, derivante dal trauma, induce la sfera a non utilizzare correttamente le risorse mentali di cui dispone e a compiere così analisi della realtà molto deviate. Il terapeuta, che si trova ad affrontare il difficile compito di educare un essere all’espressione affettiva, deve affrontare l’ostacolo costituito dai meccanismi sostitutivi delle espressioni affettive. Dopo aver ridotto la rigidità delle difese, il terapeuta offre al paziente input di valenza affettiva, anche se questi non possono essere recepiti e utilizzati appieno, come se l’esposizione ad essi fosse avvenuta nel periodo critico. Ciononostante, la riabilitazione affettiva è possibile quando è presente una buona capacità di trasmissione empatica da parte dell’operatore. La terza sfera del paziente si riattiva entrando in risonanza con la terza sfera dell’operatore e diviene in grado di accettare gli stimoli vicarianti.
A volte i quattro pattern descritti si intersecano, producendo una fenomenologia ancora più complessa. La metodologia d’intervento proposta, una tra le tante possibili, mira al superamento delle barriere poste alla sperimentazione del comportamento affettivo e al recupero della potenziale dimensione di coscienza. Qualunque sia la causa della limitazione del campo di coscienza, il terapeuta deve individuarne la natura e condurre il paziente all’uso di tutto il sé sperimentato e sperimentabile.

6.4.4 Il trattamento cognitivo
Per trattamento cognitivo si intende una serie di interventi volti alla riorganizzazione degli schemi cognitivi della quarta sfera, sia in riferimento alla sua funzione di coordinamento delle altre tre, sia di teorizzazione dell’ignoto, sia di collegamento con il Tutto concepibile. Gli sviluppi delle neuroscienze e dell’intelligenza artificiale hanno dato un notevole impulso all’approccio cognitivo, tuttavia ritengo che il contributo più rilevante giunga attualmente dal connubio tra biologia e meccanica quantistica (cfr. Penrose - Hameroff, cit.).
La sfera della comprensione fornisce gli schemi cognitivi attraverso i quali l’individuo rappresenta la sua realtà. Questa, costruita attraverso l’osservazione cosciente, diventa condivisibile e fruibile tramite la comunicazione e la relazione in genere. Pertanto l’analisi della comunicazione, in particolare dello scambio linguistico, diventa strumento di conoscenza e intervento prioritario.
Le informazioni acquisite attraverso un’attenta diagnosi e l’individuazione della modalità di utilizzo delle parole per attribuire significato agli eventi da parte del soggetto, permettono al terapeuta di comprendere la «disarmonica armonia» che è l’altro.
Il trattamento cognitivo tende a creare un contesto di apprendimento (setting) significativo per i soggetti coinvolti (paziente/terapeuta), in grado di produrre un’evoluzione di significati condivisi e l’aumento di complessità dell’organizzazione del sistema mentale. Da parte del terapeuta ciò si traduce nel contenimento della dimensione di coscienza del paziente. Il sistema mentale del paziente, a sua volta, acquisisce la duttilità necessaria ad osservare ed esplorare la realtà da punti di vista alternativi e la capacità di tradurre la nuova comprensione in un «agire» diverso da quello usuale (più adattivo).
La «multidimensionalità» della coscienza del terapeuta gli permette, oltre a saper leggere le parole dell’altro e a calibrare l’uso delle proprie, di individuare e suggerire prescrizioni comportamentali e proporre nuovi punti di vista per l’interpretazione degli eventi. In tal modo si bloccano i circuiti cognitivi disfunzionali e, al contempo, si offre la possibilità di sostituirli con altri. La riorganizzazione dell’intera configurazione del sistema mentale produce cambiamenti comportamentali che, consolidandosi nel tempo, divengono parte integrante del bagaglio personale, rilevabile in quantità di «informazioni aggregate dalle sfere». L’essere umano aggrega informazioni nelle sfere e le riorganizza, sia quando la sua attenzione è rivolta all’ambiente esterno che quando è rivolta a quello interno. Difficilmente l’espansione della coscienza prescinde da modificazioni del linguaggio interiore ed esteriore. Si prendano in considerazione infatti le risorse linguistiche dell’animale-uomo, nei diversi aspetti di suono, ritmo, significato e sequenza, come potenzialmente dotate di capacità creatrici e risananti non ancora totalmente comprese ed espresse. Mi riferisco qui semplicemente alle proprietà fisiche, alle vibrazioni acustiche proprie dei fonemi che compongono ogni parola, al range di significati della parola stessa e alla specifica sequenza di parole espresse, aspetti di per sé sufficienti ad esprimere e veicolarne il potenziale terapeutico.
Come già accennato, l’oscuramento di dati esperenziali evolutivi o la loro incongrua elaborazione sono, in taluni casi, fonte di disagi psicologici che possono eventualmente sfociare in stati patologici più complessi.
Il disvelamento delle «zone buie» del sistema mentale da parte della quarta sfera e la comprensione delle relative dinamiche e strategie disadattive, passano per un processo di consapevolezza. Tale processo è veicolato dalla facoltà del sistema mentale di rappresentare il vissuto a diversi livelli (registrazione di impulsi, sensazioni, desideri e avversioni), di teorizzarlo, concettualizzarlo e simbolizzarlo in forma verbale.
Spesso è proprio nell’uso riduttivo e stereotipato delle parole o nelle stesse proprietà «cristallizzanti» della rappresentazione verbale che si insinua un ultimo e superiore livello di «recinzione» tendente a stabilizzare la patologia.
Strumento di elezione dell’intervento psicologico, la «parola» — utilizzata secondo il suo reale potenziale terapeutico — ha in sé la facoltà di accompagnare il paziente in un percorso a ritroso, alla ricerca dello schema mentale deficitario nella sfera colpita. Tale processo si basa sull’uso consapevole delle armoniche dei suoni espressi (modi e toni della conversazione); sull’esplicitazione, chiarificazione e ricombinazione dei termini utilizzati (significati) e, infine, su idonee combinazioni di parole facilitanti lo sblocco dello schema mentale e la risalita di eventuali residui alla sfera della comprensione.
L’area della comprensione, avendo funzione di coordinamento e sintesi delle sfere precedenti, finisce per rappresentare l’intero sistema. Ne consegue che il lavoro sugli schemi mentali delle sfere sottostanti deve procedere parallelamente ad un processo di ristrutturazione degli schemi cognitivi. Il corretto uso della «parola» in senso terapeutico-evolutivo ha l’effetto di «abbattere il recinto e liberare il prigioniero », ovvero di sanare la deformazione dello schema cognitivo e liberarlo dal ristagno, collegarlo alle altre rappresentazioni e favorire così una «mappa del mondo» più ampia e priva di incongruenze interne.

La ristrutturazione degli schemi cognitivi è strettamente interconnessa allo smascheramento dei meccanismi di autoinganno. Schemi mentali e cognitivi possono essere asserviti a configurazioni psichiche estremamente soggettive, ossia possono sostenere l’inganno che la mente impone all’intero sistema per «separarsi» dalla coscienza.
Un’informazione è rilevante quando, assimilata dal sistema mentale, cresce in «coerenza». Tuttavia realtà scomode, che genererebbero un vissuto di frustrazione, vengono «modificate» da posizioni delle sfere orientate a trascurare i dati rilevanti presenti nell’ambiente o nel sistema stesso. La deviazione della sfera è di grado maggiore o minore se, rispettivamente, l’informazione negata è da occultare, in quanto già integrata negli schemi mentali e cognitivi, o ancora da acquisire. In quest’ultimo caso, la stortura necessaria ad «evitare» di incrementare il proprio livello di coscienza grazie all’acquisizione di nuove informazioni è meno rilevante. In entrambi i casi, tuttavia, l’inganno è sostenuto da parole, cristallizzatesi nel linguaggio dell’individuo allo scopo di fungere da barriere di separazione nella coscienza. Tali parole sono al tempo stesso epifenomeno e rinforzo delle posizioni deviate assunte dalle sfere mentali. Autoinganno e cristallizzazione delle parole insorgono contemporaneamente, così come contemporaneamente possono trovare soluzione in virtù dell’intervento di un terapeuta. Quest’ultimo deve mettere in evidenza l’incoerenza delle parole cristallizzate e degli schemi che le sostengono.
In conclusione, si può sostenere che il trattamento cognitivo, mirando specificatamente alla quarta sfera, ha l’obiettivo di sanare le altre tre implementandone gli schemi. Nell’approccio cognitivo particolare attenzione va posta ai benefici che intervengono sulla sfera dell’io, interlocutore privilegiato del rapporto terapeutico. Inoltre, il trattamento cognitivo permette di ricondurre i «turbamenti» della quarta sfera, che si sforza di teorizzare piani superiori di organizzazione, ad un processo di ampliamento della coscienza misurabile in termini di neuroplasticità.

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Photo Credit: Massimo Catellani @VersOltre


Note:
(
1) Cfr. dialogo tra cervello enterico e sistema nervoso centrale (5.1).
(2) Patanjali. La Scienza dello Yoga. Commento di I.K.Taimni. Ed. Ubaldini, Roma, 1980.
(3) Con le asanas si producono contrazioni e distensioni muscolari che agiscono sulla circolazione sanguigna e sugli organi interni. Nello Yoga si parla, inoltre, della risalita di Kundalini dal chakra della base (tra ano e genitali) alla sommità del capo (chakra del loto) assimilabile al flusso di informazioni che risale attraverso il canale centrale.
(4) Il fisico Moshe Feldenkrais (1949) studiò un metodo pratico di lavoro sul corpo che presentò nel trattato Il corpo e il comportamento maturo, (Astrolabio, Roma, 1996) nel quale abbinava le sue conoscenze scientifiche e la sua formazione nelle arti marziali. I suoi studi si estendono al rapporto individuo-società, tenendo conto degli influssi che quest’ultima ha sul primo. In questo modo considera gli atteggiamenti dettati dalle differenze culturali e razziali, collegandoli agli atteggiamenti fisici tipici.
(5) Françoise Mézières, nel 1949, espose le sue osservazioni chinesiologiche sul comportamento muscolare, in netta antitesi con i principi dettati dai dogmi ortodossi. Egli individuò quattro catene muscolari principali, formate da muscoli talmente connessi tra loro da comportarsi come se fossero uno solo. Tali catene sono: 1. posteriore; 2. antero-interiore; 3. brachiale anteriore; 4. anteriore del collo (Revolution en Gymnastique Ortopedique, 1949).
(6) Wilhelm Reich sosteneva che esiste un collegamento tra corpo e mente, individuando nelle strutture muscolari il correlato fisiologico della condizione psicologica dell’individuo. Anche i meccanismi di difesa trovano un riscontro somatico nello sviluppo delle «corazze muscolari». Quanto più i blocchi mentali sono profondi e stabili, tanto più saranno profondamente strutturate le difese muscolari croniche, spesso inconsapevoli, che bloccheranno o limiteranno la vitalità dell’organismo. Dal mio punto di vista ritengo che ciò che Reich definiva «rigidità» e «mancanza di spontaneità nel movimento» indichi impedimento al libero fluire dell’energia nelle aree mentali. La corazza corporea/caratteriale inibisce nell’essere la capacità di vivere pienamente le emozioni, che riescono a penetrarla soltanto sotto forma di sensazioni vaghe, senza che sia possibile un loro pieno vissuto. Il flusso energetico disarmonico nel corpo porta ad un aumento di squilibrio del SNV e, di conseguenza, allo sviluppo di disturbi funzionali in tutto l’organismo, creando la predisposizione a molteplici malattie, sia somatiche che psichiche. W. Reich (Analisi del carattere, Sugarco, Milano, 1973) distingueva sette differenti gruppi muscolari, i quali agiscono come unità funzionali. Se viene inibita la reazione neuro-vegetativa di attacco o di fuga in situazioni di paura si ha, come sostituzione di tale reazione innata, un aumento della tensione muscolare con conseguente irrigidimento delle diverse fasce muscolari. Sotto tale espressione somatica si nascondono blocchi emotivi o rimozioni di vissuti traumatici. Gli irrigidimenti possono apparire in uno o più segmenti muscolari o instaurarsi in tutti i sette segmenti e possono avere una durata temporanea o cronica. Oltre a considerare gli studi di Reich come precursori della psicosomatica, voglio evidenziare la corrispondenza tra le sette zone muscolari da questi indicate e i punti strategici nella relazione tra le quattro aree del corpo mentale: la zona oculare (IV sfera superiore); la zona orale (IV sfera inferiore); la zona cervicale (passaggio IV sfera); la zona toracica (III sfera); la zona diaframmatica (passaggio II/III sfera); la zona addominale (II sfera); la zona pelvica (I sfera).
(7) Alexander Lowen, paziente ed allievo di Wilhelm Reich, introdusse il concetto di 204 bioenergia ed utilizzò alcuni esercizi che aiutano a rilassare le tensioni e sciogliere i blocchi muscolari che impediscono il libero scorrere dell’energia (cfr. Il linguaggio del corpo. Feltrinelli, Milano, 1997). A titolo di esempio ricordo che, secondo Lowen, serrando la bocca e i denti si assume un’espressione di rifiuto all’apertura, alla comunicazione, alla conoscenza e alla comprensione (IV sfera, della comprensione). I blocchi nella gola e nelle mascelle impediscono di piangere o gridare, ma anche di cantare o gioire (collegamento III-IV sfera, espressione e comprensione dell’affettività). I blocchi nelle spalle e nelle braccia frenano il desiderio di aggredire e colpire, ma anche di abbracciare (III sfera, dell’affettività). I blocchi al diaframma impediscono di piangere e gridare, limitando anche il respiro (II sfera, dell’io e della sua affermazione). I muscoli che uniscono il bacino al tronco e alle gambe sono coinvolti nel controllo della sessualità e delle funzioni escretorie e bloccano la spinta alla fuga e alla ribellione, diminuendo anche la capacità di stare in piedi e l’indipendenza (I sfera, della ripetitività, della difesa e della conservazione della vita e suo collegamento con la II, impedimento ad un io autonomo).
(8) Vedi gli studi di B. Lonetree sulla risonanza di Schuman. Nel 1952, Schuman presentò una ricerca in cui affermava che tra la ionosfera e la Terra esiste un campo elettromagnetico che vibra con frequenze subsoniche, che vanno dai 5 ai 50 Hz, di cui le frequenze medie nominali rilevate risultano essere di: 7, 8, 14, 20, 26, 33, 39 e 45 Hz.
(9) Di seguito sono elencati i valori di una persona sana, quelli che sopravvengono in caso di malattia e alcune sostanze o situazioni che possono alzare o abbassare il livello delle frequenze: cervello umano 72-90 MHz; corpo umano 62-78 MHz; sintomi del raffreddore 58 MHz; infiammazioni gravi 52 MHz; cibi in scatola 0 MHz; cibi freschi 15 MHz; erbe medicinali secche 12-22 MHz; erbe medicinali fresche 20- 27 MHz; oli essenziali 52-320 MHz. In corrispondenza di pensieri «negativi» le frequenze diminuiscono di 12 MHz, se il pensiero è «positivo» le frequenze aumentano di 10 MHz, in una condizione di rilassamento o di meditazione le frequenze aumentano di 15 MHz.
(10) Vedi gli studi del Dr. F. Pertossi sulla «Terapia Ambulatoriale Domiciliare con Risonanza Magnetica».
(11) Come sopra.
(12) Vedi gli studi del Dr. G. Marineo.
(13) Per «biofarmaco» si intende una sostanza che fa già parte del nostro metabolismo, al contrario dei farmaci xenobiotici estranei al nostro chimismo.
(14) L’egocentrismo del «bambino preoperatorio» descritto da Piaget.

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